codice ISSN 2239-0235
questo numero è online dal 1/5/2014 ultimo aggiornamento il 6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Il sommario
LA QUALITÀ
ARTISTICA
Cinquant’anni dopo il saggio Apocalittici e
integrati e cento anni dopo Duchamp
Non è semplice cercare di definire i parametri della
qualità artistica. Spesso su queste pagine ho avuto
modo di esprimere le mie perplessità rispetto ad
alcune manifestazioni artistiche che paiono
ripercorrere – a volte stancamente, a volte in modo più
creativo – le mille strade aperte dalle Avanguardie
storiche e in particolare dall’idea duchampiana di
ready made e di sradicamento totale delle modalità
artistiche tradizionali. Si potrebbe affermare, con
buona approssimazione, che l’arte attuale, è diventata
sostanzialmente non più ricerca di forme espressive
che testimonino la capacità dell’autore di comunicare
trasformando la materia grezza in opera ma la sua
capacità di comunicare un messaggio attuata
attraverso un procedimento esclusivamente
concettuale di inventare nuovi scenari attraverso una
diversa contestualizzazione di oggetti esistenti; la
pratica artistica, in definitiva, inventata da Duchamp.
Apocalittici e integrati
Sono trascorsi cinquanta anni da quando Umberto
Eco, poco più che trentenne, pubblicava nel 1964
Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e
teorie della cultura di massa, uno dei suoi testi più
famosi di semiologia e di analisi dei linguaggi.
Nonostante l’età il testo conserva freschezza di
impianto e una non comune capacità divulgativa di
mettere a fuoco e analizzare questioni fondamentali
per la decodificazione della comunicazione nell’età
contemporanea. Se si pensa alla ricchissima
bibliografia che, a partire dai primi anni sessanta, ha
caratterizzato in un costante crescendo la cultura sulla
comunicazione; se si pensa alla crescita esponenziale
che la stessa cultura sulla comunicazione ha avuto in
campo didattico, soprattutto in Italia, con la nascita, la
proliferazione e l’attuale sovrabbondanza di corsi di
studi universitari dedicati, non si può non constatare
come in questo mare magnum sono pochi in definitiva
– come d’altronde sempre accade in tutte le discipline
− i testi destinati a rimanere nel tempo. Apocalittici e
integrati è uno di questi.
Eseguito questo doveroso omaggio, mi piace ricordare
− in sintonia con quanto sostiene una marginale ma
importante componente della critica d’arte
contemporanea – come alcuni passaggi del testo di
Eco relativi a considerazioni sui linguaggi dell’arte
rivelino una sorprendente attualità.
Provo brevemente a ricordarne alcuni momenti che
ritengo importanti per il dibattito in corso nella critica
d’arte sul senso del “fare arte oggi”.
Avanguardia e Kitsch
In questo ambito Eco centra alcuni punti del tutto
condivisibili, in particolare nel capitolo La struttura del
cattivo gusto: nel paragrafo Kitsch e cultura di massa
l’autore, tra l’altro, riprende la fortunata formula
sostenuta da Clement Greenberg in Avant-garde and
Kitsch secondo la quale “mentre l’avanguardia
(intendendola in generale come l’arte nella sua
funzione di scoperta e invenzione) imita l’atto
dell’imitare, il Kitsch (inteso come cultura di massa)
imita l’effetto dell’imitazione.” E continua poco dopo:
“[…] l’avanguardia nel far arte pone in evidenza i
procedimenti che portano all’opera, ed elegge questi
ad oggetto del proprio discorso, il Kitsch pone in
evidenza le reazioni che l’opera deve provocare, ed
elegge a fine della propria operazione la reazione
emotiva del fruitore”: al proposito, in nota, Eco ricorda
che “è questa la tematica della morte dell’arte […]”.
Preso atto di questo aspetto dell’analisi di Greenberg
però Eco ne sviluppa l’assunto rovesciandone le
conseguenze, precisando che il processo della nascita
del Kitsch “non nasce come conseguenza dell’elevarsi
della cultura d’élite su livelli sempre più impervi; il
processo è assolutamente inverso”. E qui l’autore
dispiega un altro interessante momento di analisi,
ricordando che l’arte incomincia ad elaborare un
concetto di avanguardia quando, per i motivi storici e
sociali più vari, si afferma, verso la metà
dell’Ottocento, una cultura di massa che va dal
romanzo popolare a una iconografia generale e
personale non più delegata alla ristretta cerchia delle
arti tradizionali ma che trova nella fotografia lo
strumento moderno di imitazione del mondo, nel senso
di riproduzione bidimensionale più o meno vicina alla
realtà percepita visivamente. A quel punto l’arte deve
guardare altrove non solo a una rappresentazione
realistica del mondo: nasce l’impressionismo e di
seguito tutti i movimenti ismi che hanno caratterizzato i
primi decenni del Novecento, alcuni dei quali noti
appunto come le Avanguardie storiche.
