codice ISSN 2239-0235
questo numero è online dal 1/5/2014 ultimo aggiornamento il 6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Il sommario
PAROLE SVUOTATE DI
SENSO
Tra successo, qualità e significatività
Non c’è bisogno di scomodare il solito Hegel per
ribadire che l’aumento smisurato di un fenomeno ne
altera le caratteristiche e la qualità. È sotto gli occhi di
tutti l’esplosione planetaria di creatività, resa possibile
dai tanti aggeggi tecnologici oggi disponibili, che, se da
un lato costituisce un fattore positivo, dall’altro
contribuisce a rendere sempre più intricata la
confusione che ribolle nel sistema dell’arte.
Delle migliaia di aspiranti artisti - per limitarci alla sola
Italia, che ogni anno si buttano nella pugna con le
strategie più disparate (vedi qualche tipologia,
brillantemente descritta da Luca Beatrice nel suo libro
L’invenzione dell’artista come star) tese a far conoscere
il loro talento ai nuovi collezionisti, mercanti, galleristi o
presunti tali, a suon di eventi, fiere e similari - soltanto
un risicato numero riesce a consolidare la propria
posizione e a collocarsi in un mercato sempre più
inflazionato.
Nonostante questo duro passaggio, non si può negare
che mai come oggi si rivolge tanta attenzione agli
emergenti, e non soltanto per un rinnovato ricambio
generazionale. Non si deve anche dimenticare come,
alle nostre latitudini, la meritocrazia risulta da sempre
latitante. Questo spiega anche la “qualità” media delle
nostre scuole, accademie e sedi qualificate, per fortuna
salvate da minoranze di docenti, la cui onestà e
professionalità non possono essere messe in
discussione.
La formazione è fondamentale in ogni settore, e in
questa specifica fase la conoscenza assume un ruolo di
primaria importanza. Ricordiamoci che il nostro è un
paese senza memoria e corrotto come nessun altro
paese occidentale. In uno scenario simile, anche la
parola “qualità”, a parte le poche famose eccellenze,
nella quotidianità risulta sparita completamente o
assume una connotazione negativa. Per tornare
all’argomento, è usata quando un autore, rifacendosi ad
un suo predecessore o a esperienze già trascorse,
manifesta una scarsa comprensione generale ed
esprime un risultato di qualità inferiore. La storia della
critica ci ha ampiamente dimostrato quanta poca
stabilità abbia questo termine a livello intersoggettivo,
con innumerevoli esempi di esperienze artistiche
ignorate o fraintese che poi, in un momento successivo,
con altre modalità di ricezione, si sono rivelate proficue
e ricche: grandi maestri di un tempo che sono diventati
minori, e viceversa.
Le cose sono sempre più complesse di come, in un
primo tempo, appaiono.
Qualità e successo non vanno, facilmente, a braccetto.
Pensate a Cézanne, alle sue brutte opere giovanili e a
quanto impegno e fatica ha profuso in tutta la sua
carriera, con l’incanto delle stupende opere che ci ha
lasciato. Come non citare, oggi, una sua affermazione:
“Il lavoro che fa realizzare un progresso nel proprio
mestiere è compenso sufficiente per l’incomprensione
degli imbecilli”.
Ci si domanda: perché precludere, proprio all’artista, la
rivendicazione di “libero professionista”, tanto sudata e
mai considerata pienamente, anche se proprio l’atto
creativo, così a sé stante, è, fra le attività umane, quella
più inutile, e la parola “arte” è diventata troppo generica
e poco specifica?
E perché mai il nostro artista non dovrebbe poter
aspirare, come per tutte le altre professioni, al
successo? Verrebbe da dire: chi non cerca il successo,
alzi la mano!
Tutti e dappertutto sono spinti a conquistare il successo,
a migliorare la propria esistenza, a diventare meno
poveri, a prescindere dal grado di cultura e di talento.
Scalfari sostiene che la molla che spinge a inseguire il
successo sia dovuta al fatto di pensare che, avendo
successo, si lascerà una traccia, si potrà essere
ricordati.
Io proprio non credo che rincorrere il successo possa
coincidere con la realizzazione di se stessi, che è la
cosa cui ognuno di noi dovrebbe aspirare. Realizzare se
stessi, esclude in partenza ogni ingannevole spinta
esterna a diventate quello che non si è in grado di fare
sulla base di modelli sociali che ci vengono
rappresentati.
Secondo me occorre invece recuperare parole perse
per strada, quali per esempio onestà, l’onestà con se
stessi, evitando di puntare al consenso e al
riconoscimento o alla furbizia di captare lo spirito del
momento per un piatto di lenticchie… Meglio rivolgersi
ad esplorare e sviluppare una propria più approfondita
narrazione personale.
Utilizzare la parola “significatività”, in questo caso,
esprime miglior senso concettuale rispetto
all’ingannevole utilizzo del termine “qualità”, riferendoci
a quella capacità generativa propria dell’opera di
innescare altri processi pieni di significati germinativi
capaci di diventare motori d’impulsi verso lo sviluppo
della narrazione collettiva dell’arte.
E tutto ciò con la piena consapevolezza dei rischi insiti,
perché nulla è assicurato che avvenga o non avvenga,
hic et nunc o mai più. In quanto, come per la scienza -
nell’evoluzione biologica il patrimonio genetico di una
determinata popolazione dipende in gran parte da fattori
casuali, mi riferisco alla deriva genetica - così, anche
per l’arte, esistono esperienze che in determinate
condizioni possono costituire una spinta generativa
come pure non diventarlo mai.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
Pittore e scultore, è nato a
Scilla in Calabria.
Laureato in architettura al
Politecnico, vive, insegna
e lavora a Milano
Mario
Benedetto
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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