codice ISSN 2239-0235  
questo numero è online dal 1/5/2014                            ultimo aggiornamento il     6/09/2014
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Il sommario
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Il Cristo sta sempre da Dio 5 settembre 2014 Avrete senz’altro seguito la polemica di qualche tempo fa sulla nuova installazione del Cristo morto del Mantegna a Brera. La nuova posizione del dipinto è stata curata da Ermanno Olmi, il famoso regista. I dissensi riguardano il fatto che il dipinto è stato collocato a soli 60 centimetri da terra, adducendo motivazioni prospettiche che si possono, o no, condividere. Recentemente contro questa collocazione si è espresso anche Flaminio Gualdoni con le solite caustiche espressioni che lo distinguono. Gualdoni è un critico che nel 2001 (da giovane) pubblicava un piccolo saggio dal titolo “Il trucco dell’avanguardia” in cui criticava aspramente i capricci dell’arte contemporanea. Ora invece (diventato adulto) commenta positivamente qualsiasi bizzarria dell’arte contemporanea, da ultimo, anche la “Merda” di Manzoni. È come quei tali che, in politica, da giovani stavano in Lotta Continua e che da grandi sono passati a Forza Italia. Quanto al Cristo di Mantegna, Gualdoni non si accorge che, comunque tu lo metta, il Cristo sta da Dio. *** La cucina delle idee 24 giugno 2014 Qualche tempo fa avevamo detto che con la cultura si mangia: ebbene eccone una decisiva e determinante conferma. Si tratta di un pezzo critico sull’opera di un artista apparso sul n. 310 di “Art & Dossier” del maggio 2014. Eccolo: “Certamente sia l’ironia che il détournement hanno un ruolo centrale nella sua poetica [...] ma la sua opera, a mio parere, ha essenzialmente a che fare con il suo rapporto con la morte: l’effimero del suo lavoro, così come il suo impulso a controllare il caso e a congelare il tempo, hanno a che fare con il suo rapporto con il tempo e l’idea di finitudine”. Ora vi chiederete chi sia l’artista e quale sia l’opera che ha meritato di scomodare gli inafferrabili concetti di tempo, “finitudine” e morte. E – inoltre - cosa c’entri il mangiare. Ebbene l’artista è Daniel Spoerri e l’opera è Il bistrot di Santa Marta presentata a Milano a gennaio 2014 alla Fondazione Mudina, che consiste in una serie di attrezzi da cucina incollati su un pannello. Per chiarire gli inafferrabili concetti, Daniel Spoerri viene interpellato direttamente e così risponde: “Io non faccio che mettere un po’ di colla su degli oggetti; non mi permetto alcuna creatività” (Cfr. Dictionaire de l’Art moderne e contemporain, Parigi 2006). Al critico non è venuto il sospetto del perché Spoerri ci metta la colla? Semplice. Quei concetti sarebbero altrimenti inafferrabili e volerebbero via… coi profumi della cucina! *** La qualità dei falsi... 10 giugno 2014 Anche “Brutti & Cattivi” contribuisce allo stimolante argomento della qualità in arte, e lo fa aggredendo una seconda volta alcuni mostri sacri dell’arte del XX secolo. Ecco i fatti: una tesi di laurea presentata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2013 si è occupata del mercato dei falsi nelle opere d’arte. Ebbene i più falsificati a livello internazionale sono Picasso, Mirò e Warhol. In Italia, invece, sono De Chirico e Fontana. Perché non lo sono Fattori, Segantini o Boccioni (senza voler scomodare Raffaello o Michelangelo)? Mi direte che è perché la produzione di Raffaello e Michelangelo è ormai nota nella sua completezza. Così come potrebbe essere quella di Fattori, Segantini e Boccioni. Ma non vi viene il sospetto che sia più facile falsificare un Fontana che non un Boccioni? Per non parlare di Picasso o di Mirò… Quando furono ritrovati i falsi Modigliani nel fiume di Livorno (quelli fatti con il trapano Black and Decker dai tre studenti burloni che trassero in inganno alcuni tra i più rinomati storici dell’arte italiana) qualcuno disse: “Avrei voluto vedere se la leggenda delle sculture rifiutate e buttate in fondo al fiume dall’artista avesse riguardato Bernini e non Modigliani. Sarebbe dura rifare il “Ratto di Proserpina” con un trapano comprato al Brico Center!” *** Istruiti in fuga  27 maggio 2014 Tutti sappiamo come maghi e fattucchieri prosperino presso gli ignoranti. Ecco allora come furbetti curatori di mostre d’arte contemporanea hanno ricevuto un aiuto poderoso da parte dell’ex ministro Gelmini. Forse non ci ricordiamo, ma quand’era ministro con la sua riforma è successo che: -ha abolito gli Istituti d’Arte -ha ridotto le discipline artistiche nei nuovi Licei artistici -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio dei Licei Classici -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio dei Licei Linguistici -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio degli Istituti per il Turismo -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio degli Istituti per la Grafica -ha cancellato la Storia dell’arte (zero ore) per i Geometri -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio dei Licei