codice ISSN 2239-0235
questo numero è online dal 1/5/2014 ultimo aggiornamento il 6/09/2014
(in ordine di arrivo)
Il sommario
MARCO PETRUS, STILE
DI CITTÀ’
di Michele Bonuomo
Le città di Marco Petrus sono immobili e destinate a
un'ibernazione che non prevede disgelo. Non salgono
con dina-mismo boccioniano, né sprofondano in cupi
anfratti piranesiani, né sono scosse da improvvisi tremori
come nelle irrequiete allucinazioni di Monsù Desiderio.
Le città di Petrus sono mute. All'interno non si odono le
voci degli abitanti né i rumori di fondo dei loro stati
d'animo. In una quieta rappresentazione che va oltre
l'apparenza fisica della realtà (de Chirico s'intravede
come in un miraggio evanescente), la memoria
dell'artista si alimenta di frammenti per un dialogo
silenzioso, scandito da immagini a lui molto familiari, e,
attraverso progressive manipolazioni, la ricompone in
una nuova identità formale. Così facendo, la memoria dà
luogo a un esercizio di pittura fatto di precisione che
Petrus, senza difficoltà,
pratica e controlla con
rigore monastico. La sua
passione per l'architettura
novecentesca e la sottile
nostalgia di un perduto
ordine estetico - ragione e
sentimento di tutta la sua
pittura - sono alla base di
una pratica che si è fatta
stile: un termine,
quest'ultimo, scomparso
non si sa perché dal
vocabolario della
contemporaneità, ma che
nel caso di Petrus è presente con chiarezza e senza
alcun imbarazzo.
In un mondo e in un'epoca dove tutto scorre e si
consuma in superficie, sembra che non ci sia più spazio
per lo stile inteso come insieme armonico e concluso di
forma e di pensiero. La pittura di Petrus, forte di
un'identità inequivocabile e, quindi, di un canone
sapientemente organizzato, è in netta
controtendenza rispetto a tante forme di
contemporaneità ridotte in troppi casi a
esercitazioni accademiche e a snervate
variazioni sul tema di esperienze fuori
tempo massimo, ora definitivamente
archiviate. A un secolo di distanza dalle
più fulminanti "dichiarazioni" di Marcel
Duchamp, estreme e necessarie nel
tempo in cui vennero formulate, è
incredibile vedere ancora tanti artisti
gingillarsi con jeux de mots e
provocazioni che non provocano: i
copywriter e i pubblicitari forse sanno
fare di meglio, ma a nessuno verrebbe
in mente di archiviare il loro operato alla
voce "arte"! La pittura ha bisogno di
ritrovare una quieta remora, così da
dimostrare che l'unica provocazione
che ancora può essere messa in atto
sta tutta nella tenace volontà di riempire
se stessa di senso e verità. Un pittore,
dunque, può definirsi tale se è ancora
capace di parlare la lingua viva e
inesausta della pittura, cercando e
trovando nel suo vocabolario parole
nuove per raccontare l'emozione di un
pensiero. (...) Le città di Petrus, e
dunque la sua pittura, sono fondate
anch'esse su un principio di equilibro,
raggiunto dall'artista attraverso quella forte
concentrazione formale che gli ha garantito la messa a
punto di un intransigente canone pittorico. Così facendo,
Petrus ha trasformato il sistema della rappresentazione
in metodo di inda-gine del pensiero, piuttosto che in
esibizione virtuosistica del vero (simile). D'altronde, se
così non fosse, mai come oggi la pittura sarebbe in
perenne ritardo al confronto di quelle soluzioni
tecnologiche che offrono senza sosta
sofisticate "meraviglie" visive. La
disciplina con cui Petrus pratica la
pittura lo mette al riparo da tali rischi e,
allo stesso tempo, gli consente di
aggiungere - quadro dopo quadro,
disegno dopo disegno - nuovi elementi
alla costruzione del suo stile.
Elaborando rarefatti equilibri
compositivi, Petrus forza i limiti della
superficie della tela o della carta, e si
concede l'opportunità di individuare
ulteriori variazioni di una forma dipinta.
Per lui, dunque, quale migliore
occasione per fare pittura di una muta
forma architettonica fatta solo di linee e
volumi, di vuoti e di pieni, e quale
miglior "modello" da mettere in posa di
un brandello enigmatico di città che gli
appartiene? La scelta di dipingere
frammenti di architetture
novecentesche a lui molto familiari, colti
da punti di vista inaspettati o isolati in
prospettive vertiginose che ne dilatano
il tempo e lo spazio, gli permette di dare
forma a visioni "altre" e a rarefatti
piaceri della mente.
Come le sue città, anche la pittura di
Petrus è silenziosa. È fatta per pensare
più che per agitare stati d'animo: e così,
nei suoi "atlanti" di città reimmaginate le
passioni si stemperano in proiezioni azzardate, in tagli
irreali, in dettagli così stressati da trasformare, per
esempio, un segno razionalista di Terragni o una
sentimentale eco classicistica di Muzio o di Portaluppi in
rarefatte astrazioni, che si stagliano immobili contro fondi
monocromi e piatti come in un'icona di Rublév o in una
tavola di un primitivo toscano. Se per successive
scarnificazioni l'albero di Mondrian ha perso i suoi
connotati naturalistici per diventare solo una
"composizione" euritmica di linee nere e di campiture
bianche, rosse, blu o gialle che contiene tutte le possibili
forme dell'idea dell'albero, i frammenti di Marco Petrus -
tutti insieme - compongono la più calma e rassicurante
idea di città, dove è piacevole far vagare gli occhi e
costruire ancora un pensiero.
Marco Petrus
ATLAS
dal 30 aprile
al 2 giugno 2014
M
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