codice ISSN 2239-0235
questo numero è online dal 1/5/2014 ultimo aggiornamento il 6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Il sommario
Anche se non strettamente in asse con l’indicazione
tematica di questo numero, la riflessione dell’amico
Tricarico, per le questioni che pone e per la pertinenza
dei riferimenti, non è un fuori-tema. Quando si parla di
arte e creatività nel rapporto tra linguaggi espressivi
diversi (qui la pittura e la musica), si evoca fatalmente
anche senza nominarlo il tema della qualità...
Indubbiamente diversi spunti del suo ragionamento
aprono anche una finestra sulla vexata quæstio del
rapporto tra figurativo e astratto, tra forma e contenuto,
tra segno e linguaggio. Una interessante sollecitazione
che queste pagine prima o poi dovranno raccogliere.
G.S.
LA VIA DELLA
CREATIVITA’
Sentire e operare tra musica e pittura
Dopo l’ascolto del concerto di Arnold Schönberg, Pierrot
Lunaire, Paul Klee nel 1913, annota nel suo diario:
“Muori piccolo borghese, la tua ora è segnata” (1).
La profetica dichiarazione di morte dei detrattori della
modernità, segna il trionfo del nuovo sulla retriva ostilità,
sulla reazionaria diffidenza, sulle paure della
conservazione. Analogo rifiuto del nuovo da parte del
grande pubblico, cinquant’anni prima, si era riversato
sugli artisti Monet, Renoir, Sisley, Degas Cézanne,
Pissaro. Un gruppo di pittori che rifiuta il chiaro scuro, la
tradizione realista, l’accademismo, per cogliere nello
scorrere del tempo l’attimo e la sua irripetibilità attraverso
la luce. Derisi, mortificati, dalla critica e dalla ufficialità
accademica, gli impressionisti sono i Rèfusès del Salon
parigino.
I musicisti Cage, Boulez, Kagel, Stockhausen, Berio, nel
processo speculativo del linguaggio che caratterizza la
loro creatività, arricchiscono gli elementi dell’estetica con
l’introduzione del rumore, del silenzio, della spazialità (2).
La fuga può essere interrotta da un unico suono: la
sirena dei pompieri (3), così come l’emissione vocale
rumoristica può evocare persone ferite, dolenti (4).
Concetti che segnano la ricerca che va dalla fine degli
anni cinquanta agli anni settanta del novecento, e che
trovano conferma in altre categorie dell’arte. Lucio
Fontana, sottrae sempre più il superfluo e giunge ai Tagli
spaziali; Alexander Calder, ai Mobiles, le opere teatrali di
Beckett, Ionesco, Arrabal sostituiscono la parola
letteraria con i gesti, i passi (2). Annullato il luogo della
condensazione emotiva: la tela, la parola, lo strumento
tradizionale e l’esecutore, tutto è fatto, tutto è detto. La
mistica del silenzio decreta la morte dell’arte. Per questi
artisti, ancora incomprensioni, dileggi e ostracismi, da
parte del “piccolo borghese muori” cui fa riferimento
Klee.
Lo scontro tra l’innovazione linguistica del creativo e le
forme già possedute dal fruitore, la distanza tra l’artista e
il suo pubblico, è la stessa che c’è tra il vertice e la base
di un triangolo. L’intervallo è colmato con gli anni.
Poiché trattasi di uno sviluppo dinamico, la distanza si
sposta ulteriormente senza annullarsi: mentre il pubblico
della base raggiunge il vertice, il vertice subisce ulteriore
spostamento da parte di altri artista che faranno del
proprio lavoro un’adeguata attenzione alla
contemporaneità e un’ulteriore riflessione linguistica.
Klee oltre che pittore, è anche musicista e musicologo,
per molti aspetti la sua pittura prima di fissarsi nel colore
e nel segno, passa e si intride di note e di parole. Nel
campo delle arti figurative ipotizza l’utilizzo del metodo
musicale per intendere profondamente la natura cosmica
verso la quale deve incamminarsi una rinnovata visione
dell’arte (5).
L’astrazione diventa ineluttabile necessità, obbligo per
l’artista.
Questo essere pittore e musicista allo stesso tempo, non
è la condizione per giungere alla via della creatività, non
coglie l’ignoto rapporto cui fa cenno Schönberg (6) a
proposito della creatività simultanea, con utilizzo di
linguaggio diverso, ma una semplice trasposizione di un
metodo o di specifico carattere di una categoria dell’arte,
all’altra. Un modo di intendere l’arte plastica come
rappresentazione diretta dell’assoluto. L’eliminazione del
supporto, della stampella di appoggio, del pretesto
figurativo, per raccontarsi e raccontare altro; una diretta
assunzione di nuove forme che siano in grado di dare
valori assoluti –astratti- alla pittura, così come avviene
per la musica.
