codice ISSN 2239-0235  
 Giorgio  Seveso
Interventi
questo numero è online dal 1/5/2014                            ultimo aggiornamento il     6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Critico d’arte e giornalista, vive e opera a Milano dal 1969. Per oltre vent’anni è stato critico de l’Unità. E’ nato a Sanremo nel 1944.
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Il sommario
leggi... Giorgio Seveso
COS’È LA QUALITÀ? Cominciamo a riflettere su un valore di cui pochi sembrano ormai preoccuparsi Ciò che accade in questi nostri anni confusi (e non solo sul piano dell’arte) è che ogni idea, ogni posizione, ogni scelta non è più soggetta a responsabilità, non risponde a nulla e a nessuno. Nel gran clamore della cultura dell’effimero ogni cosa, ormai, ne vale un’altra. Tutto si ammucchia nel supposto crollo delle ideologie, nel trionfo del pensiero unico. Ho dunque pensato mettere al centro di questo nuovo numero una domanda...     Non certo come fosse un "questionario" cui rispondere, quanto piuttosto come innesco, come catalizzatore per qualche riflessione libera che riguardi soprattutto la dimensione della creatività, l'immaginario lirico, il rapporto tra estetica e vita, tra estetica e coscienza... Che riguardi insomma - come è vocazione di questo spazio - l'arte contemporanea. E' una domanda che ho rivolto a qualche amico e che, da qui, rivolgo anche a te che mi stai leggendo, sperando di sollecitarti una risposta non burocratica o di circostanza, ma l'interesse sostanziale della tua esperienza e del tuo modo di vedere e pensare. Ecco la domanda. Cos'è la "qualità" ? Come si declina oggi questa parola così banale eppure così sfuggente, così strapazzata e polivalente? Tutti ne parlano, tutti la evocano ma... come possiamo definirla nel quotidiano delle scelte di lavoro, nella vita creativa, nel rapporto con le cose e l'esistenza? Qualità della vita, qualità degli oggetti, qualità della politica, delle idee, delle persone eccetera... ma - sopratutto per noi - qualità dell'arte e nell'arte. Ecco: cos'è per te la qualità artistica? Come vedremo è una domanda che ne apre anche molte altre. Ciò che importa è ricordare da subito che non ha molto senso stabilire che cosa è arte e cosa non lo è. Non è questo il punto secondo me. Non potremo mai rigorosamente individuare un insieme di caratteristiche comuni a tutte le attività artistiche, tali da distinguere tra esse in modo ragionevolmente attendibile ciò che è qualitativo da ciò che non lo è... Sappiamo intanto che almeno dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, il tradizionale sistema dell’arte entra in crisi. Nascono arti nuove, non previste né prevedibili dal sistema come la fotografia e il cinema. Altre arti, prima poco diffuse, acquistano un’importanza impensabile nel passato. Alcune di tali attività artistiche contribuiscono a introdurre una serie di modificazioni profonde nell’esperienza consueta dell’arte, nelle forme e nei linguaggi artistici. Per molto tempo, osserva Benjamin, uno dei più importanti tratti distintivi delle opere d’arte era stato quello della loro unicità e irripetibilità. Con le nuove tecniche riproduttive, specialmente fotografiche, l’esperienza qualitativa dell’opera d’arte subisce, per la prima volta nella storia, un cambiamento profondo. Soprattutto la fotografia, con la sua costitutiva riproducibilità tecnica, e poi l’affermazione di massa delle  tecniche della riproduzione seriale delle opere, hanno contribuito a creare per l’arte un pubblico indifferenziato, rimescolando profondamente il sentimento della qualità. Si può dire che alla “discesa” dell’arte sulla terra segue la fine, o almeno la crisi di una concezione aristocratica dell’arte, come privilegio ed esperienza di pochi, come valore eterno, come mito dell’arte pura? Con conseguente mutamento del concetto di qualità?  In fondo, da quel momento storico in poi, gli ambiti dell’arte si dilatano: dalla metà dell’Ottocento infatti diventa arte anche ciò che si è indotti a ritenere tale. Un oggetto non è di per sé un’opera d’arte; può comunque diventarlo se viene esposto e dichiarato come tale in rapporto a determinate circostanze e a un certo contesto (Duchamp, i surrealisti e poi la post- modernità). Dall’indubbia e fruttuosa maggiore libertà creatrice e progressiva derivante da questa “rivoluzione” si passa, subito, agli eccessi e alle licenze. La massa dei mediocri, dei non abili, degli opportunisti senza vero talento e privi di perizia si infila nelle possibilità che si spalancano. Essi si ritengono (e vengono ritenuti) maestri. Di una trovata, di un’idea plastica o concettuale (magari l’unica della loro vita creativa) fanno una carriera, fanno un’identità. Da qui, come conseguenze impreviste, come effetti collaterali e cascami delle avanguardie artistiche del novecento, si aprono a ventaglio le radici della poco edificante situazione del contemporaneo, nella quale, come sappiamo, si sono manifestate tutte le condizioni che rendono logico trasformare la domanda posta all’inizio in un’altra. Che è la seguente: in ambito artistico, la qualità è definita solo dal successo? Viviamo in un'epoca in cui i sigilli di qualità devono garantire la soddisfazione dei consumatori. Ma si tratta di una mentalità che, se applicata direttamente all'arte e al pubblico, può avere conseguenze fatali, cui del resto stiamo assistendo, poiché porta alla spersonalizzazione degli artisti e dei produttori, trasformando il talento individuale in brand, in “marchio” standardizzato e riconoscibile per produzioni elitarie, soggette alle mode e alle fluttuazioni dei miti e dei gusti. Secondo me bisogna battersi affinché i protagonisti artistici di oggi, critici e operatori ma soprattutto loro, gli artisti, riacquisiscano il riconoscimento qualitativo delle loro opere in quanto opere, e non in quanto merce- feticcio, status-symbol, contenitori valoriali di effimeri altro-da-sé. Ma in quale direzione occorre agire per influenzare il sistema? Esiste – e questo è nuovamente valido per tutti i settori –  una convincente “evidenza” della qualità? Perché, a seconda dei settori in cui ci muoviamo, la qualità è valutata diversamente. Un giudizio sulla qualità diventa quindi un giudizio in base al gusto. Il gusto è l'intelligenza artistica dei sensi avvertita in un determinato gruppo socio-culturale o in un contesto storico dato. Per esempio, il canone delle opere architettoniche classiche, invariato per secoli, segue una sorta di suo “registro” di princìpi e regole diffuse e non scritte. Vi si annoverano ad esempio il rapporto di simmetrie interne e con l'ambiente, la funzionalità simbolica, il fascino per l’aura della Storia e via dicendo. Si può dunque affermare che, per la valutazione qualitativa di una data opera, è imprescindibile la consapevolezza dello sfondo politico-sociale che ne ha visto la genesi e la realizzazione. Ma è davvero possibile definire la qualità in arte? Ogni riflessione porterebbe a pensare una cosa: anche se sembra tutt'altro che probabile riuscire a disegnare i contorni di una unité de doctrine scientifica per possibili criteri di qualità artistica, è tuttavia evidente, almeno per me, che una discussione su questo tema, apparentemente così “teorico” e distante dalla pratica quotidiana delle cose, costituisce uno straordinario catalizzatore di critica all’esistente, un veicolo efficace per una presa di coscienza più diffusa rispetto alle contraddizioni del presente.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso da gennaio 2012
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opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
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