codice ISSN 2239-0235  
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questo numero è online dal 1/5/2014                            ultimo aggiornamento il     6/09/2014
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Il sommario
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IL RICHIAMO DELLA PITTURA E' interessante notare che dopo decenni di arte concettuale o pop alcuni artisti hanno avviato una svolta nel loro percorso, allontanandosi dai territori dominati dai gelidi venti della ragione analitica. Come mai, ad un certo punto, artisti come Paladino, Salvo, in scultura Tony Crag, Hockney (quest'ultimo è ritornato in Inghilterra a dipingere en plein air sulle ondulate colline degli  Yorkshire Wolds) soltanto per fare alcuni esempi, hanno compiuto un giro di boa attratti dal richiamo profondo della Pittura? E' semplicemente nostalgia di un mondo perduto o la necessità di una dimensione spirituale ancestrale, un bisogno di tornare all'origine?        Come il Teatro anche la Pittura, in un certo senso, presuppone una scena, un ubi consistam, dove simulare gli accadimenti della vita, gli stati e le visioni  che maturano nella nostra coscienza. La Pittura è un particolarissimo rituale, una restitutio in forme simboliche  della dinamica degli equilibri in gioco nell'esistenza umana. Intesa come Arte delle forme immobili, in contrapposizione allo spettacolo teatrale vero e proprio, alla performance o al cinema, (a tal proposito vengono in mente le ombre cinesi, via di mezzo tra Pittura e Teatro) la Pittura costituisce una particolare modalità di messa in scena, un diverso modo di rappresentare il Gran Teatro della Vita. Dunque, Pittura, di cui si fa un gran parlare oggi, a proposito o a sproposito, benché in realtà la riflessione attuale riguardi non soltanto essa, ma la definizione del concetto di Arte in generale. La Pittura quindi, come antica, ma sempre attuale modalità d'espressione: ricerca di un equilibrio formale, eco di una tensione interna al soggetto operante. Questa pratica può divenire - come sosteneva Hegel -  oggettivazione della dinamica delle più alte sfere dello spirito; nel contempo, può trasformarsi in un piacevole passatempo, una forma d'intrattenimento “colto”, o tutt'al più in una forma di accettabile decorazione domestica, oppure trasformarsi in una nuova forma d'investimento finanziario che consente all'artista di diventare in tempi brevi una persona eccezionalmente ricca e famosa (il che, in linea di principio, non esclude che una persona ricca e famosa possa essere un grande artista ).  Dalle grotte di Lascaux, alle Demoiselle d'Avignon, ad un quadro di Ross Bleckner, la Pittura è la storia di questa tensione interna al soggetto operante: tentativo, talvolta disperato (Van Gogh, Rothko), di reggere il confronto con l'enigma dell'esistenza. L'apparizione di un'immagine, costruita con i mezzi della Pittura ha a che fare con la capacità o meno di prendere in mano i cardini della tensione esistenziale, alimentata dalla ricerca continua del senso del nostro destino individuale e collettivo (Pensiamo al “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” la celebre tela del 1897 di Gauguin conservata al Museum of Fine Arts di Boston. La Pittura, si presenta come una potenziale opportunità che può aprire all'ascolto più profondo della condizione umana, caratterizzata – come argomentava Heidegger – dalla consapevolezza di essere noi tutti  “gettati nell'esistenza”, inevitabilmente destinati alla non permanenza. Un tema, quest'ultimo, fondamentale, e che ha attraversato la storia della Pittura.La morte, quindi; uno dei cardini, volente o nolente, attorno ai quali si attorcigliano le corde tese della nostra esistenza.  