INTERVENTI
Un intervento
di
Celestino
Ferraresi
SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
17 gennaio 2014
QUALE PUBBLICO PER
QUALE ARTE?
Mi sembra appropriato definire sintetici e persuasivi i termini con cui
Jean Clair ha espresso, su La Repubblica del 23 ottobre dello scorso
anno, alcuni concetti riguardo alla “autenticità” nell’arte
contemporanea.
Non è difficile per un pittore condividere quelle posizioni in un
panorama in cui la rincorsa all’omologazione sembra essere
divenuta l’unica opportunità per essere artisti “di successo”.
Raccogliendo l’invito che viene dall’articolo citato, si può provare a
riflettere su alcuni argomenti , che hanno determinato questa
contemporaneità così estranea alle nostre conoscenze ed alla nostra
storia .
Il pensiero va immediatamente alla capacità del “fare”. Tutti noi ci
siamo trovati di fronte al fatto compiuto: l'avvenuta rimozione del
“mestiere”. E' questo il cambiamento più rilevante da cui trae origine la
contemporaneità. Quella sapienza della mano capace di dare forma
alla materia attraverso la sensibilità dell’occhio e la fantasia della
mente, è stata dichiarata obsoleta. Azzerando millenni, la storia è
stata ripudiata.
Perché la magia del colore capace di evocare sentimenti o la
commozione ispirata dall’argilla che si anima e racconta , perché la
bellezza della forma cercata, indagata e per questo colta e mai
banale, hanno perso ogni fascino e ogni interesse poetico ? Perché
l’improvvisa assenza del bello e del “ben fatto” hanno privato l’arte dei
suoi parametri di riferimento ?
Viene in mente L’opera d’Arte nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica pubblicato da Walter Benjamin nel 1936, diventato “testo
sacro”, diffuso e adottato nello studio e nella teorizzazione dell’arte
da più generazioni dagli anni sessanta in poi. La fine dell’aura
nell’opera d’arte viene riconosciuta come necessità imprescindibile
dalla nuova cultura di massa . Gli artisti non sono più pittori né scultori
né creatori di forme, ma inventori di trovate e bizzarrie, sempre più
dissacranti e scandalose, purché spettacolari e appariscenti,
carismatiche, affascinanti per la loro facilità di consumo. Perché è
diventata così esaltante la narcosi dell’effimero ?
La pittura e la scultura sono linguaggi visivi; oltre all’acquisizione di
notizie storiche, non necessitano di spiegazioni complicate. Al
contrario una inappropriata interpretazione critica può diventare
riduttiva o fuorviante Leggendo alcune presentazioni, più di una volta
abbiamo pensato che il troppo scrivere di un quadro finisse per
fiaccare il suo misterioso rapporto con l’immaginazione di chi lo
guarda. Innamorarsi del colore, della materia e della forma sono
l’unica chiave per comprendere il linguaggio della pittura e della
scultura.
Accade, invece, che per questa “avanguardia” sia diventata
necessaria la spiegazione. Il testo critico o l’introduzione sono
indispensabili per conoscere le intenzioni dell' autore. Queste sono
come il “bugiardino” nelle confezioni dei medicinali: non ingeriamo mai
una pillola senza aver letto le istruzioni. I frequentatori
dell’avanguardia senza le “istruzioni per l’uso” non saprebbero mai
quale parte di interattività è loro riservata. L’effetto placebo è ottenuto
con la messa in scena della banalità che salvaguarda lo spettatore
dalle conseguenze collaterali della frustrazione generata dalla
mancata comprensione.
Nel testo d’una quindicina di anni fa su “La responsabilità dell’artista”,
Jean Clair diceva: “l’arte ha sempre avuto relazioni agevoli con il
potere…essa è stata utilizzata per rafforzare lo Stato e per glorificarlo”
e, in particolare, rifletteva sul rapporto che si è sviluppato nel secolo
scorso tra gli artisti ed i poteri dominanti: in Germania, nell’Italia
fascista, nell’URSS ecc .
Se guardiamo più lontano, per secoli la Chiesa ha utilizzato l’arte
come veicolo di fede e di potere. Che si trattasse tuttavia di periodi
più o meno prosperi per la cultura o felici per l’arte, papi, monarchi o
dittatori hanno sempre trattenuto a corte i migliori talenti dell’epoca.
Da poco tempo si è verificato un cambiamento. Nelle nostre
“democrazie” né il valore dell’opera , né la sua bellezza né la bravura
di un artista hanno troppa importanza, tutto è deciso dal Mercato così
potente da condizionare la Politica. Il mercato agisce su tutti i settori
della società: affida il potere ai politici i quali indirizzano le scelte
sociali economiche e culturali nella direzione ad esso più conveniente.
La politica, divenuta sinonimo di disponibile connivenza, attraverso
l’arte non rafforza più né glorifica lo Stato ma il mercato stesso.
