Vedi anche la rivista ABACO da lui curata insieme a Paolo Bolpagni, e Luca De Silva
Leggi... Leggi.. Leggi.. Leggi.. Qui trovi i numeri pregressi Leggi... Leggi... Leggi.. Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Torna alla pagina principale... L'apocalisse di Jean Clair       di G.Dradi Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi... Leggi...
INTERVENTI
Un intervento di Giampaolo Di Cocco
Giampaolo Di Cocco
SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
Con questo intervento, Giampaolo Di Cocco riflette polemicamente sulle tesi espresse da Clair. Ci fa piacere che anche qualcuno, diciamo così, di “parte avversa” apra un dialogo su questi temi... 18 gennaio 2014 RISPONDO A JEAN CLAIR CHE L’ARTE NON È UN FALSO Perchè, forse, è solo “relativa” Siamo franchi: il valore che si attribuisce all’opera d’arte è un valore mutevole e soggettivo; nemmeno le opere più indiscutibili rappresentano valori assoluti, in Polinesia nessuno attribuisce un valore al Mosè di Michelangelo  in quanto opera d’arte;  ogni cultura ha i suoi eroi, che non sono però gli stessi di una cultura diversa. Alberto Moravia chiudeva un suo esilarante racconto con la considerazione che non ci sono solo gli artisti per chi si intende di arte ma ci sono anche quelli per la gente che non se ne intende. Si può quindi scrivere la seguente ipotesi: “ I valori che si attribuiscono ai lavori artistici sono relativi agli ambiti culturali nei quali  avviene l’attribuzione”, ove per “ambito culturale” si intende il modello di cultura osservato  da un insieme, o sub- insieme,  sociale. Corollario di tale ipotesi è che i valori che si attribuiscono non sono paragonabili tra loro e quindi non ci sono valori superiori o inferiori ad altri valori. C’è l’arte per i ricchi, l’arte per i poveri, l’arte per gli europei, l’arte per gli asiatici, l’arte per i colti e quella per gli incolti, eccetera eccetera, tutte queste specificità s’incrociano e si moltiplicano e non ha quindi  senso usare un criterio di giudizio valido in uno di questi ambiti per definire il livello di artisticità di manufatti all’interno di un altro ambito. Si presenta poi, oltre a quello del giudizio di valore, un altro problema, quello dell’uso del manufatto artistico. Infatti anche per questo si verifica la  stessa molteplicità di ambiti  già emersa per i giudizi di valore. Se probabilmente collezionare e museificare opere d’arte non ha senso per un cammelliere arabo, nella nostra società il collezionismo di pressoché qualsiasi bene materiale e il conseguente atteggiamento museale si pongono a fondamento della nostra cultura, almeno a partire dal Rinascimento. L’atteggiamento collezionistico che si rivolge ai Koons e ai Botero, costituendo a sua volta un ambito culturale particolare, ha le sue proprie regole nelle attribuzioni di valore; per esempio esso non implica  di necessità un giudizio di valore positivo riguardo all’oggetto che si colleziona: l’unico parametro valido in questo caso è il convergere dell’interesse di più collezionisti sull’oggetto in questione e il conseguente aumento esponenziale dell’offerta economica per assicurarsene il possesso, sia che esso abbia dei contenuti sia che non li abbia: è semplicemente  questo interesse convenzionale che ne costituisce il valore. Vero è che resta difficile capire come mai l’interesse del collezionismo d’arte si sia rivolto, fino a contenderseli a colpi di milioni, ai lavori di Koons, Botero, Hirst: sembrerebbe che proprio la mancanza di qualità e di significato porti all’aumento esponenziale dell’interesse collezionistico. Ma tant’è: de gustibus non est disputandum dicevano gli antichi e - aggiungeva il regista Fassbinder - il successo non si discute, né ci proveremo noi. Ed anche quello della copia, che sembrerebbe un gran problema, se riportato nel mondo del collezionismo milionario non lo è affatto, così come non lo era quello della maggiore o minore autenticità delle reliquie di un santo nel medioevo: il fatto che esistono dodici stinchi di S. Rocco, ventisei teschi di S. Bartolomeo, quarantacinque scapole di S. Dionigi non ha mai impedito che i cosiddetti fedeli dedicassero a ognuno di questi resti una convinta e caparbia adorazione. Ricordiamo però, forti di quanto