INTERVENTI
Un intervento
di
Giorgio
Seveso
SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
20 dicembre 2013
PATACCHE, FALSI MITI E
DECRESCITA
Dove un articolo su Repubblica può dare il titolo e il tono a
questo numero del riContemporaneo
È troppo bello trovare su un grande quotidiano a diffusione
nazionale e popolare qualcosa che ti fa capire come le idee di
fondo sostenute dalla nostra blog/rivista sono anche quelle di uno
studioso di rinomanza planetaria come Jean Clair. Noi certo lo
sapevamo (e lo dicevamo) già, ma se è vero che gutta cavat
lapidem è anche ovvio che più grossa e importante è la goccia
maggiori saranno gli effetti escavatori esercitati sulla dura pietra
delle percezioni d'oggi! Dunque, ecco perché qui accanto
abbiamo deciso di riproporre, come una lunga citazione, l'intero
intervento di Clair, per ripensarlo e rimeditarlo tutti insieme.
Soprattutto per le parti e le direzioni d'indagine che una tale linea
di pensiero sottintende, senza ancora citarle o evocarle
direttamente...
Per esempio. C'è un rapporto tra il pensiero unico che domina la
parte prevalente dell'arte contemporanea e il pensiero unico che
oggi ha imposto al mondo il concetto di Pil come parametro
esclusivo per definire e misurare la crescita? Esistono parallelismi,
similitudini, interdipendenze, magari anche consequenzialità, tra la
"falsità" dell'arte contemporanea e il concetto che misura la felicità
degli uomini e delle nazioni solo con la misura della quantità di
prodotto interno lordo?
A naso si direbbe di sì. Magari è da dimostrare, ma esiste. Un
vecchio topo frequentatore di biblioteche marxiane, per esempio,
penserebbe subito a quella storia della sovrastruttura che dipende
e si conforma alla struttura e via dicendo. Ma non c'è bisogno di
ricorrere a formule veteroideologiche per scontrarsi con una serie
di evidenze significative, clamorose di per sé.
Serge Latouche, per esempio, sostiene da parecchi anni con forza
di argomenti che chi ha interesse materiale (diretto o indiretto) sul
mantenimento del concetto di Pil come indicatore principale del
progresso umano, è poi lo stesso (o appartiene alla stessa linea di
pensiero) che si oppone ostinatamente a qualunque cambiamento
o ripensamento razionale, a qualunque critica sostanziale del
sistema vigente, che non sia, diciamo, solo di "migliorarne" le
contraddizioni più evidenti o dolorose (vedi: "Breve trattato sulla
decrescita serena") lasciando invariata la sostanza.
Perché? Ma è evidente: anche chi si oppone ciecamente a
qualunque critica della conformazione e funzionamento attuali
dell'arte contemporanea e del suo "sistema" ha forti ed evidenti
interessi materiali (diretti e indiretti) al mantenimento dello status
quo. Vedi il cartello dei direttori e curators dei grandi musei
internazionali, vedi le grandi fondazioni multinazionali dell'arte,
vedi la consorteria autoreferenziale dei plenipotenziari delle grandi
collezioni d'investimento e speculazione. In preciso parallelo con
quanto accade nell'ambito della macro-economia internazionale,
delle grandi banche d'affari, degli organismi d'investimento e di
rating e dei loro protagonisti, ogni istituzione, per quanto
impersonale e "virtuale" è fatta da uomini in carne, ossa e conti
correnti personali! Anche qui conservare e "congelare" lo status
quo è l'obiettivo principale di chi si è autonominato arbitro
dell'economia e della speculazione mondiali e, in buona sostanza,
dell'etica del mondo contemporaneo.
Per Latouche, in economia globale, decrescere è necessario, e
sostanzialmente significa produrre e consumare di meno. E ciò
vale sia per le merci che per i servizi. Recessione auspicata,
dunque? No, perché la decrescita prevede un cambio selettivo nel
concetto stesso di Pil, mentre la recessione invece è discesa
incontrollata, dunque anche di quei parametri che sono
indispensabili al mantenimento di un tenore di vita decente
(istruzione, sanità, occupazione). Ergo, è un concetto che va di
pari passo solo con la riduzione degli sprechi e con una
razionalizzazione in senso orizzontale e democratico delle regole
dell'economia, della formazione e della circolazione dei capitali.
