codice ISSN 2239-0235
Pierluigi
Sacco
E’ economista dell’arte.
Nato a Pescara nel 1964,
vive e lavora tra Padova,
Venezia e il mondo
Tratto da un articolo
pubblicato in rete su:
questo numero è online dal 1/5/2014 ultimo aggiornamento il 6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Il sommario
OGNI EPOCA HA LA SUA
QUALITÀ
Non è possibile stabilire una relazione semplice e
meccanica tra il livello di riconoscimento ottenuto da un
artista e la significatività del suo lavoro. Parlo
intenzionalmente di significatività e non di qualità perché
il termine “qualità”, in arte, finisce troppo spesso per
racchiudere una evidente tautologia: è arte di qualità
quella che piace a chi parla, è arte scadente tutta quella
che rimane; ragionare sulla qualità, si dice spesso, è un
atto intuitivo che si fonda su un “occhio” acquisito
attraverso anni di pratica e di frequentazione degli
artisti, ecc
È certamente vero che ci sono alcuni giudizi critici che
possono essere espressi a colpo d’occhio — soprattutto
quando ciò che si esamina rappresenta una evidente e
maldestra riproposta di esperienze già trascorse che
manifesta anche uno scarso controllo concettuale e/o
formale: in questi casi, si può anche ragionare in termini
di un concetto di “qualità” che presenta una certa
stabilità a livello intersoggettivo. Ma al di là di questi
esempi evidenti di più o meno consapevoli “esercizi di
stile” mal riusciti, è ben difficile dire cosa sia la qualità, e
la storia della critica è piena di esempi di esperienze
artistiche totalmente fraintese o semplicemente passate
inosservate, che hanno poi rivelato la loro ricchezza in
un momento successivo, quando le modalità di
ricezione sono cambiate nel senso giusto. E tanto per
complicare le cose, molti artisti che nel tempo riescono
a produrre arte significativa possono essere
occasionalmente accusati di avere un debito troppo
evidente nei confronti di maestri del passato, e quindi di
essere appunto degli epigoni maldestri: ma quello che
conta, in ultima analisi, è appunto la capacità generativa
del loro lavoro, la capacità che questo ha di innescare
dei processi di creazione di significato che provocano
una vasta risonanza intersoggettiva, e nei casi più
importanti finiscono per imprimere un potente, per
quanto inevitabilmente momentaneo, impulso
direzionale allo sviluppo della narrazione collettiva
dell’arte. La significatività di un’opera d’arte (o di un
intero percorso artistico) dipende quindi dal fatto che si
operi o meno un salto dal piano della rilevanza
soggettiva di chi la produce a quello di una rilevanza
intersoggettiva più o meno vasta per ambito geografico,
per estensione temporale, per rappresentatività della
comunità degli addetti ai lavori, e così via. Non è affatto
detto, quindi, che un’opera prodotta in un determinato
contesto geografico e storico e potenzialmente
generativa dal punto di vista della significatività produca
immediatamente o comunque a breve termine un ritorno
di attenzione o di consenso — ma queste condizioni
potrebbero (o non potrebbero) venirsi a creare in un
momento successivo.
Ogni epoca, come è noto, produce una storia dell’arte a
misura dei propri interessi, delle proprie sensibilità, delle
proprie urgenze dettate in buona parte dalle grandi
questioni con cui deve misurarsi: è inevitabile che ciò
influenzi — e molto — i giudizi sulla significatività
dell’arte. I grandi maestri di un tempo possono diventare
minori, e viceversa, e poi le cose possono cambiare
ancora: è già successo, succederà. Ma dal punto di
vista dell’artista, una cosa è l’essere consapevoli di
questa relatività storica, un’altra è trasportarne le
implicazioni nella propria pratica (a meno che la pratica
stessa non consista in una riflessione su questa
relatività). L’ottenimento di un determinato livello di
riconoscimento, per un artista, è funzionale alla
possibilità di poter lavorare: senza riconoscimento, a
meno che non si sia ricchi di famiglia, è difficile trovare
le risorse per produrre ciò che si vorrebbe, o anche
soltanto per portare avanti la ricerca che viene prima
ancora della formalizzazione e della produzione del
lavoro. Ma una cosa è preoccuparsi del riconoscimento
in quanto “vincolo di sostenibilità” del proprio lavoro,
un’altra è far diventare il riconoscimento l’obiettivo del
proprio lavoro. Quando questo accade, l’artista si perde
in considerazioni “strategiche” che non sono più
motivate dall’esplorare e sviluppare una sua narrazione
personale, ma dall’adattarsi nel modo più efficiente alle
dinamiche di ricezione e di consenso che si ritiene
valgano in quel determinato momento, e che sono
ritenute (a ragione) funzionali all’ottenimento di un
riconoscimento immediato. E se effettivamente un
artista è particolarmente bravo ad analizzare queste
dinamiche e particolarmente versatile nella sua
affabulazione linguistica, è anche possibile che quel
riconoscimento immediato lo ottenga. Ma così facendo,
condanna quasi certamente il suo lavoro a una
significatività legata appunto allo “spirito del momento”,
e quindi a un appassimento rapido e spesso definitivo.
