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INTERVENTI
Un intervento di Carlo Adelio Galimberti
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SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
VIVA L’ARTE, SPLENDIDAMENTE Il bell'editoriale di Seveso stimola alcune riflessioni sulla produzione artistica attuale. Ebbene si, è vero, gli artisti si trovano ad operare in un sistema "grippato", difficile da far scorrere, indifferente ai contenuti delle opere. Quante volte vi siete sentiti dire che le rassegne od i premi erano riservati agli artisti "under 35"? Perché, a 36 la poesia si esaurisce? E poi, chi assicura che a 34 o 25 si sia poeti? Senza parlare delle rassegne pubbliche: secondo l'ultima ricerca della Fondazione Florens gli enti pubblici hanno organizzato 9.149 mostre nel 2009 e 6.120 nel 2010 (26 mostre al giorno (!) nel 2009 e 18 nel 2010). Di queste  ben 3.876 in sedi espositive diverse dai musei (circa una ogni 2 Comuni e mezzo). Ma non pensate a Picasso o Caravaggio. Il 65,1% del totale riguarda artisti come Hirst (quello dei pescecani), Vezzoli (quello delle foto di attrici famose), Cattelan (quello del dito medio) o Kapoor (quello delle lamiere specchianti). Se aggiungessimo gli artisti storici, dagli impressionisti all'Arte Povera) capite che rimane ben poco per l'arte contemporanea fuori dalle mode. Seveso giustamente si rammarica della scarsità di artisti che si sentano impegnati poeticamente e non a far soldi. Nel frattempo i soldi di tutti (compresi quelli degli artisti che pagano le tasse) sono impegnati in quel caravanserraglio delle mostre pubbliche che più sopra vi ho censito. Avete mai notato come la stampa specialistica del nostro settore pubblichi regolarmente il numero dei visitatori delle mostre, stilando una classifica da hit-parade  delle esposizioni come si fa coi cantanti? Come lo share televisivo, che tutti sappiamo non essere garanzia di qualità. Certo verrebbe la nostalgia per il tempo passato: ad esempio nel Rinascimento a Firenze si esponevano i progetti per le opere d'arte con la formula "utrum placeat populo" per sottoporli al giudizio popolare. Sappiamo tutti, ad esempio, quale ammirazione suscitò il cartone per la Sant'Anna di Leonardo. O come il David fosse trasportato in piazza Signoria  a furor di popolo e Michelangelo acclamato come "divino", roba che oggi capita ai calciatori. Ma ancora nell'Ottocento, coi Salons ufficiali o quelli dei “refusés", chiunque poteva farsi un'idea, e quindi un proprio giudizio sulle opere. Le cronache del tempo raccontano anche le risate del pubblico di fronte ad opere di artisti che in seguito sarebbero poi entrati nella storia. Ecco: avete mai sentito risate alla Biennale o alle mostre d'arte contemporanea? Una volta, alcuni anni fa, al PAC a Milano, in mostra (non ricordo bene l'artista, ma credo fosse Hidetoshi Nagasawa), c'era un bidone della spazzatura (come quello che c'è nei nostri cortili), aperto per mostrare i rifiuti, con al colmo una bambola rotta. Alla mia osservazione ad alta voce che anche nel mio cortile (che non era il PAC) c'era un bidone con la bambola rotta della mia nipotina, una signora mi ha apostrofato: "Ma come si permette? Non ha letto la didascalia appesa al muro?". Il tutto accompagnato da uno sguardo schifato verso di me che mostrava tutto il suo disprezzo. Ecco, cari artisti, oggi siamo in balia di coloro che nel "sistema dell'arte" (gallerie, mostre pubbliche, musei) certificano cosa sia artistico e cosa non lo sia. Esattamente come diceva il filosofo Benjamin quando gli chiesero cosa fosse artistico oggi. Rispose: "Quello che così viene chiamato". E allora? Niente paura, in fondo siamo dei privilegiati. Certo non siamo ipocriti: tutti vorremmo diventare ricchi e famosi. Ma non è per questo che ogni giorno ci mettiamo a dipingere o a scolpire. È perché non ne possiamo fare a meno. Sappiamo che il nostro non è un mestiere, ma un modo di vivere. E allora godiamoci (come penso capiti a voi) quelle sensazioni irripetibili (ecco il privilegio) di quando le nostre mani mescolano i colori, dirigono i pennelli, elaborano le forme. Quest'è un'arte che chiede memoria e gesti: tracce sicure di presenza di chi ha nella sua integrità umana la fonte dell'attenta osservazione del mondo. Di chi ha con la materia quel rapporto d'amore, ostinato e cocciuto, fatto ancora di gesti e di tatto, come di chi ha nel senso nascosto delle cose la fonte della propria poesia. Di chi si rivolge ai corpi non chiedendo loro cosa servano, ma chiedendo loro cosa siano. E di tutto questo fa ragione e sentimento del proprio segno, restituendoci splendidamente lo spettacolo dell'arte.
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4     Numero
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online dal 15 gennaio 2013 / Ultimo aggiornamento: 15 aprile  2013
Pittore, scrittore e conferenziere vive e lavora tra Lodi e Milano.
Carlo Adelio Galimberti