INTERVENTI
Un articolo
di
Jean Clair
SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
(da la Repubblica del 23/10/2013)
L'ARTE È UN FALSO
Autenticità impossibile da stabilire. Prezzi a livelli assurdi e
ingiustificabili. La provocazione del famoso critico
Ci sono due professioni che hanno sempre rifiutato di lasciarsi
inquadrare: gli psicanalisti e gli esperti d'arte. Chiunque può dirsi
psicanalista o esperto e appendere alla propria porta una targa di
ottone con la menzione della propria autorità.
L'oggetto o la persona di cui le due professioni si occupano rilevano
della categoria dell'unico, che appunto non è soggetta alla regola
comune. Ogni caso sottoposto all'attenzione fluttuante dello
psicanalista è irriducibile alla norma, come il quadro sotto lo
sguardo dell'esperto. Ma vi sono casi in cui l'esercizio della perizia
artistica o della maieutica psicanalitica somiglia piuttosto ad una
pratica sofistica o alla logica falsata di un ragionamento fallace,
fondato sull'emotività dell'amatore o del nevrotico, e su un
argomento d'autorità di uno specialista autoproclamato
Per secoli e secoli, l'opera d'arte è stata un prototipo, di cui la
perfezione formale e il rigore iconografico permettevano appunto la
riproduzione e la diffusione. L'opera era realizzata il più delle volte a
più mani, e non da una sola mano, unica e inimitabile; era inoltre
diffusa, copiata, riprodotta, adattata, attraverso lavori di atelier, che
mettevano in circolo il modello in regioni o paesi interi. Parlare di
prototipo significa usare deliberatamente un vocabolario religioso
che risale a Bisanzio e alla controversia delle immagini: il prototipo,
che si fonda su un Cristo che è a immagine e somiglianza (eikon) di
Dio, permette la riproduzione all'infinito dell'immagine e ne è al
tempo stesso l'idea e la forma. La somiglianza è identità.
L'adorazione dell'immagine è rivolta al prototipo. Non siamo quindi
nel campo del gusto (delectare) né del sapere (docere), ma nel
campo della credenza religiosa. L'arte moderna è una fede.
Da qualche anno, questa fede vacilla , si fa meno forte, e la
moltiplicazione delle dispute sui falsi e sugli originali è il sintomo di
questa crisi, per vari aspetti analoga a quelle che hanno scosso il
mondo cristiano, al tempo degli iconoclasmi, da Bisanzio alla
Rivoluzione Francese.
Nel mezzo di queste querelle di esperti ci troviamo in piena
fantasmagoria, analoga e parallela alla fantasmagoria dell'arte
contemporanea che ci induce ad accettare che delle pastiglie
multicolori siano vendute a qualche centinaia di migliaia di euro
purché siano della mano di Damien Hirst. La fede cieca si muta in
magia nera. Magia della mano. Magia della credenza in un genio
incomparabile, fascino del "fare" singolare, lavori interminabili degli
specialisti sulla mano, mano unica, quadri dipinti a due mani, a più
mani, lavori d'atelier, di scuola, copie...
L'ultimo, l'estremo stadio è stato raggiunto quando la presenza
dell'artista moderno, l'artista posseduto dal furor divinus, non è più
richiesta solamente nella sua "mano" ma nella forma ancora più
diretta: simile al Dio che offre il proprio corpo agli umani, l'artista
offre in dono gli scarti, le scorie del proprio corpo sotto il nome di
"opere d'arte", scorie che saranno venerate come reliquie. Così gli
umori, le secrezioni purulente, i sudori, lo sperma, il sangue, i peli, i
capelli, le unghie, l'urina, e infine gli escrementi saranno proposti
all'adorazione di quei nuovi fedeli che sono gli amatori dell'arte
contemporaneo. Per citare qualche nome: Marcel Duchamp,
Salvador Dalì, Piero Manzoni, per la sua "Merda d'artista", Kurt
Schwitters, Louise Bourgeois, Gina Pane, Günter Brus, Hermann
Nitsch, André Serrano, Wim Delvoye... la lista è senza fine.
Già la serigrafia di Andy Warhol cadeva in un vacuum semantico
tale che solo l'abilità del critico d'arte poteva,in una rivista, o in un
catalogo di esposizione, darle una forma, un nome, attribuirle delle
qualità o delle essenze, far parlare l'opera insomma come la
veggente fa parlare le carte. Ora, perché il critico d'arte diventi un
personaggio essenziale, credibile, di questa manipolazione, occorre
un'operazione singolare che farà della sua parola un dogma.