Eppure - sembra suggerirci Heidegger - l'Arte non si correla direttamente alla morte. L'Arte non ci salva poichè in alcun modo può sottrarci dalla non permanenza; piuttosto può salvarci dalla vita: vale a dire dal rischio, forse ancora più grande, di una vita spesa nella dissipazione dell'essere, origine e causa dell'angoscia. Ebbene, coltivare l'essere – questo è il messaggio che si può trattenere dal pensatore tedesco - vuol dire tendere ad una vita autentica, cioè portare a compimento le effettive potenzialità insite nella coscienza operante. E ciò vale anche per la Pittura. Il divario, tra una “grande arte” ed un'arte superficiale, sta forse nella qualità della tensione dell'essere. Chi pratica il Rito della Pittura ha a che fare con questa  condizione di fondo. In tal modo la Pittura assume il carattere di una meditazione profonda, sistole dell'essere che raccoglie tutto se stesso; in contrapposizione alla diastole dell'Arte, che con le sue nuove modalità operative diviene momento di partecipazione sociale, epifania, donazione. Entrambi, comunque, movimenti organici e necessari  allo sviluppo della coscienza. La “grande arte”  - sostiene infatti Silvano Petrosino, filosofo e docente all'Università Cattolica di Milano - “più correttamente l'arte autentica (anche quella che non ha mercato e non viene celebrata/idolatrata nei musei o mercificata nelle gallerie d'asta), è uno dei luoghi per eccellenza all'interno del quale il soggetto vive con intensità l'esperienza dell'essere abitato da un'alterità irriducibile, luogo in cui egli non censura o misconosce ciò che non domina.” Emerge da questa riflessione un altro tema fondamentale:l'alterità irriducibile. Seguendo le riflessioni di Petrosino, siamo invitati a fare i conti con qualcosa che ci precede, poiché si constata che noi tutti siamo, come per dire,“passivi” rispetto alla nostra esistenza: visto e considerato che di quest'ultima proprio non abbiamo potuto decidere. La tensione verso un equilibrio superiore, attraverso la conoscenza dei mezzi espressivi, rappresenta per l'artista l'elemento trascendente insito nella modalità espressiva della Pittura. Ed è chiaro che ci si riferisce ad una trascendenza che si realizza nel qui ed ora, in cui il soggetto operante amministra ed incanala la sua tensione. Ora, si consideri il fatto che l'apparire di un'immagine nello spazio di rappresentazione è pur sempre un accadimento magico, al pari dei suoni prodotti dalle parole di una poesia o di una musica; tanto più avrà valore questa magia quanto più essa verrà compiuta con mezzi semplici, quali pigmenti di colore o qualche tratto di carbone su di una superficie. La portata magica della musica (si potrebbe dire la stessa cosa per la poesia) non ha bisogno di ulteriori commenti per essere definita. E' evidente che la musica, per chi la compone e per chi si pone in silenzio e in profonda ascoltazione, costituisce un'occasione per un passaggio di stato. In sostanza si va oltre la condizione normale nella quale la nostra coscienza opera per varcare una soglia (qui vengono in mente tante bellissime fiabe) al di là della quale si ha accesso ad un mondo parallelo costituito dalla possibilità di connettere gli elementi del reale visibile e invisibile (Klee) secondo nuove regole, inattese associazioni, o conferendo alle cose del mondo normale uno splendore e una luce che mai ci sogneremmo di vedere.  Il silenzio siderale del cosmo dal quale proveniamo viene dunque rotto dall'atto creativo, da un fiat che in sé reca qualcosa che ci consente uno scarto rispetto alla condizione di esseri biologici destinati alla non permanenza. E' forse questo scarto che ci distingue dal regno animale? E' probabile. Non a caso il gesto dell'artista è stato paragonato al gesto divino del Creatore, dunque  un gesto guidato dall'energia risalente ad una alterità irriducibile che ci precede. Affiorano alla mente le parole di Pablo Picasso: “Quando comincio un quadro qualcuno lavora con me. Verso la fine ho l'impressione di aver lavorato senza collaboratori.” Basterebbe voltarsi un tantino indietro per rendersi conto di come gli artisti del passato hanno vissuto ed espresso, felicemente o infelicemente, questo rapporto con l'intuizione di un'alterità irriducibile al