Ecco allora che, per Eco, si sviluppa un complesso
rapporto dialettico tra avanguardia e Kitsch “poiché
non solo l’avanguardia sorge come reazione alla
diffusione del Kitsch, ma il Kitsch si rinnova e prospera
proprio ponendo continuamente a frutto le scoperte
dell’avanguardia”. Intuizione geniale che spiega ancor
oggi molti meccanismi dell’industria culturale e
dell’arte, visti come “una continua dialettica tra
proposte innovatrici e adattamenti omologatori”. Il
flusso avanguardia-Kitsch-avanguardia-Kitsch… può
essere forse oggi precisato, per quanto riguarda
l’aspetto più strettamente inerente all’arte come un
flusso avanguardia-arte-comunicazione-Kitsch…, là
dove l’inserimento del termine comunicazione serve a
evidenziare quanto questo aspetto stia prevalendo
nella ricerca artistica attuale. Quante performance,
installazioni e manifestazioni le più varie oggi hanno lo
scopo non solo di stupire rifiutando il linguaggio
tradizionale – prerogativa questa molto praticata da
Duchamp in poi: al proposito ricorrono esattamente
cento anni da quando Duchamp presentò,
investendolo dell’aura concessa all’opera d’arte, il suo
primo ready made – ma soprattutto pongono in primo
piano non l’aspetto formale dell’opera ma il suo
messaggio. L’antica dialettica forma-contenuto, o se
vogliamo, più modernamente, significato-significante,
si sviluppa in modo nuovo e se ancora nell’epica
duchampiana resisteva un margine di contemplazione
verso l’objet trouvé, nelle manifestazioni artistiche di
oggi spesso prevale la trovata ad effetto: ed ecco che
si ritorna al Kitsch in questo perpetuo mordersi la coda
con l’avanguardia.
La qualità artistica, oggi
È stato necessario ricordare questi aspetti e queste
tappe dell’arte contemporanea e della sua critica per
aiutarmi a rispondere alla domanda iniziale sulla
qualità artistica oggi, la cui risposta personale non può
essere che per esclusione/deduzione: i dubbi che
costellano il mio percorso di autore e osservatore delle
vicende artistiche contemporanee mi spingono a
essere diffidente verso certe modalità, più o meno
spettacolari o minimaliste che siano, praticate da
buona parte dell’arte attuale; sono quelle modalità
sulle quali ho già avuto modo di intervenire in qualche
mia precedente nota apparsa su queste stesse pagine
(tra cui l’articolo Ambiguità e banalità del
contemporaneo, pubblicato nel 2006 sulla rivista
Around Photography e riproposto sul n° 6 del
riContemporaneo.org).
Alla luce di queste mie diffidenze verso un’arte
divenuta comunicazione spettacolare − spesso voluta
e imposta da un mercato che deve autoalimentarsi per
evitare il crollo di tanti miti sul limite della bolla
speculativa – è evidente che per me la qualità dell’arte
consiste nella ricerca faticosa, lenta, problematica di
forme e modi nuovi di interpretazione del mondo,
guardando non solo al mercato e ai desiderata di
galleristi, critici e curatori spesso interessati solo alla
creazione di nuovi fenomeni da lanciare sul mercato,
ma guardando nel profondo della propria anima, per
cercare quegli stimoli, quelle motivazioni profonde da
cui può veramente scaturire il corto circuito tra il
pensiero, il talento personale e la necessità/capacità di
contribuire alla decodificazione del mondo e della
nostra presenza su di esso.
Un’arte lenta e faticosa, che non vuol dire
necessariamente modesta o contenuta o poco
spettacolare o del tutto disinteressata all’aspetto
economico, ma che − rifiutando il Kitsch, come
ricordava Eco citando Greeberg, che imita l’effetto
dell’imitazione – si sforzi davvero di trovare strade
nuove e convincenti di interpretazione del mondo, non
importa se realizzate con una installazione grandiosa
come i Sette Palazzi Celesti di Kiefer all’Hangar
Bicocca di Milano o con una piccola scultura-
installazione di pochi centimetri realizzata con un
legnetto e un po’ di fil di ferro da Fausto Melotti.
Se oggi è impensabile poter fare arte rintanato come
un bohémien squattrinato in una soffitta di Parigi o
andandosene a Tahiti, dovrebbe però essere doveroso
fare arte ribaltando il pensiero dominante e sapendo
che non siamo fatti della stessa materia dei soldi ma di
quella dei sogni.
Pio
Tarantini
Fotografo e
giornalista-critico di
fotografia, è nato nel
1950 a Torchiarolo,
nel Salento. Dal 1973
vive a Milano
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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