codice ISSN 2239-0235  
Opinioni
questo numero è online dal 1/5/2014                            ultimo aggiornamento il     6/09/2014
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Il sommario
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LA FUNZIONE DELL’ARTE L’esercizio dell’arte è uno strumento polivalente, che si può adoperare in contesti e per fini diversi. Non esiste quindi una sola direzione con cui operare col fare artistico, ne esistono molte. Si può dire che ogni contesto o sub- contesto sociale ha un proprio concetto di arte e che ognuno di essi può differire anche profondamente ed essenzialmente dall’altro. Il mio personale modo di intendere lo strumento arte può essere spiegato iniziando col riferimento alla parola greca poiein, la quale significa “fare”, ma fare in senso poetico, creativo. L’attività artistica è in effetti un poiein dato che i frutti di questo ”fare” sono attivi a livello psichico: infatti, se l’arte non è forse direttamente utile sul piano pratico , quel piano del fare cioè che si traduce in greco antico con prattein, essa lo è però per quell’attività che Hillman ha chiamato “fare anima”. L’attività artistica si pone cioè come elemento di trasformazione dello stato mentale e percettivo del ricercatore- artista. Il poiein, il “fare” dell’arte è infatti rivolto alla psiche,  al mondo inconscio, e ciò in senso generale, aperto e non finalizzato al raggiungimento di obiettivi particolari; si può anzi affermare che l’esercizio dell’arte ha un rapporto biunivoco con l’inconscio, nel senso che essa è strumento di indagine della psiche e che l’interiorità psichica si rivela alla percezione dell’autore come reazione alla sua attività artistica. In quest’ambito,  la celebre frase d’Agostino d’Ippona Videmus nunc per speculum in aenigmate si può interpretare come: “Noi (il soggetto di Videmus, il soggetto percipiente )vediamo (percepiamo coscientemente) attraverso lo specchio dell’arte (nel nostro caso l’attività artistica, strumento in cui si specchia e si auto percepisce l’autore) nel mistero dell’inconscio.” Il termine “inconscio” si può mutuare con “memoria del profondo”, l’aenigmate appunto, ovvero il mistero di quanto è contenuto nella nostra memoria ancestrale ma non è di consueto presente alla nostra consapevolezza. Questo modo di vedere  le cose presuppone  evidentemente un ruolo centrale dell’inconscio, il quale è al contempo oggetto d’indagine e soggetto ispirativo. Per offrire un esempio molto semplice di questo modo di pensare l’attività artistica, possiamo riferire i nostri livelli psichici alle memorie computerizzate, all’interno delle quali si distingue tra quella dell’ormai superato  floppy disk e quella di un hard disk. Il floppy sarebbe in questo semplice esempio il livello della memoria consapevole, con ciò che noi coscientemente vi abbiamo inscritto; l’hard, molto più esteso e profondo, è il luogo della memoria collettiva, stratificata, inconscia. La memoria consapevole, quella che abbiamo esemplificato col floppy, è la somma degli atti che abbiamo compiuto durante la vita, trasposti in immagini psichiche e memoriali, quell’ambito di sicura consapevolezza storica che conserviamo coscientemente. Solo che la psiche umana non si riduce a questo: il ricordo della nostra provenienza dal passato, tradotto in immanenze psichiche fino a contenere il senso del futuro, si pone come sostrato ad emanare l’energia che condiziona e indirizza il nostro agire; l’hard insomma condiziona e indirizza il floppy. L’ambito di cui si occupa l’attività artistica è, per mantenere l’esempio proposto, principalmente  quello dell’hard disk. In queste note, distinguo tra i termini “arte” e “attività artistica” dato che nel comune parlare si usa la parola “arte” sia per significare l’attività artistica che il suo prodotto, ovvero quadri, sculture, video eccetera. Io non mi rivolgo qui a ad indagare ciò che nasce dall’esercizio dell’arte,  anche se, come vedremo, gli oggetti artistici hanno un ruolo importante nel processo di visita dell’interiorità, quanto piuttosto dell’agire dell’autore attraverso l’arte e di come questa attività sia in effetti uno strumento di conoscenza del sé. Non mi rivolgo neanche ad ispezionare in questo contesto la “ritualità sociale” dell’arte, il “valore di riferimento cioè che la nostra consuetudine culturale le attribuisce; né mi voglio riferire all’arte in quanto ambito di un determinato linguaggio, di tutto ciò insomma che richiude l’arte su sé stessa, facendone un fine e non un mezzo. Ripeto che vi sono molti modi di intendere l’arte e l’attività artistica; quello di ritenerle uno strumento di meditazione e d’investigazione della propria interiorità psichica mi pare però l’atteggiamento più consono alle caratteristiche di questa attività, quello che la mette in atto nel senso più intenso e proprio. Comunque la si voglia esercitare, l’attività artistica comporta una fase di isolamento dell’artefice, il quale si trova da solo davanti agli strumenti del proprio individuale e personale modo di ricercare, insomma di fronte alla pagina o alla tela