quale gli uomini hanno dato il nome di Dio. Consideriamo il fatto che la posta in gioco è regolata dalla tensione che si è capaci di amministrare e che nella pratica reiterata del Rito della Pittura va a costituire la nostra visione del mondo, il nostro effettivo credere in quel che sentiamo. Dunque un cardine essenziale, la consapevolezza di questa alterità irriducibile, che la cultura occidentale ha vissuto per secoli filtrata dal cristianesimo e che negli ultimi due è stato messo in crisi dal pensiero filosofico (Nietzsche).E qui non ci addentriamo in quello che è stato il campo in cui Dio, o il concetto di Dio, è stato gradualmente demolito dalla filosofia e dalla scienza anche se, in un certo senso, si potrebbe dire che la morte di Dio è coincisa con la teorizzazione della morte dell'arte. Ma anche questo è un tema che a lungo andare ha creato confusioni e divaricazioni di pensiero. Riflettendo con attenzione sulla Pittura siamo portati a pensare che la tensione verso il divino non garantisce di per sé la grandezza dell'opera ( o quello che noi intuiamo sia il divino), ma possiamo affermare con tranquillità che la qualità della tensione dell'essere non necessariamente confluire in un credo o in una fede, ma può essere una tensione, per così dire laica: tenendo conto che il religere fa  parte del carattere strutturale della dimensione religiosa della coscienza, la quale preesiste ad ogni forma di chiesa, e che porta alla tensione e all'armonia delle forme rappresentate. Ne consegue che la trascendenza, di cui si parla in Pittura, e forse dell'Arte in generale, ha a che vedere con il qui ed ora della materia da trattare; anche se la solo conoscenza della materia (pensiamo alla tecnica strumentale in musica) da sola non è sufficiente per condurre tout court nel recinto dell'Arte. Insomma l'opera è potenzialmente posta sull'orlo del fallimento, poiché basta un calo di tensione o una mancanza di mezzi e tutto si compromette; il salto non riesce e l'asticella cade inesorabilmente tra le gambe. E le gambe altro non sono che la perfetta armonizzazione tra mezzi espressivi e tensione dell'essere. Dunque, l'ordine e l'armonia di un mondo parallelo espresso dalla Pittura sono garantiti soltanto se si accede alla lingua degli dei, vale a dire ad una perfetta armonizzazione. Nei suoi scritti Mark Rothko ci avverte che “...quanto si può strappare agli dei dipende da stratagemmi, i quali non possono essere né trasmessi né appresi, perché non ci si può prendere gioco due volte allo stesso modo degli dèi... Chiedersi cosa possa essere strappato e in che modo possa essere reso disponibile perché, come un gioiello rubato di gran valore, può essere esposto solo sotto alcuni travestimenti e condizioni.” Rothko sapeva benissimo che il territorio attraversato dall'artista è un territorio irto di difficoltà e che da quel viaggio tornano soltanto coloro che si sono dati una grande disciplina. Quindi l'opera, l'organizzazione formale o, come dir si voglia, testuale, si presenta come una strategia di “contenimento”, ma anche di rivelazione di una realtà superiore. Ora sorge spontaneo riportare queste riflessioni all'oggi e chiedersi a che punto è la ricerca artistica nella nostra concitata contemporaneità senza, ovviamente, illudersi di poter rispondere in maniera esaustiva ad una simile domanda. Si potrebbe tentare di estrapolare alcuni punti nevralgici dal dibattito in corso sull'Arte Contemporanea senza omettere il fatto che, a quest'ultima, molti ricercatori stanno iniziando a fare le pulci. Colpisce anche il fatto che alcune voci che si levano per criticare l'Arte Contemporanea provengono da chi non è direttamente implicato in questo settore. L'ultimo libro di Maurizio Pallante, fondatore e presidente del Movimento per la decrescita felice, mette in rilievo le connessioni esistenti tra l'Arte Contemporanea e la società attuale, evidenziando le contraddizioni e i paradossi che invischiano il settore. Per non parlare dell'ultimo saggio