Il desiderio di assoluto, verso il quale deve volgere la
pittura, come segno di modernità, non ha né valore di
lettura per immagini della musica, come è stato per tanti
pittori: Matisse per la quinta di Beethoven, Treccani per
la musica di Malipiero o, per quel che mi riguarda, i tanti
paesaggi musica; né tanto meno ha una sinestetica
condizione evocativa.
Klee nasce prima musicista e poi pittore. Cresce e si
forma nell’ambiente inebriante, acceso, e vitale dei primi
anni del novecento: suona Bach e Mozart senza
disdegnare Wagner, legge Nietzsche, conosce Einstein e
la teoria della relatività, Freud e la psicanalisi, le scoperte
scientifiche di Bohr, l’elettromagnetismo di Maxwell, i
futuristi, e poi Munch, Arp, Gropius e la Bauhaus.
Più tardi, fa la sua scelta definitiva: abbandona la musica
e la letteratura e si dedica esclusivamente alla pittura,
non prima di chiarire a se stesso di “dedicarsi prima a
sviluppare la sua personalità” attraverso la conoscenza
della vita reale (7). “L’arte che non è realista è già morta,
e l’arte che è solo realista è già morta ugualmente”,
scrive Pablo Neruda nei primi del novecento (8). I due
non si conoscono, non sanno l’uno dell’altro, eppure
sentono entrambi l’esigenza di vivere le esperienze della
vita; entrambi sono convinti che l’esperienza della vita va
vissuta non come fine dell’arte, ma come mezzo;
qualcosa che nasce dal suo attraversamento.
Il fitto carteggio epistolare tra Schönberg e Kandinky, che
a partire dal 1911 segna la grande amicizia tra i due
artisti: il musicista e il pittore, può essere letto come un
diario che perde il suo carattere di segretezza per
assurgere a valore di verifica della propria forma e dei
problemi artistici ad essa connessi, al di là dei temi
specifici e del linguaggio utilizzato. E’ sorprendente come
le affinità spirituali e le ricerche musicali e pittoriche di
entrambi concordassero tra di loro nonostante un utilizzo
diverso di linguaggio creativo.
… “ dobbiamo avere il coraggio di affrontarli senza
chiedere vilmente di avere la soluzione. E’ importante
che la nostra capacità creativa riproduca enigmi in base
a quelli che ci circondano, affinché la nostra anima tenti
non di risolverli, ma di decifrarli” (9).
...“Io voglio mostrare che la costruzione può essere
raggiunta anche in base al principio della dissonanza”
(10).
…“Solo le persone di valore, quelle impegnate
attivamente verso la ricerca di nuove soluzioni
comprendono, perché nelle arti in genere, esistono ignoti
rapporti i cui punti comuni non sono casuali (11)”.
I prodromi delle analogie nello sviluppo della forma tra i
due artisti, possono cercarsi nelle opere iniziali di
entrambi. Mentre Kandinky esegue le prime xsilografie
caratterizzate da un linguaggio ancora naturalistico
anche se evocativo e fiabesco, fino ad arrivare al Das
bunte Leben del 1907 (vita animata). Dove il nero di
fondo che si contrappone al segno bianco delle figure,
dei cavalieri, delle coppie di innamorati, trova
rispondenza nelle composizioni di Schönberg Pelleas
und Melisande del 1903 e ai Gurrelieder.
Affinità sorprendente si ritrovano in Manuale di Armonia e
Lo spirituale nell’arte.
Lo spirituale nell’Arte candiskiano è fondato
sull’irrazionalità: la realtà psichica non è distinta dalla
realtà fisica. Il segno nasce dal di dentro, dal profondo
dell’artista ed è inseparabile dal gesto che lo traccia. Le
Improvvisazioni di Kandinski sono segni senza alcun
supporto strutturale o ordine apparente; i punti, le virgole,
curve, rette, nubi di colore, macchie sono segni in cui è
difficile trovare linguisticamente un coerente discorso
(12).
E’ la rappresentazione visiva della forma musicale
ipotizzata da Schönberg in Pierrot Lunaire e Gurrelieder.