Vi sono anche casi di artisti che esprimono posizioni
interessanti e innovative ma che, raggiunti da un
consenso troppo precoce e troppo intenso, finiscono per
cristallizzare quelle posizioni fino a diventare prevedibili
e ripetitivi, perdendo così il filo della propria narrazione,
spesso definitivamente.
Ma per un artista che produce arte potenzialmente
significativa, dunque, è importante saper aspettare, certi
che alla fine un riconoscimento, anche postumo,
arriverà? Non è detto. Così come nell’evoluzione
biologica sappiamo oggi che il patrimonio genetico di
una determinata popolazione dipende in gran parte da
fattori casuali neutri rispetto alla selezione naturale (la
cosiddetta deriva genetica), che potrebbero
improvvisamente acquistare un grande valore di
adattamento quando le condizioni esterne cambiano,
ma potrebbero anche non acquistarlo mai in altre
circostanze; allo stesso modo, nell’evoluzione culturale
ci sono molti nuclei di significato che in certe condizioni
potrebbero diventare fortemente generativi ma che
potrebbero anche non diventarlo mai. E questo vale
tanto più quanto più l’arte si sgancia dai temi della
rappresentazione del reale per andare a intervenire in
modo esplicito e consapevole sulle dinamiche di senso,
che richiedono condizioni di ricezione sempre più
sensibili al contesto.
Se già oggi, vedendo un oggetto installato in una stanza
in un determinato modo, potremmo essere incapaci di
coglierne il significato se privi delle informazioni
necessarie a decodificare quel gesto artistico, a maggior
ragione questo potrà verificarsi in futuro per quelle
esperienze che non riescono a mantenere nel tempo
una continuità narrativa intersoggettiva che ne possa
preservare le premesse di significatività. Le condizioni
per poter innescare un riconoscimento di significatività
sono molto complesse e sostanzialmente imprevedibili.
In una realtà parallela potrebbe quindi esistere una
storia dell’arte degli ultimi quarant’anni totalmente non-
duchampiana, in cui cioè Marcel Duchamp rimane una
figura minore, incapace di innescare una dinamica di
attenzione significativa in presenza di condizioni socio-
economiche (e culturali) diverse da quelle che si sono
verificate nei nostri decenni post-bellici? Molto
probabilmente, sì. Duchamp era preparato a questa
eventualità, ne era consapevole? Molto probabilmente
sì.
Un artista, in fondo, sa che la sua scommessa
esistenziale non può avere senso in quanto è capace di
produrre un riconoscimento. Mi rendo conto che è molto
difficile prenderne atto oggi, in un momento in cui l’arte
ha un peso così centrale nelle dinamiche di status, in un
momento in cui nella comunicazione alla parola “artista”
deve seguire subito, pressoché meccanicamente, il
qualificativo “di successo”, in un momento in cui l’artista
deve essere sempre lì pronto a sciorinare i suoi mille
impegni, i suoi mille successi, per poter essere preso
sul serio. Ma la sostanza non cambia. Cambia soltanto il
fatto che voler essere artista oggi è una scommessa
esistenziale ancora più precaria e rischiosa che nel
passato. È bene saperlo, e sapere che il modo migliore
di vivere questa scommessa è “restare dentro” la
propria narrazione: di quella ci si può privare soltanto da
soli.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
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opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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