di Angelo Crespi che con il suo Ars Attack denuncia il girone dell'orripilante e dello scatologico in cui è andata ad infilarsi una certa arte. Inoltre si mettono in rilievo le alleanze di comodo tra l' Arte Contemporanea di questi ultimi decenni e la speculazione del mercato, la stessa che in altri settori a portato a disastri inenarrabili, bolle finanziare e quanto altro. E quindi ci si interroga sulla responsabilità  dell'artista che aderisce ad un mondo basato sul “looking for something new” e che ammicca al “buy something”. Ma qual è la responsabilità dell'artista tenendo conto, come si accennava prima, che non si può escludere che una persona ricca e famosa possa essere un grande artista? Una critica al sistema dell'arte non nasce – come vorrebbe qualcuno- necessariamente dal piano di un presunto moralismo, o come reazione alla coppia arte-denaro. All'opposto si parte dal principio – come sosteneva Pier Paolo Pasolini-- che la critica per essere tale deve essere radicale, altrimenti critica non è. E' l'artista stesso il primo a farla e che rigorosamente critica se stesso misurandosi con il mondo della vita e con l'Arte, e quindi con le opere. Si tratta di stabilire – suggerisce Crespi - se le opere che circolano per il mondo (per molte di esse l'autore di Ars Attack ha coniato il neologismo sgunz) appartengono al regno dell'essere o sono corpi morti prive del soffio vitale o, se si preferisce, di quella particolare tensione in nome della quale si è autorizzati a parlare di Arte. E ciò, ovviamente, vale in prima istanza anche per la Pittura e il suo stato attuale. Risulta evidente che in base alle argomentazioni precedenti la “grande arte” e quindi anche la grande Pittura, reca a sé quella particolare condizione magica da taluni definita “aura” e che, ovviamente, non ha nulla a che vedere con l' “aura” che il cosiddetto sistema dell'arte costruisce attorno alla persona dell'artista, molto vicino all'area del brand management.  Per fare un esempio, in musica possiamo dire che la vita vissuta da Miles Davis, per quanto caratterizzata da momenti drammatici da renderla, come si dice, mitica, non avrebbe nessuna particolare importanza se non fosse strettamente legata alla tensione spirituale che ha portato il musicista a capolavori di scrittura modale come “So What”. Se è l'opera che crea la leggenda attorno all'artista e non viceversa, risulta alquanto imbarazzante constatare il gran glamour che talvolta viene costruito attorno ad una artista la cui opera è priva dei requisiti per essere definita tale, o che in molti casi viene supportata semplicemente dal contesto semi-istituzionale dei musei. Sappiamo pure che nella nostra epoca post-auratica, dominata ancora dal paradigma di un floscio concettualismo, il discorso si fa più complicato. La questione dell'”aura”, oggi, si ripropone sotto una nuova prospettiva. Ma è possibile porsi il problema dell'“aura”, senza per questo essere apostrofati come fuori dal tempo? In verità è già da un po' che si è aperta una questione di lana caprina, che costituisce uno dei temi cogenti della filosofia dell'arte: vale a dire la definizione di arte: ovviamente non soltanto di cosa vuol dire, oggi, fare Pittura, dalla quale siamo partiti...
Ernesto Jannini Presente alle Biennali di Venezia 1976 e 1990, ha vinto il Premio Lissone 2000. Nel 2007 pubblica”Equilibridi” (Matteo Editore). Collabora con il Teatro Pacta degli Arsenali di Milano e con la rivista Exibart. Nato a Napoli nel 1950, vive e lavora a Milano.
Ho letto questo articolo online su JULIET e l’ho trovato assai stimolante sul piano generale del tema di questo numero. Non conosco però l’autore e gli chiedo scusa di non essere ancora riuscito a contattarlo, sperando non si dispiaccia se lo pubblico qui... G.S.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
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opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
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