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SOMMARIO
RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA
26 febbraio 2014
L'APOCALISSE DI JEAN
CLAIR
Giorgio Seveso ha pubblicato qui l'articolo di Jean Clair apparso su
Repubblica con il titolo “L'ARTE E' UN FALSO”.
Bene. Si tratta per me di un triste de profundis dell'arte
contemporanea, che il critico francese giudica appunto falsa,
percorsa da valori assurdi e incomprensibili: non opere, ma prodotti
seriali, feticismo merceologico, svuotamento di valori.
Anche il Corriere nel suo inserto domenicale, “La Lettura”, del
29/12 riporta una intervista di Trione a Clair in cui si ripetono gli
stessi concetti. Ma ripartiamo da zero.
Clair attacca la cultura occidentale vittima della globalizzazione e
fissa l'inizio della crisi della modernità e dell'illuminismo già dalla
prima guerra mondiale. La decadenza oggi è al suo massimo, non ci
sono più grandi filosofi, l'umanità non mostra più credenze e valori
di fede – in stretta analogia con le tesi di K.Kraus espresse ne “Gli
ultimi giorni dell'umanità”. Qui non s'intende una crisi delle ideologie,
ma una crisi in cui l'uomo non è più al centro del pensiero come
bene supremo.
Clair non crede più nell'Europa, al massimo nelle piccole patrie.
Non vede progresso, dichiara di voler essere conservatore per
tutelare il patrimonio della sua nazione a partire dalla lingua che è
identità, non vuole esplorare nuove strade di pensiero o
avanguardie artistiche, ma re-incontrare “territori già visti”, ritrovare
emozioni perdute, come quando per esempio cita Pier della
Francesca come l'autore che più lo ha emozionato. L'arte
contemporanea è per lui l'emblema di questa decadenza: l'arte non
esiste se non esprime contenuti magici, religiosi in senso lato,
politici o carichi di senso e verità. Va da sé che chi non si lega a tali
presupposti non è un artista. Ma allora chi si salva ? Probabilmente
pochi.
Il mercato dell'arte è poi l'elemento che fa sprofondare in una
“cloaca” le assurde opere e manufatti contemporanei. Clair
sottolinea la logica degli “Hedge funds” finanziari speculativi
applicata anche alle opere d'arte, tramite aste che determinano
artificiali incrementi di valore anche a breve termine dimostrando
così un aumento costante di valore dell'investimento. Strategia tesa
ad aumentare ingannevolmente il valore di un artista e indurre
collezionisti all'acquisto.
Clair cita nomi di artisti famosi, sopratutto americani, rilevando le
loro oscenità, da Koons a Serrano o a Hirst, teso quest'ultimo a dare
dignità ad escrementi e scarti corporali o a vendere pastiglie
colorate, naturalmente costosissime, perché sue. Non mancano
riferimenti al nostro Manzoni e Cattelan e ai loro padri concettuali
come Duchamp. Qui non possiamo entrare nel significato semantico
di questi autori, occorrerebbe più tempo e spazio, ma forse in altro
momento potremo parlare del “Dito di Piazza Affari” qui a Milano, se
non altro per aprire il capitolo delle istituzioni italiane plagiate e
succubi di questo sistema globalizzato.
Autori positivi Clair non ne cita, se non Balthus o intellettuali come
Freud o Musil, monadi che non hanno posterità. Vedremo quando
uscirà in italiano l'ultimo libro di Clair, appena pubblicato da
Gallimard con il titolo “Les dernier jours”, se verranno citati autori
che secondo lui mostrano valori positivi.
È questo, mi pare, l'aspetto più sconcertante, perché se è così, per
Clair non c'è prospettiva: l'arte è morta. Sarebbe anche la minor
cosa se non fosse che, assieme lei, muore anche tutta la cultura
occidentale.
E, a proposito di arte falsa, nella teorizzazione del fondatore della
popart Andy Warhol, vivono certamente già tali contraddizioni. Ossia
gli oggetti di consumo popolare vengono indagati e stigmatizzati
come icone dell'immaginario quotidiano proprio perché importanti
nell'uso e nell'identità popolare. Per estensione rientrano anche i
ritratti di figure di grande popolarità come Mao, Marilyn Monroe ecc.
ritenuti anch'essi miti.
Dov'è il falso? E' nel marketing della presentazione, perché le foto
polaroid sono banali e inespressive, manipolate con fondi di colori
accesi e piatti adatti per la stampa serigrafica, operazione minima
per poter dare ad esse l'appellativo di arte.
Ma arte non è, secondo me, perché il prodotto stampato è povero
con azzeramento della mitopoiesi che hanno i personaggi. Anzi,
sembra una demitizzazione di queste grandi figure, che invece la
mentalità popolare vede ben vive, amate ed esaltate.
Si può parlare di critica alla società dei consumi? No, doveva anzi
essere un inno a tale società, perché i miti erano veri: quello che è
mancato è l'aspetto estetico, una falsa arte. Le stampe serigrafiche,
una tecnica del resto senza dignità artistica, tirate in migliaia di
esemplari dove non esiste un vero originale d'artista, avvalora la
scelta del marketing pro-business. Non è arte l'identificazione di miti
popolari cosi come è stata espressa perché manca il valore
semantico nel prodotto finale. Alla fine il presupposto ideologico si è
tradotto in banale sfruttamento commerciale, secondo la natura di
una società consumistica come quella americana.
L'arte è un'altra cosa. Intanto a Palazzo Reale di Milano, dove
appunto è in corso una mostra su Warhol, si invitano i bambini nel
laboratorio didattico ad imitare la tecnica della popart !
Pittore,incisore e
designer, vive e
lavora a Milano
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da dicembre 2013 / Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2014
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