abbiamo affermato più sopra,  che quanto accade nel collezionismo milionario del Nord America e del Regno Unito, è un fenomeno culturale limitato, che interessa ad un numero limitato di persone, che va accettato, in questi termini ridotti, come un qualsiasi altro modello di cultura di un qualsiasi altro ambito culturale. Non c’è quindi da scandalizzarsi se un gruppo di collezionisti compra per milioni opere che altri gruppi di persone giudicano discutibili e prive di valore; certo è che il denaro deve avere un buon profumo, perché laddove esso scorre si precipitano a frotte i membri di ogni e qualsiasi insieme sociale e i media internazionali ne sono attratti irresistibilmente. Il denaro è forse l’unica forma di valore che mette d’accordo tutti. E infatti i critici d’arte, Jean Clair compreso, di cosa parlano se non di denaro e di come esso viene investito? E’ l’enormità dell’investimento che costituisce alla fine il valore dell’opera, la quale più priva di significato estetico è, tanto meglio mette in rilievo il valore economico che ruota intorno ad essa, l’autentico valore. Scandaloso non è tanto questo fatto, in fondo fenomeno tipico di tutto il collezionismo, dalle  Ferrari ai diamanti, dalle mutande di Mussolini alla chitarra di Elvis Presley; né scandaloso troviamo il fatto che denaro  e arte moderna vengano appaiati nelle aste di Sotheby: è un fenomeno tipico in certi settori della nostra società e come tale va accettato. Lo scandalo, se così vogliamo chiamarlo, è dato dal fatto che per i critici d’arte e per i media di ogni tipo l’arte di cui si parla  è solo ed esclusivamente quella appunto dei Botero e dei Koons, quella cioè per cui un dato gruppo di collezionisti spende milioni. L’arte valida in altri ambiti culturali, per esempio in quello dei collezionisti intelligenti e appassionati, in quello delle gallerie come lo è stata un tempo quella di Leo Castelli a New York, non riscuote invece per critici e giornalisti d’arte altrettanto interesse; la conseguenza è che quando si parla di arte contemporanea ad alto ed altissimo livello, per i critici e i media si parla di arte milionaria e non di altro, di qui il successo critico e mediatico di Koons, Botero, Hirst. Paradossalmente, lo stesso Jean Clair rafforza questo stato di fatto: come asseriva il fascista Almirante, parlare male di qualcuno ne conferma comunque l’esistenza e la forza. Anche il nostro critico, pur facendo il Solone che scuote il capo, corre là dove il denaro scorre, anche lui s’adegua a questa situazione, portando così a modo suo conferme al valore del pur deprecato Botero, dello scandaloso Koons. Se a Jean Clair non interessasse Jeff Koons, non ne parlerebbe. Ed in effetti è difficile uscire da questo circolo e riuscire a portare l’attenzione  del vasto pubblico verso lavori dotati di contenuti interessanti, ma non oggetto di contese milionarie. Forse il problema è davvero insito nel nostro sistema mediatico, legato al modello di cultura dominante che privilegia la ricchezza. Il che vuol dire che alla fine il problema è anche politico; la recente cancellazione dell’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole la dice lunga sull’impostazione culturale dei nostri politici. Come per il foot-ball, per l’avanspettacolo e per il papa, anche per la ricchezza le nostre televisioni impegnano  le ore d’ascolto e le immagini migliori e di conseguenza questi soggetti sono  tra i più dibattuti e seguiti a livello popolare. Portare anche l’arte con i suoi significati al livello di attenzione popolare vuol dire investirci in termini di pubblicità televisiva: se ad ogni apertura dei diabolici apparecchi si mostrasse un pittore che dipinge, i nostri ragazzi probabilmente vorrebbero divenire artisti e non calciatori o prostitute.  
Nato a Firenze nel 1947, è artista, architetto e scrittore. Nei suoi lavori esplora l'interazione tra arte e architettura. Ha realizzato installazioni permanenti in varie città europee, tra cui Marsiglia, Gibellina, Duisburg, Colonia, Skagen (DK), Follonica, Berlino, Seggiano, Firenze.
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Questo numero è online da dicembre 2013  / Ultimo aggiornamento:  25 febbraio 2014
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