bianche. Il nostro artefice, mosso dalla necessità e dalla voglia di operare troverà un primo ostacolo in questa bianchezza: le immagini ancora nebulose che  provengono dalla sua interiorità gli sembreranno ad un tratto insensate; la sua voglia di fare, che fino ad un momento prima pareva irrefrenabile, subirà un primo scacco. Ed in effetti il nostro dialogare con l’ambito psichico non dispone di un linguaggio codificato cui ricorrere in qualsiasi momento, questo linguaggio bisogna cercarselo: la pagina bianca ci ricorda perentoriamente questa situazione ed un blocco temporaneo è inevitabile. In realtà questa prima “doccia fredda” costituisce il presentarsi stesso del processo d’autoconoscenza in tutta la sua complessità: nella pagina bianca c’è tutto, il “vuoto” è contemporaneamente il “pieno” di tutto ciò che si può esprimere. L’assedio a questo “vuoto pieno” costituisce il passo successivo dell’artefice; egli  comincerà a disporre i primi segni, le prime note, le prime parole, ad incrinare il candore un po’ spaventoso della pagina bianca, comincerà a verificare la corrispondenza di questo primo agire artistico con le proprie intenzioni espressive. Quest’inizio d’azione è in realtà un passaggio assai complesso; vi si mescolano incertezza e volontà, conoscenza e incognito, vastità e limitatezza: la caccia all’immagine interiore che si è mostrata di lontano e di sfuggita è adesso iniziata. A volte questa caccia prende una direzione sbagliata: i segni, le note, le parole si aggiungono le une alle altre ma il loro senso si fa incerto, la traccia sempre più labile e il risultato transitorio poco convincente, lontano dal riproporci quanto ci ha mossi alla ricerca. In altri termini si può dire che le mani, l’ingegno, i materiali impiegati non hanno trovato un linguaggio comune e il risultato desiderato, quello che potrebbe rivelarci un nuovo aspetto del nostro “sé” si allontana, la ricerca è fallita. Se invece le cose si mettono sulla strada giusta, se cioè si crea un amalgama e una corrispondenza diretta tra l’azione, la volontà e gli strumenti, la stessa attività artistica va in “autocombustione”, il sistema si mette a viaggiare da sé, non c’è bisogno di ulteriori input esterni,  l’elaborazione dei materiali del linguaggio si attiva automaticamente e l’artefice agisce e al contempo viene agito: egli si trova ad operare in una sorta di trance  in cui la coscienza si fa chiara e acuta e la forma artistica si rivela, quasi da sola. E un po’ come nel sogno, l’immagine e il racconto si rivelano da sé, anche se il sogno siamo noi che lo facciamo. Questo non vuol dire che l’artefice perda il controllo di ciò che sta facendo; in realtà in questa fase l’artista ha da essere superlativamente delicato perché egli deve al contempo tener di riferimento il  sentimento che lo pervade, vedere che il risultato via via mutevole del suo agire artistico non se ne discosti e lasciare tuttavia che le sue mani si “muovano da sole”, facendo ciò che va fatto. In altre parole, la volontà cosciente di formare un “oggetto poetico” parte dall’individuo artista ma incontra nel suo realizzarsi le “vie maestre” dell’inconscio, le ricorrenti forme-verità insite nella nostra psiche; esse, lasciate libere di rivelarsi, si congiungono all’attività cosciente dell’autore, la conducono e ne sono condotte, fino alla rivelazione d’un oggetto-forma-verità interore, ovvero psichica. L’artista ha compiuto a questo punto la sua missione esplorativa nel proprio inconscio, nel proprio hard disk ma il suo lavoro non è ancora finito. L’opera prodotta infatti, cristallizza, per così dire, il percorso compiuto e l’artista, riemerso dal viaggio, può contemplarla, leggerla, ascoltarla. La considerazione dell’oggetto-arte, scaturito dalla visitazione del proprio inconscio, stupirà probabilmente il nostro artefice, dato che il lavoro sarà tanto “suo” che “non suo”, voluto e tuttavia inaspettato; esso gli suggerirà anche altre possibilità, altre soluzioni, metterà di nuovo in moto la sua curiosità, la sua voglia di fare, amplierà insomma gli spazi della sua anima senziente. Il tuffo nelle profondità del proprio inconscio, l’inattesa e meravigliosa preda con cui ne è riemerso gli suggeriscono che le trame dell’arte sono infinite ed in grado di identificare le “vie note”, le immagini immanenti della sua anima. L’attività artistica si pone così come strumento di autoconoscenza, un mezzo per far emergere alcune immagini di quanto ancora non conoscevamo della complessità del nostro inconscio.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
 Nato a Firenze nel 1947, è artista, architetto e scrittore. Nei suoi lavori esplora l'interazione tra arte e architettura. Ha realizzato installazioni permanenti in varie città europee, tra cui Marsiglia, Gibellina, Duisburg, Colonia, Skagen (DK), Follonica, Berlino, Seggiano, Firenze.
Vedi anche la rivista ABACO da lui curata insieme a Paolo Bolpagni e Luca De Silva
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opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
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