Leggi... Leggi.. Leggi.. Leggi.. Qui trovi i numeri pregressi Leggi... Leggi... Leggi.. Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Torna alla pagina principale... L'apocalisse di Jean Clair       di G.Dradi Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi..
INTERVENTI
Un ARTICOLO di Marco Fidolini
SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
22 DICEMBRE 2013 L’ARTE CONTEMPORANEA TRA NUOVO CONVENZIONALE  E DEIEZIONE Riflettendo sulle posizioni di Jean Clair anche alla luce della scarsa autonomia culturale dei nostri assessori, quando “il sonno delle regioni genera mostre”... Quasi un secolo fa, Walter Benjamin  scriveva  che «Il convenzionale viene goduto senza alcuna critica, ciò che è veramente nuovo viene criticato con ripugnanza». Il  nostro tempo sembra aver sconfessato questa affermazione in ogni direzione, sociale e culturale, visto che il nuovo si è mutato in convenzionale e, in termini strettamente artistici, forse, è stato smentito anche un altro passaggio del pensatore tedesco che sottolineava la vana «pretesa dell’opera d’arte di trovare un accesso alle masse». Tant’è che la ritualità espositiva di questi ultimi anni, sorretta dal chiasso mediatico, ha indotto artificiose urgenze culturali sventolando, di volta in volta, l’ultimo capolavoro restaurato, l’opera inedita, il rosario impressionista o quello delle avanguardie storiche. E se l’attuale proliferazione del nuovo convenzionale artistico imperante (o dell’avanguardismo accademico) non  suscita ancora altrettanta attenzione nelle masse è comunque oltre la soglia della popolarità. Ma ciò che più conta, esso governa e coinvolge gran parte della nostra contemporaneità come dimostrano gli spazi museali e gli eventi internazionali e nostrani. E di questo sono globalmente promotori  la finanza e gli operatori culturali, il mercato e la politica. Viene allora da chiedersi, soprattutto in Italia, dove l’emergenza economica esige tagli alla spesa e alle risorse per gli investimenti tout court, quanto sia davvero paradossale, o solo provocatoria, la proposta di qualche esponente politico che vorrebbe immiserire i contributi pubblici alla cultura. Ma al di là dello sdegno iniziale per tanta dissennatezza vengono in mente i costi esorbitanti dei contenitori dell’arte contemporanea, grandi e piccoli, e le numerose occasioni artistiche promosse dalle amministrazioni comunali e dalle Regioni, di ogni parte politica, che si sono prontamente allineate all’estetica del nuovo, rigorosamente omologo a quello internazionale. Fuori dalla formula, che più o meno recita,  non rientra nei nostri programmi culturali  non c’è spazio per nessuno.  In questa direzione non vedo né paradossi né provocazioni. Ma quali sono questi programmi? Ovviamente gli ipercascami dadaisti dell’arte-antiarte che, in qualche circostanza, superata la finzione della merda o del fiato d’artista, dello sterco d’elefante ammucchiato, anni fa, nelle sale della Tate Gallery, sono passati alla deiezione d’autore proposta come opera d’arte. Un prodotto organico il cui significato concettuale è perfino simmetrico al pensiero di Simmel che, in Concetto e tragedia della cultura, aveva scritto che «L’opera d’arte è un valore culturale immenso perché inaccessibile a ogni divisione del lavoro». Riguardo a queste sedicenti espressioni artistiche, Jean Clair afferma che «l'artista offre in dono gli scarti, le scorie del proprio corpo sotto il nome di "opere d'arte", scorie che saranno venerate come reliquie. Così gli umori, le secrezioni purulente, i sudori, lo sperma, il sangue, i peli, i capelli, le unghie, l'urina, e infine gli escrementi saranno proposti all'adorazione di quei nuovi fedeli che sono gli amatori dell'arte contemporanea». Definirli  prodotti di un’arte di merda, nell’accezione più ampia, è perfino troppo facile. Ma questo è solo l’aspetto più eclatante del delirio dell’arte contemporanea e delle sue globali sdefinizioni. Clair ne ha sottolineato in più occasioni le sue assurdità estetiche proponendosi come la voce più autorevole di questa iniqua battaglia contro l’arte della discarica postdadaista. Ma pur condividendo gran parte delle sue riflessioni ci chiediamo i motivi per cui la sua autorevolezza non abbia contribuito, visto il suo ruolo preminente nel mondo dell’arte, a fronteggiare di fatto, con proposte alternative, la deriva culturale e artistica che impera anche negli spazi pubblici francesi. La responsabilità politica dell’artista, trattata in suo libro del ’97, è almeno pari, oggigiorno, a quella degli operatori culturali e del mercato. Clair, in verità, ha preferito percorsi più agevoli e rassicuranti occupandosi principalmente degli artisti storicizzati. Per tornare al delirio dell’arte contemporanea, va detto che bisogna aggiungere agli eccessi  dei prodotti scaturiti dai magheggi brumosi sponsorizzati dall’establishment  politico-culturale-finanziario, disseminati nell’arcipelago degli sperimentalismi e dei concettualismi neodadaisti e affini, una porzione rilevante dell’arte – figurativa e non – di pari valore espressivo e indegna complicità esegetica che, in molti casi, si avvale degli stessi procedimenti tecnici e della medesima conformità espressiva che Seveso denuncia. Intanto, relativamente al nostro Paese e con scarsa fiducia, auspichiamo le ribellioni e le conversioni di qualche responsabile museale, degli esperti più autorevoli e quelle degli assessori folgorati dall’omologia culturale e dai suoi feticci cultuali. Mutuando una celebre frase di Goya, Tomaso Montanari ha parzialmente centrato il problema scrivendo che «il sonno delle regioni genera mostre». Ma è opportuno estendere l’arguta manipolazione linguistica  a tutte le istituzioni culturali.
6     Numero
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da dicembre 2013  / Ultimo aggiornamento:  25 febbraio 2014
Pittore, incisore e saggista. E’ nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora.
riContemporaneo.org
OPINIONI
(in ordine di arrivo)