Sembrerebbe, così, che I’ignoto rapporto di
scionberkiana intuizione, sia determinato da una
vicinanza territoriale, una vita vissuta con gli stessi amici,
la frequentazione degli stessi ambenti. Picasso un giorno
va a trovare l’amico Braque, e nello studio è rapito dalle
opere cubiste, che invadono lo studio. Decide che le
deve fare meglio, perché la via del rinnovamento della
forma passa anche attraverso la scomposizione e
ricomposizione dell’oggetto: dalla tridimensione dello
spazio, alla bidimensione del piano. Michelangelo nel
viaggio che lo porta da Firenze a Roma per gli affreschi
della Cappella Sistina, fa una breve sosta ad Orvieto,
vede il Giudizio Universale di Luca Signorelli e decide,
anch’egli, di doverlo fare meglio! Che significa capire il
pensiero dominante ed esprimere lo stesso significato in
una forma diversa e personale.
Di certo un ambiente stimolante, effervescente, e
desideroso di nuove soluzioni per raccontare la
contemporaneità aiuta molto a pensare, sperimentare. La
frequentazione di amici, conoscenti o semplicemente
ambienti provocatori, aiutano, spostano la visione del
mondo e la sua traduzione in forme linguistiche creative,
a volte solo per spostamenti impercettibili (creativi
minori), spesso radicali.
Ma non è sempre così; certamente è più facile, è più
veloce rispetto alle solitudini di certi ambienti di provincia,
all’appiattimento sonnolento di idee, di luoghi piccolo-
borghesi, tuttavia, non sono rari i casi in cui artisti
sconosciuti, mai visti e sentiti neppure attraverso le loro
opere, sorprendentemente utilizzano forme identiche,
con linguaggi diversi.
Si spiegano così le forme affini tra Mondrian pittore e
Webern musicista, Picasso e Stravinskij, Leger e
Milhaud, ecc….
Mondrian insieme a van Doesburg, teorizza una forma la
cui immagine naturale, decantata e alleggerita, a poco a
poco, per successive semplificazioni, lo porta ad ottenere
una pittura geometrica piana, pura, essenziale.
“…Nella plastica nuova, la pittura non si esprime più
mediante la corporeità apparente che conferisce aspetto
naturale. Al contrario, s’esprime mediante un piano nel
piano. Ridotta la corporeità tridimensionale della pittura a
un solo piano, essa esprime un rapporto puro…” (13).
Webern rielabora e traduce la forma musicale di
Schönberg in una personalissima sintesi, una concisione
estrema . Perciò la compiutezza del mondo di
appartenenza, si traduce e s’identifica con ogni singola
nota, con ogni singolo accordo.
Stravinskij profetizza una modernità musicale fondata
sull’immanenza, legata, cioè, alla tecnica di
composizione, alla forma in sé e non al soggetto (14). Lo
stesso materiale popolare di riferimento, tende a
modificarne la melodia originale in modo da trasformarla
strutturalmente, deformarla mediante l’intervallo, il metro,
e gli accenti. L’arte colta si rinnova attraverso una forza
primitiva; una forza rigeneratrice sedimentata nel tempo,
che ha origini nella storia e nell’immanenza. Nell’Histoire
du Soldat, la cui forma di scrittura della sua
composizione risente delle devastazioni e barbarie della
prima guerra mondiale, è l’uomo come soggetto della
collettività, arbitro e padrone del proprio destino. Il neo-
classicismo stravinkiano, lo stile, la scrittura,
l’organizzazione della forma sono il soggetto stesso
dell’opera, pur conservando sullo sfondo la comunità, per
la quale la storia della musica è al tempo stesso mito e
seconda natura (15).
Picasso in un disegno, ritrae l’amico Stravinskij seduto
ad una poltrona, elegantemente vestito e sguardo in
lontananza. Il segno puro, essenziale, rievoca la purezza
astratta della classicità greca. Sono amici. Si
frequentano. Nascono l’uno a distanza di un anno
dall’altro e muoiono nel medesimo anno. Come per
Stravinskij l’opera dell’artista spagnolo è segnata da
momenti diversi: periodo rosa, periodo blu, cubismo (Les
Demoiselles d’Avignon), composizioni astratte,
suggestionate da frequentazioni, amicizie, intuizioni
geniali e fatti reali (Guernica). La sua forma artistica,
tuttavia, è sempre segnata da una costante: l’uomo è la
storia, e la classicità il suo valore ingannevole o utopico.
Nei tanti ritratti di donna, amici, parenti e conoscenti, il
metodo è lo stesso di Stravinskij: il materiale popolare di
riferimento non è la canzone, ma un popolo di volti in cui
il naso, gli occhi, la bocca sono frantumati e ricomposti
secondo un altro odine; un ordine dal quale far scaturire
una forza rigeneratrice nuova per le arti figurative, che
fosse, allo stesso tempo, radicata alla fedeltà classica!
