Leggi... Leggi.. Leggi.. Leggi.. Qui trovi i numeri pregressi Leggi... Leggi... Leggi.. Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Torna alla pagina principale... L'apocalisse di Jean Clair       di G.Dradi Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi...
INTERVENTI
Un intervento di Mario Borgese
SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
28 dicembre 2013 APPUNTI SU CLAIR: “L’INVERNO DELLA CULTURA” E ALTRO Clair denuncia la mercificazione dell’arte e la massificazione della cultura, la perdita della sacralità e l’immondo del mondo. Cita Baudelaire, Fichte e Nietzsche, ma anche il romantico Holderlin di “Poeticamente abita l’uomo”, poeta caro a Heidegger, nonché Hegel  in assonanza col suo pensiero circa la morte dell’arte. In realtà qui lo storico dell’arte  descrive e denuncia l’attuale mondo dell’arte ma non si interroga sul senso dell’opera d’arte. La condizione di possibilità dell’interrogazione è il problema che ci consente di interpretare quella cosa che generalmente chiamiamo opera d’arte nel suo farsi opera tramite un atto poietico (poiesis – fare ).  I Greci dicono Aletheia la verità che si disvela uscendo dal suo nascondimento nella luce della sua verità.  Attraverso la poiesis, il fare dell’artista, che dà forma al vuoto, l’opera d’arte giunge ad esistenza, viene all’aperto. Lete è il fiume dell’oblio. Tutto ciò che in esso è immerso viene obliato. Ma ponendo la “a privativa “davanti alla parola Lete, ecco che l’oblio, esce dal suo nascondimento, si disvela e giunge alla luce. L’opera d’arte dunque si lascia vedere. E’ un lasciarsi vedere  ponendo così in opera la sua verità. Viene alla luce il suo senso che apre, essendo l’opera d’arte una struttura di rinvio, ad un universo di significati, dunque ad un dire poetico. L’opera d’arte si rivela attraverso il dire,  nella sua poesia. Si rivela dunque attraverso il linguaggio, attraverso una manifestazione linguistica, attraverso il poetare. Il senso dell’opera va detto all’interno di una dimensione storico- linguistica, storico ermeneutica. Qualcosa che si manifesta nel tempo dunque nella storia. La parola arte nella sua radice  “ar” custodisce il senso del fare, si pensi alla poesia, che rinvia al greco “poiein” che vuol dire “produrre”, completa quell’accompagnare le cose nel loro farsi. Ma ha anche la sua radice in “ir” rito (sanscrito).  Nell’arte e nel rito si celebrano le figure della vita della morte e del sacrificio (sacrum facere), ove il celebrante si pone fuori di sé (ex- statico),  per divenire un dio, vivendo i segreti dell’assoluto e il mistero della visione, l’eidos, ove lo sguardo immobile del pensiero si fissa sulla mobilità dell’esperienza alla ricerca del simbolo ( “sym-ballein” ) quell’insieme spezzato che mantiene in sé traccia della propria differenza. Gli strumenti dell’arte, le materie o la materia provengono dalla terra ma anche dal cielo. Lo sguardo artistico dovrebbe riuscire a sentire il loro respiro, rivolgendo loro una preghiera, sentire ciò che la terra rilascia e  ciò che la terra richiede. Quando il suo logos decide il caos, la terra  divora tutte le cosmologie e tutto l’ordine che il pensiero umano ha cercato di dare alle cose (Galimberti). L’artista chiede alla solidità della terra di piegarsi allo strumento.  La materia infatti oppone resistenza all’arte. L’arte dunque non è indifferente alla materia la quale è condizione di possibilità che resta possibilità che si sottrae alla forma. La materia mostra resistenza al mutamento come parte materiale del tempo stesso che sta nella sua irreversibilità lasciando dietro di sé un residuo, una traccia che segna i corpi. Materia è substrato originario e tuttavia tensione verso la forma, tempo nel suo mutamento, movimento che fa uscire da sé ciò che è in sé e lo mostra. Substrato e tempo non orientato e tuttavia progetto verso la cosa che si costituisce nell’ergon nell’attività poietica dell’uomo. Dice Merleau- Ponty  ne “l’Occhio e lo Spirito”, le scarpe del contadino  che Van Gogh dipinge in un quadro non si esauriscono nella sua rappresentazione, ma raccontano un mondo di campi, di lavoro, povertà e di fatica. Una immagine di un mondo contadino, facendo emergere dunque quell’invisibile che sta dietro il visibile. Viene alla luce il mistero della Visione, l’Eidos, ma anche il senso di sacralità della vita. Clair ne denuncia l’oblio, la sua lontananza. La Madonna del Parto di Monterchi di Piero della Francesca, accenna Clair, esibisce la sua gravidanza. Per secoli, le giovani donne di Monterchi che stavano per diventare madri venivano a contemplare questa immagine per chiedere aiuto a colei che essa rappresenta. E ricorda come le effigi della donna col bambino come le dee madri dell’Anatolia, da cui parte un telos che ci porta dunque alla Madonna, sono spesso collegate ai luoghi in cui si celebra la morte ma anche la natività. Il nascere della vita. Oggi, questo affresco, scorporato dal suo luogo naturale ha perso quel senso di sacralità divenendo oggetto di curiosità turistica. Dice infatti Malraux: “ Da quanti secoli la religiosità non ha più scosso il mondo…” E Karl Kraus citato da Clair: ”Quando il sole della cultura è basso all’orizzonte, anche i nani proiettano lunghe ombre”. Dunque, oggi, l’evento del mondo post-moderno si dà come immagine del mondo nella sua massima alienazione  ma va tuttavia pensato anche come momento epocale dell’epopea dell’umano.
6     Numero
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online da dicembre 2013  / Ultimo aggiornamento:  25 febbraio 2014
Nato a Milano nel 1936, si laurea prima in Filosofia, poi in Paletnologia presso l’Università degli Studi di Milano.Negli anni 70 e 80 ha cogestito la Galleria di Porta Ticinese a Milano
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Mario Borgese
OPINIONI
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