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SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
ARTISTI TRISTI Le vacche magre della cultura e dell’arte Siamo in tempo di vacche magre. Licenziati, esodati, disoccupati. I lavoratori dipendenti ne subiscono di cotte e di crude. Anche i piccoli imprenditori vengono ben bene rosolati. Tanto che non passa giorno che qualcuno ci rimetta o le penne o le ossa del collo. E si scrivono articoli, si tengono talk show, si aprono dibattiti al calor bianco sulle sorti dei cassintegrati, dei torchiati, dei giovani sottoimpiegati. Ma gli artisti? Gliene frega nulla a nessuno degli artisti? Eppure delle epoche passate resta quasi solo l'arte. Di intere civiltà non si conosce nulla se non le poche tracce creative. Un coccetto, un segnetto sulla roccia, un fregnetto buffo di mano del Maestro Ignoto. Gli artisti da morti sono venerati. Vezzeggiati. Si fa la fila per andare a una mostra, per entrare in un museo, per visitare la casa avita. Da morti. Ma da vivi? Da vivi calci in culo e acqua in bocca. C'è mai qualcuno che si sogna di interrogarsi sulle loro condizioni? Se sono alla mera sopravvivenza o già alla fame nera? Se hanno a disposizione gli strumenti minimi per esprimersi, se hanno l'occasione, se sono caduti in depressione? Se hanno bisogno di seratonine, di inibitori, di pappine di sostentamento? I media se ne fregano, trattano solo quei quattro o cinque baciati dal mercato. Sempre gli stessi lessi. La solita squallida omofonia. Come se alle loro spalle ci fosse il nulla, il vuoto pneumatico, la terra di nessuno. Spuntati come funghi dalla sera alla mattina. Per le altre categorie si spacca il capello, ci si interroga perfino sulla sorte del tale albergatore che riusciva a tirare innanzi grazie a una certa sede giudiziaria che verrà cassata dallo spending review. Ma artisti, musicisti, letterati, attori... come affrontano la crisi? Hanno da lavorare, da mangiare, di che sbarcare il lunario? Vabbè che la storia insegna che la sofferenza e l'indigenza rafforzano il carattere e dunque la motivazione, che più sono stati disperati e più hanno dato frutti insperati di bellezza non corrisposta, ma ciò non basta a giustificare il disinteresse generale. Una volta si accecavano gli uccelletti perché si diceva che poi cantavano con più trasporto, che ne guadagnava la melodia. Non è che ora si sono messi in testa di allevare una generazione di Giacomini Leopardini? Tutti gracilini, ingobbiti, indeboliti dalla privazione e dalla mancanza di una adeguata alimentazione. Ma che ne sarebbe stato di Petrolini senza gli amati salamini? Non è che si sta creando la perversa convinzione che affamare gli artisti equivale ad affinare la loro sensibilità? Non è che magari credono che tenendoli a stecchetto gli venga quel giusto poemetto per cui val la pena di delirare? Non è che si pensano che segandogli le vettovaglie e facendoli dimagrire le opere acquistino spessore? Alla faccia del popolo di santi, poeti e navigatori! Alla faccia di Jean-Baptiste Siméon Chardin che nel Settecento titolava una sua celebre natura morta 'Gli attributi delle Arti' e le ricompense loro accordate dove, mescolate agli strumenti del mestiere (pennelli, colori, sculture), luccicano medaglie, onoreficenze, monete d'oro e d'argento. Ah già, ma Chardin era francese...
Pablo Echaurren
Per gentile concessione dell’autore Intervento pubblicato su L’Huffington Post online del 11/11/2012
Jean-Baptiste-Simeon Chardin, "Gli attributi delle arti", 1766
Un intervento di Pablo Echaurren
riContemporaneo.org
4     Numero
(in ordine di arrivo)
Questo numero è online dal 15 gennaio 2013 / Ultimo aggiornamento: 15 aprile  2013
Figlio d'arte, Pablo Echaurren nasce a Roma il 22 gennaio 1951 da Angela Faranda, attrice italiana, e dal pittore cileno Roberto Sebastian Matta Echaurren. Inizia a dipingere a diciotto anni.