E’ straordinariamente emozionante quanto siano vicini
nella forma i due linguaggi; stupefacente è lo stupore che
ne deriva dal loro accostamento.
Picasso non sopportava il naturalismo di Matisse.
Polemizzava costantemente. I due dipinti che li
accomunano, per la verità solo nel soggetto Les
Demoiselles d’Avignon e La joie de vivre, sono la sintesi
di una forma diversa d’intendere l’arte figurativa: nel
primo è l’uomo artefice della storia, nel secondo la danza
delle fanciulle librate nello spazio è principio dell’armonia
della natura. In Guernica, anche per Picasso come per
Stravinskij la tragicità e distruzione della guerra
sollecitano la forma, dove classicità e
scomposizione/ricomposizione dell’immagine
rappresentano “...la modifica necessaria della realtà per
comprenderla meglio. (…) L’arte si svolge in una
dimensione inspiegabile dove i fatti della vita vissuta,
giungono come echi, si riverberano e diventano altro;
dove la memoria, la fantasia, l’invenzione e la genialità si
confondono in uno spazio, in un tempo, in una luce.
Un luogo i cui fatti della vita vissuta, “avvolti nello spazio
e nel tempo dell’esistenza e dove via via si spogliano di
questa veste di spazio e di tempo come una catarsi
preventiva, allo stesso modo che le esperienze della
cultura depongono le loro ragioni storiche ed entrano
nella dimensione dei valori puri, della qualità. Soltanto da
quel livello intermedio e quasi di limbo, ne conserva
ancora la flagranza del fatto vissuto ma già lo trasforma
nell’immagine verbale, si potrà salire all’immagine senza
spazio né tempo: dove, e questo appunto sa di prodigio,
dalla già conseguita catarsi si produrrà un nuovo
dramma, i cui protagonisti, però, non saranno più cose e
persone ma, immer wieder, la vita e la morte” (16).
NOTE
1- Paul Klee, Diario (nn 917) .Il Saggiatore 1976;
2- Werner Kluppelholz, Le Avanguardie Musicali del
novecento, (pag.306) Einaudi, 2001;
3- John Cage, Antologia del silenzio, Feltrinelli 1971;
4- M. Kagel, Anagramma, Universal Edition, 1985;
5- Pierre Boulez, Il paese fertile. Abscondita 2004;
6- A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE,
2002;
7- Paul Klee, Diario (nn 83) .Il Saggiatore 1976;
8- Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, SugarCo
1979;
9- A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE,
2002. Lettera
del 19.08.1912;
10- A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE,
2002. Lettera del 22.08.1912;
11- A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE,
2002. Lettera del 24.01.1911;
12 - G.Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni 1971;
13 - Giulia Veronesi, l’astrattismo, Fratelli Fabbri Editore
vol. 17, 1967;
14 - Pierre Boulez, Il paese fertile. Abscondita 2004;
15 - Philippe Albera, Il mito e l’inconscio, Enciclopedia
della Musica, Einaudi 2001;
16 - Giulio Carlo Argan, Prefazione all’opera di P.Klee
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
Pittore, é nato a Potenza
nel 1938, dove vive e
opera.
Nino
Tricarico
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
7
Nota (1)
Paul Klee, Diario (nn 917) .Il Saggiatore 1976
Nota (2)
Werner Kluppelholz, Le Avanguardie
Musicali del novecento, (pag.306)
Einaudi, 2001
Nota (3)
John Cage, Antologia del silenzio, Feltrinelli 1971
Nota (4)
M. Kagel, Anagramma, Universal Edition, 1985
Nota (5)
Pierre Boulez, Il paese fertile. Abscondita 2004
Nota (6)
A. Schönberg – W.Kandinsky,
Musica e pittura SE, 2002.
Nota (7)
Paul Klee, Diario (nn 83) .Il Saggiatore 1976
Nota (8)
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto,
SugarCo 1979
Nota (9)
A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE, 2002.
Lettera del 19.08.1912
Nota (10)
A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE, 2002.
Lettera del 22.08.1912
Nota (11)
A. Schönberg – W.Kandinsky, Musica e pittura SE, 2002.
Lettera del 24.01.1911
Nota (12)
G.C.Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni 1971
Nota (13)
Giulia Veronesi, l’astrattismo,
Fratelli Fabbri Editore vol. 17, 1967
Nota (14)
Pierre Boulez, Il paese fertile.
Abscondita 2004
Nota (15)
Philippe Albera, Il mito e l’inconscio,
Enciclopedia della Musica, Einaudi 2001
Nota (16)
G.C. Argan, Prefazione all’opera di P.Klee