di Scienze Umane -ha abolito la disciplina di Disegno e Storia dell’arte nel nuovo Liceo Sportivo Adesso i giovani studenti italiani possono tranquiollamente diventare preda di qualunque imbonitore che spacci qualunque cosa per artistica. All’estero saranno più competenti. A noi, quindi, non resta che la fuga. Magari attraverso quel tunnel del Gran Sasso dove corrono i neutrini fino a Ginevra. *** Mangiare con la cultura  20 maggio 2014 Ora vi scandalizzerò. Perché non resisto  ad aggredire un mostro sacro della storia dell’arte. Si tratta di quel quadro di Gauguin, ritrovato più o meno il mese scorso (il qiorno 1° aprile, ma non è un “pesce”, visto che per l’entusiasmo della scoperta si è scomodato persino Franceschini, il nostro ministro della cultura) e “scoperto” da uno studente della facoltà di architettura appassionato di storia dell’arte, figlio di un siciliano immigrato a Torino . Il quadro era nella cucina del fortunato lavoratore siculo, che l’aveva acquistato anni fa per 45 mila lire (circa 23 euro) al dopolavoro ferroviario tra gli oggetti smarriti in treno e finiti all’asta. Il figlio studente di architettura, sospetta che sia una cosa importante: fa ricerche e scopre che si tratta proprio di un Gauguin, rubato nel 1961 in Inghilterra. A quanto pare, secondo fonti giornalistiche, giuridicamente il padre dello studente rimarrà proprietario del dipinto, che oggi è valutato 10 milioni di euro. Se ne deduce che sia chi l’ha ritrovato che gli organizzatori dell’asta e il pubblico dei visitatorii non hanno riconosciuto nell’opera il capolavoro che era. Tre considerazioni. La prima: ancora una volta se un’opera non sta in un museo o in una galleria prestigiosa, nessuno la riconosce come capolavoro. E questa volta non si tratta di un pezzo di ferro “concettuale” o di un apriscatole (vedi più sotto). È una semplice natura morta. La seconda: in cucina quel quadro meritava di stare per la modestia del soggetto e della pittura che potrebbe essere simile a qualsiasi altra “naturella mortina” che si trova oggi sui navigli di Milano.  Ma il feticismo della “firma” fa diventare capolavoro qualsiasi parto seppur misero di un grande artista. Quanti di voi, ogni tanto, fanno qualche opera che poi risulta modesta? Senza alcun problema, sSerenamente la si cambia o la si butta. La terza considerazione è che il figlio dell’immigrato siciliano, appassionato e studioso di storia dell’arte, riconoscendo il dipinto, ha fatto fare al padre un formidabile affarone.. Da cui si deduce che non è vero che con la cultura non si mangia. E non solo perché il quadro stava in una cucina... *** Un amore tagliente  2 maggio 2014 Provate a leggere quello che segue. Vi prego: non annoiatevi. cercate di bere fino in fondo questo bicchiere che contiene una sorprendente descrizione di un’opera d’arte. Le parole sono combinate con il collaudato linguaggio del “critichese” che non disdegna neppure alcune allusioni erotiche, tanto per spruzzarci sopra un po’ di ...pepe. Ripeto: non vi annoiate. Alla fine vi dirò cos’è l’opera a cui si riferisce.  «La particolare nudità della sua estremità corta, brutta, simile a una lama e sorprendentemente minacciosa incarna una mascolinità aggressiva, ulteriormente sottolineata dal suo contrasto formale e simbolico con una spirale frivola e declinante, la quale ruota liberamente intorno a un unico asse che la schiavizza, rappresentando così una pura femminilità inutile. Questi due motivi sono sostenuti simbioticamente in un'unica e potente composizione, non per questo meno universale e promettente, nonostante la sua dimensione miniaturistica e il materiale banale. Se avesse posseduto una preziosità commisurata alla sua grandezza, come un esemplare di oreficeria, avrebbe smarrito il suo scopo, perché il suo messaggio riguarda sia gli uomini che le donne, come comune denominatore della condizione umana. E se fosse stata gigantesca (e occorre ammettere la sua essenziale monumentalità) avrebbe esagerato, rendendola eroica, la banalità cosmica del suo tema. No, misura e sostanza, insieme, ne rafforzano l'immagine e il senso: un capolavoro di condensazione, una grande affermazione [dell’artista], dal cui fertile genio sono scaturite tante opere notevoli, degni membri di quel circolo di opere urgenti e insistenti definito dal San Giorgio di Donatello e dalla Mademoiselle Pogany di Brancusi». L’articolo è apparso sulla rivista Chronique des Beaux-Arts. Visto i paragoni? L’opera sfida mezzo millennio d’arte plastica (da Donatello a Brancusi). Sarebbe stata venduta, anni fa, alla Frankfurter Kunsthalle per un  milione di marchi. Si tratta di un apriscatole. Viste le allusioni erotiche dell’inizio della descrizione critica possiamo anche noi commentare che ci hanno rotto… le scatole? ***
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BRUTTI&CATTIVI
di PICTOR ANONYMUS Diari, aneddoti e riflessioni di un pittore tanto arguto quanto malizioso...
Daniel Spoerri, " Utensili di cucina"
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