L'effetto di "doxa" sarà ottenuto accostandogli due figure essenziali:
lo storico d'arte e il mercante. Il mercante fornirà la merce, lo storico
d'arte ne attesterà la provenienza e ne ricostruirà la storia.
Le operazioni intraprese per far salire il prezzo delle opere verso
vette illimitate, il cui valore diventa indiscernibile agli occhi
dell'onest'uomo, somiglieranno allora stranamente alle operazioni
inaugurate dagli hedgefunds nel campo bancario o fiduciario,
attribuendo un prezzo a dei beni inesistenti, a dei prodotti fantasma,
o più ancora al processo di titolarizzazione che trasforma un credito
dubbio e che non sarà mai saldato in un titolo finanziario garantito e
suscettibile di essere immesso nel mercato dei capitali.
Che cos'è allora un falso nell'arte se non un credito riposto in un
oggetto detto "opera d'arte" e che si è riusciti, nonostante si tratti di
un'opera miserabile o addirittura - come per le opere concettuali -
inesistente, a far passare come dotato di valore?
La scienza dello storico associata al rigore del funzionario statale,
la dissertazione prolissa del critico ventriloquo, sono così diventate
la parola d'ordine per fare accettare oggetti di varia natura, dal
mucchio di vestiti buttati a terra nella navata del Grand Palais da
Boltanski fino al dito medio eretto da Maurizio Cattelan davanti alla
Borsa di Milano. Sarà sempre possibile dimostrare che questi
oggetti, e questi gesti hanno un'origine, uno sviluppo, una loro
logica, che sono iscritti nella storia, al seguito di Marcel Duchamp e
di Picasso per esempio, e quindi attestarne la legittimità.
Sono arrivato a pensare che l'arte contemporanea è interamente
composta di falsi, che sono dichiarati capolavori da critici
dall'autorità assai più dubbia del sapere eminente degli storici di un
tempo, esperti dedicati all'autentificazione dei capolavori dei tempi
passati, che esitavano e dibattevano lungamente prima di
pronunciarsi sul vero e sul falso.
Se questi conflitti sulla veracità, l'originalità, la falsità, la
provenienza delle opere sono in questi tempi di un'attualità
fracassante, è evidentemente a causa dei prezzi astronomici delle
opere sul mercato. I prezzi delle opere di Damien Hirst o Jeff Koons
hanno raggiunto in pochi anni cifre tali che nessuna spiegazione
razionale può renderne conto. Non siamo più nel registro del gusto
(si tratta di opere francamente brutte o addirittura repellenti), e
neppure trattasi di rarità: sono opere indefinitamente riproducibili.
Non hanno in realtà alcuna esistenza, e non hanno un "valore" se
non attraverso il mercato che le propone.
Come il mercato dell'arte, fondato da sempre sul lungo termine,
abbia potuto incrociare il mercato della finanza fondato sul
brevissimo termine, al punto da fondersi con esso, qui sta l'enigma
dell'arte contemporanea.
Acquisire un'opera d'arte, fino a qualche anno fa, voleva dire
scoprirla nelle sale discrete e silenziose di una galleria; vederla e
rivederla prima di prendere una decisione. L'opera restava di
proprietà del collezionista per lunghi anni. Se doveva essere
venduta, capitava che la plusvalenza fosse considerevole, ma
calcolata sul periodo di tempo in cui era stata nelle mani del
proprietario, non era per nulla eccezionale. Acquistato negli anni
Venti, un Picasso rivenduto negli anni 60 costituiva un capitale il cui
rendimento restava modesto. Le opere d'arte contemporanee,
proposte nelle sale rumorose e affollate delle case d'asta, sono
apprezzate in funzione di una redditività elevata e quasi istantanea,
e sono rivendute spesso dopo qualche mese o qualche settimana,
giusto il tempo di cambiar di mano. Ubbidiscono dunque ad una
logica che è quella dei mercati finanziari, che oggi funzionano
sull'estrema rapidità delle transazioni, con l'aiuto di programmi
informatici che permettono di effettuare gli scambi a grandissima
velocità. Come ha potuto l'opera d'arte, un tempo "fatta per
l'eternità", diventare un oggetto prodotto a gran velocità, moltiplicato
a piacere, null'altro che il supporto indifferente di operazioni
speculative fondate su algoritmi completamente sconnessi dal
mondo reale?