Tutto quello che non è necessario consumare, semplicemente non
va prodotto. Tutto ciò che si consuma dovrebbe essere a
“chilometro breve”, evitando le gigantesche, rovinose transumanze
permanenti delle merci e dei materiali. In quest'ottica, la
produzione è una voce che procede dalla domanda, e non
viceversa. E misure come la Tobin Tax o l'abolizione in qualche
forma dei paradisi fiscali sono passi indispensabili a invertire la
rotta e avviarsi verso una decrescita appunto "felice".
Ma se decrescere per Latouche vuol dire questo, come si può
concepire un parallelo progetto di decrescita felice nell'ambito
dell'arte contemporanea, da affidare all'immaginario consapevole e
alla mobilitazione dei nuovi cittadini del terzo millennio? Esiste un
modo per "governare" internazionalmente gli enormi flussi di
risorse economiche (ma anche umane) che vengono oggi
sprecate, inghiottite dal gran buco nero dell'inutilità dell'arte
contemporanea ufficiale?
E ancora, prima di ciò: esiste una consapevolezza diffusa di
questa necessità?
Come ci hanno ricordato Jean Clair e Marc Fumaroli, per esempio,
ma non di rado anche Vittorio Sgarbi (pur nelle contraddizioni che
lo rendono spesso poco credibile) o il nostro Marco Fidolini, le
"falle" nella logica attuale del sistema artistico hanno un'evidenza
tale che basterebbero da sole (se adeguatamente divulgate e
comprese al di là del loro coté pittoresco) a smuovere coscienze
più numerose e di massa di quanto non accada finora.
Per esempio. I prezzi delle opere di Damien Hirst o Cattelan ma
anche di molti altri, che hanno raggiunto in pochi anni cifre tali che
nessuna spiegazione razionale può renderne conto. Non siamo più
nel registro del gusto o del poetico (si tratta di opere vistosamente
“evasive” e fatte solo per stupire, francamente brutte o addirittura
repellenti), e neppure trattasi di rarità: sono opere indefinitamente
riproducibili. Non hanno in realtà alcuna esistenza, e non hanno un
"valore" se non attraverso il mercato che le propone.
Oppure vediamo il Balloon Dog di Jeff Koons, in acciaio
inossidabile di quattro metri di altezza, prodotto con un
procedimento che esclude ogni intervento della mano dell'artista, il
quale si è limitato a fornire l’idea e il modello, cioè il palloncino per
bambini venduto nei luna park. È un'opera che è stata tirata in
cinque esemplari, identici salvo per i colori, e ciascuno è stato
venduto tra 35 e 55 milioni di dollari, la cui anti-artisticità appare
clamorosa e francamente indifendibile più che in altre situazioni.
È evidente che in questi casi, come per le serigrafie di Warhol, le
nozioni di originale e di copia sono prive di senso. Ma di più: è
proprio l'assenza di senso che permette di proporre questi prodotti
a dei prezzi che non hanno limite. La perfetta riproducibilità tecnica
dell'opera, che esclude ogni incertezza della mano, permette una
miracolosa ubiquità, ormai presente, identica a se stessa, in vari
punti del globo (Clair)
Come il mercato dell'arte, fondato da sempre sul lungo termine e
su valori riscontrabili e condivisi, abbia potuto incrociare così
strettamente - al punto da fondersi con esso - il "distruttivo
esempio" del mercato della finanza speculativa, fondato sul
brevissimo termine e su una virtualità assurdamente slegata
dall’economia reale, qui sta uno degli enigmi dell'arte
contemporanea (ancora Clair).
Insomma, “patacche” da una parte e dall’altra. È come una
valanga ormai avviata. L’uomo contemporaneo sembra vittima, sia
qui che là, di un processo inarrestabile. Se fossimo in molti a
parlarne su giornali e riviste, se ne dibattessimo in televisione, nei
musei, nelle Gallerie, forse qualcosa potrebbe mettersi in moto…
Oppure è troppo tardi?
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da dicembre 2013 / Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2014
Critico d’arte e
giornalista, vive e
opera a Milano dal
1969. Per oltre
vent’anni è stato
critico de l’Unità.
E’ nato a Sanremo
nel 1944.
riContemporaneo.org
OPINIONI
(in ordine di arrivo)