In questi ultimissimi decenni in Italia lo Stato ha edificato e finanziato,
alla voce cultura, un buon numero di musei e spazi espositivi per
l'arte contemporanea. Quanti vivono le cose dell’arte sanno che
questo sforzo economico non ha favorito il libero confronto tra gli
artisti ma piuttosto è servito a pubblicizzare un prodotto confezionato
dal mercato . Le esposizioni nazionali sono state trasformate in
Fondazioni utili soltanto a gonfiare il sistema delle clientele, mentre la
Biennale, unica rimasta, anziché assicurare la pluralità nelle
espressioni d’arte, si è trasformata in organismo di nomine
governative ispirate dalle scelte del mercato internazionale.
Le organizzazioni delle Grandi Mostre sono mere operazioni
economiche le quali, attingendo per lo più dal patrimonio pubblico,
hanno lo scopo di far cassetta sfruttando la fama di grandi Maestri.
Proprio in questi giorni si replica lo schema a Bologna con La
ragazza col turbante , quella nota per l’orecchino, che, malgrado
ridotta a fenomeno da fiera, attrae pubblico assai più dell’avanguardia.
Forse non è del tutto casuale che il proliferare di musei pubblici del
contemporaneo coincida con la chiusura di quelle gallerie private che
per tutto il ‘900 avevano consentito il confronto tra visioni diverse
dell’arte.
Queste gallerie, da nord a sud, hanno avuto il merito di essere un
formidabile punto di incontro tra gli artisti ma anche tra gli artisti e il
pubblico. Quei galleristi sceglievano i pittori, ne esponevano le opere
favorendone il successo e condividendo il merito ed il guadagno. È
grazie alla sensibilità di alcuni di loro che in Italia abbiamo conosciuto
l’opera di Grosz, Dix o Permeke , soltanto per citarne alcuni.
Con la loro progressiva chiusura è morto quel mercato di opere
scambiate ad un prezzo adeguato, del valore di qualche milione di
lire, nel quale si potevano comprare Morandi, Sironi, Pirandello etc.,
che alimentava un collezionismo convinto e appassionato,
lontanissimo dalla attuale follia del mercato globale.
Poi il desiderio di arricchimento, come ansiosa affermazione sociale,
ha prevalso sulle ragioni dello spirito , ed anche il mercato dell’arte,
verso la fine del Novecento ne è rimasto vittima: inflazionato dal
troppo denaro, dalle troppe opere e dai troppi artisti, ma soprattutto
da una qualità fuori controllo.
Malgrado l'egalitaria idea sessantottina della cultura per le masse
abbia trovato un condiviso ripensamento a beneficio del principio che
la cultura per sua natura non può essere di massa ma soltanto di chi
ne avverte la necessità, ci ritroviamo oggi di fronte ad una cultura
sociale ispirata al ”fai da te” in cui scuole di ballo, gruppi di teatro e di
musica, artisti figurativi ecc., dalle parrocchie ai centri sociali alla
miriade di fantasiosi luoghi espositivi affittati a ore, solleticati dalla
vanità e dall’ambizione, rivendicano la loro dose di professionalità
convinti che ci sia posto per tutti.
Del resto come dar loro torto se, per un verso, la ricerca della qualità è
diventata fuori moda e indefinibile , e per altro,come spiegar loro
come l’opera ‘in barattolo’ di Piero Manzoni trova posto nel museo in
virtù del fatto che qualsiasi cosa può diventare arte se
decontestualizzata dalla sua funzione originaria?
Mi domando se tutto questo può aiutare a capire perché la gente oggi
sia così distante dall’arte e in particolare dall'arte contemporanea
malgrado gli sforzi di attrarre il pubblico nei musei ricorrendo alla
commistione di linguaggi differenti, dalle performance dei mimi , alle
sedute di yoga, alla degustazione di vini ecc.. che molto ricorda
l’offerta commerciale del “paghi uno e prendi due”.
Sarà troppo azzardato pensare che quest’arte di “regime”, imposta
dal Mercato globale, produca lo stesso effetto imputato all’arte nazista
o sovietica, considerate a ragione di propaganda e prive di poesia ?
Di fatto questa cultura non fa che sopire l’intelligenza ed inibire nel
pubblico il desiderio del sentire e ricercare la bellezza come naturale
aspirazione dell’uomo.
Non siamo animati da nostalgie, ma pensiamo che quella bellezza che
caratterizza certi manufatti dell’Uomo, di ogni tempo ed in ogni luogo
del mondo, debba continuare a testimoniare il mutare della sua
esistenza spirituale costituendo pur sempre, anche oggi, l’unico
linguaggio universalmente comprensibile.
È nato nel 1949.
Pittore, insegna
all'Accademia di Belle
Arti di Roma. Ha
fondato la Scuola di
Torpignattara, dove
propone una strada
pittorica
"tradizionalista", nel
senso di una ricerca
che non taglia i ponti
col passato...
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da dicembre 2013 / Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2014
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