codice ISSN 2239-0235  
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questo numero è online dal 1/5/2014                            ultimo aggiornamento il     6/09/2014
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Il sommario
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L’EQUAZIONE QUALITÀ-QUANTITÀ Se la declinazione di un qualsiasi lemma segue le dinamiche del linguaggio e delle sue variabili correlate alle contingenze temporali, sottoposte agli aggiustamenti, alle progressioni  e alle modifiche dell’insieme delle condizioni socioeconomiche e culturali della civiltà, anche il significato del termine qualità, già di per sé sfuggente, dinamico e polisemico, impone qualche ripensamento. In questo senso il livello di eccellenza, attribuito alla qualità di un qualsiasi prodotto, aspetto formale, servizio, ecc., è altrettanto soggetto alle convenzioni dei mutamenti sociali e culturali che incarnano la realtà del nostro tempo. La questione, fascinosa e complessa, è materia della filosofia del linguaggio e della sociologia. Se invece confiniamo il significato qualità nell’ambito specifico dell’arte, con tutti i limiti e il riverbero autobiografico di ogni singolo artista, forse è possibile tentare qualche risposta anche se la conflittualità delle contrapposizioni estetiche è ormai obsoleta e tutta sbilanciata verso un fronte che sembra aver sostituito la percezione dell’eccellenza con quella della quantità. Lo strapotere dei numeri, della condivisione diffusa e omologante, e di conseguenza delle logiche di mercato, sono di fatto un valore che sposta l’interpretazione etico-estetica del concetto di qualità verso la quantità. La buona o cattiva qualità di un libro è stabilita dal rispettivo numero di copie vendute. L’alto numero di visitatori lievita il prestigio delle opere esposte in un museo o in una rassegna d’arte e il mercato, con le sue speculazioni finanziarie, converte il prezzo in qualità estetica. (Roberts Hughes – Il futuro che è stato in Lo shock dell’arte moderna, 1982 – ha scritto che «Verso la fine degli anni Settanta si era arrivati al punto che qualsiasi cosa potesse essere considerata anche alla lontana come un’opera d’arte non era più valutata in primo luogo per la sua capacità di comunicare significati, o piacere estetico, o per la sua funzione di documento storico, ma per la sua convertibilità in contante»). Così come il valore di un’opera cinematografica o teatrale s’impone per la legge dei numeri. Il ruolo dei numeri è dunque decisivo nella mutazione percettiva dei valori e della flessibilità linguistico- interpretativa  dei relativi significati che attribuiamo alla qualità. In particolare, nel caso dell’opera d’arte e a differenza delle stagioni che contrassegnarono le ribellioni formali del tardo Ottocento e quelle delle avanguardie storiche, allora confinate sostanzialmente in un circuito elitario, sembrerebbe che il nostro tempo abbia metabolizzato con più duttilità e intelligenza quelle che Dorfles definiva le oscillazioni del gusto. Tutto ciò che pareva concettualmente granitico si è velocemente sgretolato aprendo nuovi scenari e assurde dinamiche estetiche. Anche il mondo dell’arte con le sue dispute fra Purovisibilismo e contenuti iconografico-socio-culturali  appartiene alla memoria del primo e secondo Novecento. Per l’autocrazia  dei numeri e del mercato, simmetrico ai processi  consumistici, i nostalgici più ostinati di quelle stagioni sono costretti a fare i conti con l’inutilità di un supposto legame ombelicale tra l’opera d’arte e la vita, e – per alcuni di essi – tra la dimensione creativa e il progetto culturale riflesso nel perimetro esistenziale. Andy Warhol ci ha spiegato che tutto ciò che l’artista pensa, usa, traspone o manipola «si rivela arte». Il progressivo incedere di questa nuova idealità concettuale, incardinata negli attuali sviluppi dell’arte contemporanea, ha minato una serie di certezze che parevano definitive. Nel segno della libertà espressiva è saltato ogni nesso fra etica ed estetica fino a svuotare il ruolo dell’opera d’arte, oggi peraltro sempre più affidata all’esecuzione industriale o alla manualità artigianale. Operazione, quest’ultima, peculiare della produzione di molti artisti di ogni tendenza. Ma nella logica dell’attuale condizione artistico-culturale, che ha scardinato tutti i vecchi parametri estetici e confinato la pittura – o la scultura – ad un ruolo pressoché irrilevante, insistere sul rapporto forma-contenuto è un esercizio perfino patetico. Ed è altrettanto patetico, per una folta schiera di artisti, soprattutto figurativi, fronteggiare la vacuità espressiva dei nuovi modelli estetici rivendicando una probità intellettuale e una funzione civile che per alcuni decenni hanno schermito il loro lavoro. Ridurre ad una temeraria provocazione tali responsabilità significa ignorare il quadro generale delle dinamiche artistiche che hanno contraddistinto il secondo Novecento. Per non dire della disinvoltura critica con la quale si è manipolato, anche per interessi museali e mercantili, la qualità di una pletora di artisti e movimenti storici che hanno indebitamente sovraffollato il panorama  dell’arte moderna e contemporanea (ma su questo tema, sul quale insisto da tempo, registriamo soltanto isolati e marginali riscontri critici). Questo, tuttavia, se non giustifica l’attuale condizione di certe derive estetiche riequilibra, in qualche modo, la misura delle  passate avventatezze e legittima l’elasticità dell’accezione linguistica del concetto di qualità artistica. Opporsi al presente sistema dell’arte o condividerne l’andazzo con le relative subordinazioni politico- economico-finanziarie e critiche, non ci esime dal distacco, dal rigore e dalla coscienza critica. Dal rapporto imprescindibile fra etica ed estetica. E neanche dal compito di regimare l’arbitrio, gli espedienti formali, il tecnicismo virtuosistico, lo sfrenato sperimentalismo e gli artifici della stupefazione, nonostante i mutamenti storici e il nuovo modello socio-culturale dell’equazione qualità- quantità.
Marco Fidolini Pittore, incisore e saggista. E’ nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora
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