codice ISSN 2239-0235
questo numero è online dal 1/5/2014 ultimo aggiornamento il 6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Il sommario
ARTE, UNA CRISI DI
SISTEMA
Caro Giorgio, mi ricollego allo stimolante incontro da te
tenuto in Permanente qualche tempo fa sul tema
“Paradossi e contraddizioni dell’arte contemporanea”,
poiché condivido appieno l’argomento della crisi del
sistema arte ed ho apprezzato tutti gli interventi,
soprattutto per la passione con cui sono stati esposti.
Non sempre, tuttavia, la passione è lo strumento più
oggettivo per analizzare un fenomeno. Critici e artisti
(soprattutto questi ultimi), travolti dalla slavina di nuove
estetiche, difficilmente sono nelle condizioni di vedere al
di là del proprio particulare. Quando crolla un sistema di
valori, chi ha creato o contribuito a creare tale sistema
non è disposto ad ammettere le fragilità connaturate
con il sistema stesso. O che, via via, l’hanno
contaminato e corrotto. Si dimenticano presto gli
scandali di opere contraffatte, falsificate, di mercati
gonfiati, di aste truccate, l’orgia di produzioni
pseudoartistiche in nome di qualche corrente d’arte
profondamente fraintesa e il tutto non in virtù di valori
etici e/o estetici, ma della logica del profitto. Erano
sintomi di una montagna destinata a franare, sintomi
che non hanno impedito di banchettare sui tremiti del
sisma. I pochi avveduti sono stati sbeffeggiati e chi ora
ritiene di aver previsto a suo tempo il disastro viene
guardato con fastidio e trattato come un passatista
rincitrullito.
Ma veniamo al presente. Cioè alla condizione in cui si
trova chiunque abbia dedicato la sua vita con onestà
alla vocazione dell’arte e che avverte capovolti i
parametri di giudizio sul prodotto artistico. Si trova
spiazzato, ovvero si sente fuori posto, incapace di
ritrovare il senso profondo del proprio lavoro,
impreparato a capire le logiche dei prodotti che vanno
conquistandosi la scena. La prima reazione è uno
scandalizzato rifiuto del nuovo. Un rifiuto acritico, pronto
a dimenticare, o a cancellare, prima di tutto l’esperienza
storica. I sintomi di ciò che accade nel presente sono
remoti (pensiamo anche soltanto alla fontana di
Duchamp del 1917, o alle scatolette di Piero Manzoni
del 1960), ma sono sempre stati presi per stravaganze,
sicuri che il tempo avrebbe fatto giustizia. Infatti,
giustizia c’è stata, ma non nella direzione auspicata
dalla massa. Quelle provocazioni che già nel loro tempo
erano state accolte, riconosciute e consacrate da una
minoranza esigua, ma capace di imporsi, sono state il
filo conduttore di ricerche al limite, quando non fuori dei
margini, delle classiche discipline artistiche e hanno
conquistato gradualmente la fiducia del capitale. Perché
– e qui passiamo dalla parte del fruitore – l’arte è
l’espressione del committente e il committente è chi
possiede il potere, specialmente economico. Chi ha il
potere economico, ha utilizzato da sempre le arti come
strumento di promozione del proprio prodotto. Le
rappresentazioni teatrali nella Grecia classica, che noi
ora consideriamo capolavori assoluti di poesia, erano
strumenti di propaganda della cosiddetta democrazia
ateniese. Pensiamo ancora all’arte dell’età augustea, o
a quella rinascimentale: la cappella Sistina è una
summa del credo religioso che costituiva le fondamenta
del potere papale. Questo, tuttavia, non spiegherebbe le
ragioni della scelta da parte della committenza di
un’arte che la maggior parte non riesce a riconoscere
come tale, basandosi sui canoni tradizionali. L’arte
nell’ambito della conoscenza e del linguaggio
appartiene alla sfera dei sensi ed è il frutto della
capacità immaginifica del pensiero umano. Immaginare
può permettere di tradurre un messaggio, un’idea in
immagini ricche di soluzioni possibili, e al tempo stesso
di attirare l’attenzione sul prodotto che si propone, sia
esso politico, economico, o culturale. Il potere, per lo
più, tale capacità immaginifica non ce l’ha, o almeno vi
rinuncia in nome di ragioni pratiche. Si affida quindi a
chi è dotato di fervida immaginazione e qui entra in
gioco l’artista. Ma in un mondo tecnologizzato, dominato
dalla macchina in tutti i settori, l’immaginazione deve
usare, come sempre, il linguaggio più vicino al prodotto
che deve promuovere. Perciò la pubblicità, il design, più
congeniali alla committenza, hanno eroso gradualmente
il terreno alle arti della pittura e della scultura. Il
concetto di bello si è esteso, o è diventato più relativo
ed ha ampiamente superato il settore tradizionalmente
assegnato ad esso. Il progresso della scienza, la
mondializzazione dei problemi umani, sociali, etnici
hanno ulteriormente richiesto all’immaginazione di dare
man forte con il linguaggio tipico dei singoli settori e di
forte impatto comunicativo. Cito a caso, come esempio,
la land art, la body art, la fotografia, il video, l’arte
concettuale e via discorrendo. L’immediatezza ha
sostituito la profondità, all’opera d’arte non si richiede
più di durare, di emozionare nel tempo, ma di veicolare
messaggi immediati, meglio se accompagnati da
reazioni indignate, che attirino l’attenzione, pur effimera,
sul prodotto. Chi investe nel prodotto artistico cerca da
sempre l’attenzione, più che il consenso, ma
quell’attenzione che porti a condividere linguaggio e fini.
Il disorientamento del fruitore, il rifiuto di riconoscere a
quella produzione i connotati dell’arte non fanno solo
parte del gioco provocatorio inteso a richiamare
l’attenzione sul committente, ma sono finalizzati anche
ad imporre il linguaggio del medesimo.
Gli artisti tradizionali – e sono molti e molto più
numerosi - come possono reagire e difendersi di fronte
al mutato corso degli eventi? Con la serietà della loro
ricerca, con l’originalità del linguaggio che adottano -
vano e inquinante sarebbe il pressapochismo che
orecchi le mode - con la coscienza che se non riescono
ad estirpare il germe della fantasia che madre natura ha
dato loro, ci devono convivere e impiegarlo al meglio,
sentendosi condannati e fortunati per la condizione che
li porta a cercare mondi possibili. Con la coscienza che
la massa – non nel senso di individui ignoranti, ma della
maggioranza pensante – ha in loro i portavoce della
sensibilità e delle aspirazioni, e che da essi si sente
rappresentata.
Forse il consenso non li gratifica nell’immediato, ma se
non tradiranno la loro vocazione non tradiranno il
mondo che trova equilibrio grazie alla loro silenziosa
ricerca.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
Nato a Cuneo nel 1949,
vive a Milano dal 1989.
Dopo studi classici, ha
insegnato e dipinto.
Giovanni
Mattio
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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