Il Balloon Dog di Jeff Koons, in acciaio inossidabile di quattro metri
di altezza, prodotto con un procedimento che esclude ogni
intervento della mano dell'artista, che si è limitato a fornire il
modello, cioè il palloncino per bambini venduto nei luna park, è
stato tirato in cinque esemplari, identici salvo per i colori, e
ciascuno è stato venduto tra 35 e 55 milioni di dollari.
È evidente che in questo caso, come per le serigrafie di Warhol, le
nozioni di originale e di copia sono prive di senso. Ma direi di più: è
proprio l'assenza di senso che permette di proporre questi prodotti
a dei prezzi che non hanno limite. La perfetta riproducibilità tecnica
dell'opera, che esclude ogni incertezza della mano, permette una
miracolosa ubiquità, ormai presente, identica a se stessa, in vari
punti del globo.
Il procedimento di Jeff Koons è già stato utilizzato tuttavia, in modo
più artigianale, da scultori più classici, e con materiali più
tradizionali. Ancora oggi le fonderie di Pietrasanta sopravvivono al
loro declino grazie agli ordini di Botero, animali anche in questo
caso, ma gatti, ingranditi meccanicamente per raggiungere
dimensioni monumentali, a partire da piccoli bozzetti di cartone o di
gesso.
Il carattere derisorio di tali produzioni è sottolineato dalla scelta
della figura rappresentata. L'immagine acheiropoietica della
Veronica ci tendeva il volto di un Dio che si era fatto uomo per noi.
Koons ci propone l'immagine infantile e derisoria di animali da
compagnia, di giocattoli da carnevale ingigantiti e smisurati, come
erano le effigi degli imperatori romani della decadenza, e che
propongono alle élite finanziarie che li acquistano il riflesso della
loro vanità e della loro cupidigia di "nouveaux riches".
Ora, non resta nulla del corpo della pittura, di quel corpo un tempo
adorato, venerato, ammirato, riprodotto, ricopiato, restaurato con
amore. Non ci resta nulla. Nei prodotti che ci propone l'arte
contemporanea non rimangono nemmeno dei residui, dei
frammenti, delle reliquie. Nient'altro, nella sua assenza, nel suo
vuoto, che quei feticci ridicoli, quei palloni gonfiati che ci
propongono le Fiere dell'Arte e i palazzi veneziani. I loro prezzi
crescono ogni giorno di più, e la loro crescita è all'altezza della
nostra perdita senza oggetto.
Al feticismo sessuale come descritto da Freud, delle produzioni
corporee, dei capelli, peli, e altre immondizie, segno del potere di
un genio demoniaco che si è sostituito all'amore antico dell'uomo
fatto a immagine e somiglianza di Dio, si aggiunge qui il feticismo
della merce, come l'intendeva Marx: che porta al possesso non di
un'opera preziosa ma di una merce svuotata di ogni valore proprio,
una sorta di titolarizzazione del nulla.
Gli Ebrei adoravano il vitello d'oro. Noi adoriamo i cani e i gatti di
Koons e Botero.
Chi sarà il Mosé che spezzerà davanti a loro le Tavole della legge,
scendendo da un monte Sinai?
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da dicembre 2013 / Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2014
È nato a Parigi nel
1940). Scrittore,
storico dell'arte e
curatore francese, è
anche conservatore
generale del
Patrimonio francese,
saggista spesso
polemico, membro
dell'Accademia di
Francia dal 2008.
È stato anche
commissario per molte
esposizioni delle
opere di Duchamp, e
ha diretto la Biennale
di Venezia del
Centenario.
Direttore di
Chroniques de l'Art
vivant dal 1970 al
1975, è stato
professore di storia
dell'arte alla Scuola
del Louvre tra il 1977
e il 1980, ha fondato e
poi diretto i Cahiers du
Musée d'Art Moderne
dal 1978 al 1986.
Prende regolarmente
parte ai dibattiti
sull'arte
contemporanea e sulla
diffusione dell'arte.
L’articolo qui accanto
è stato pubblicato il
23/10/2013 su:
riContemporaneo.org
OPINIONI
(in ordine di arrivo)