numero

29/06/2020

(ri) cominciamo?

CENNI SULL’ORIGINE

DELL’OPERA D’ARTE

di Mario Borgese Temo , scrive Paolo Giordano, “di tutto quello che il contagio può cambiare, di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte” o, peggio, che la paura passi invano senza lasciare dietro di un cambiamento”. L’emergenza Covid-19, dice ancora Paolo Giordano, “ci svela la complessità del mondo che abitiamo, delle sue logiche sociali, politiche, economiche, interpersonali e psicologiche”. E anch’io temo proprio che non ci sarà un cambiamento nelle abitudini delle persone e del loro modo di pensare se l’umanità non abbandonerà questo modello di sviluppo che ci siamo dati, condizionato dalla cultura giudaico cristiana. Fu a partire da qui, come ci ricorda Umberto Galimberti, che per la cultura occidentale, il dominio della natura non fu mai un problema. La percezione della natura che noi abbiamo, è da tempo cambiata: questa non è più “luogo di abitazione, ma materia prima da sfruttare.” Siamo passati “dall’uso della terra, alla sua usura” come ci ricorda Heidegger. Ma il peggio deve ancora venire. Come scriveva nel 1951, arriveremo a considerare l’uomo come “la materia prima più importante”. Gli appelli accorati di Greta Thunberg sono ormai rimossi o dimenticati. Questa emergenza epidemica non sarà la prima l’ultima, e forse nemmeno la più raccapricciante. Come ci sembra, ora, lontana quella meravigliosa poesia di Holderlin “Poeticamente abita l’uomo”! Si impone subito di pensare a un nuovo paradigma. Ne va dell’umanità. Ma andiamo all’arte. Forse qui il nuovo viene ri-considerando il pensato nel recente passato. Alcuni tra i più importanti filosofi intorno alla metà del novecento si domandarono e tematizzarono la questione dell’ ”Opera d’Arte”. Anzi della sua origine. La “Cosa” fu discussa, tra gli altri, da Merleau- Ponty, Heidegger e Husserl. I loro saggi, quali “L’Origine dell’Opera d’Arte” di Heidegger, “Che cos’è la Cosa” e “L’Occhio e lo Spirito” di Merleau-Ponty ( testi che è importante conoscere) si confrontarono, dialogarono e si influenzarono reciprocamente . Per entrambi l’ Opera d’Arte è il momento in cui il senso emerge, si fa visibile. Tuttavia tra i due autori nasceranno profonde differenze: Heidegger apre a una dimensione storico-interpretativa (ermeneutica), mentre Merleau-Ponty apre a una emergenza estetica. Tuttavia punto comune tra Heidegger e Merleau-Ponty è quello fenomenologico: l’arte è un ente da interrogare, non da spiegare. “Interrogazione” è il termine comune che entrambi traggono da Husserl . L’arte non può essere ridotta a conoscenza, l’arte non si spiega, al contrario di ciò che fa lo storico dell’arte che sull’arte ha uno sguardo esterno, a volo d’uccello. Non si pensi, dicono entrambi, di conoscere un’opera d’arte semplicemente all’interno di una condizione storico-predicativa: emergeranno delle prospettive cognitive, delle conoscenze sull’oggetto, ma non l’origine del senso. Bisogna lasciare che il senso emerga, che l’opera d’arte giunga ad esistenza, che venga all’aperto, si lasci vedere, ponendo così in opera la sua verità che apre, essendo poi l’opera d’arte una struttura di re-invio, ad un universo di significati, dunque a un dire poetico. L’opera d’arte si rivela attraverso il dire, nella sua poesia. Si rivela dunque attraverso il linguaggio, attraverso una manifestazione linguistica, attraverso il poetare... Il senso dell’opera d’arte va letto attraverso una dimensione storico-linguistica, storico- ermeneutica: qualcosa che si manifesta nel tempo, dunque nella storia. La parola arte nella sua radice “ar” custodisce il senso del fare, si pensi alla poesia, che rinvia al greco “poiein” che vuol dire produrre, compiere quell’accompagnare le cose nel loro farsi. Ma ha anche la sua radice in “ir” (rito in sanscrito); nell’arte e nel rito si celebrano le figure della vita e della morte e del sacrificio (sacrum facere) ove il celebrante si pone fuori di (ex statico) per divenire un dio, vivendo i segreti dell’assoluto e il mistero della visione, l’eidos, dove lo sguardo immobile del pensiero si fissa sulla mobilità dell’esperienza alla ricerca del simbolo (sym-ballein) , quell’insieme spezzato che mantiene in sé traccia di quella differenza. Dunque l’arte, a detta di entrambi gli autori, va interrogata, non descritta. Lo sa bene Jean Clair, che allestisce una mostra in un museo senza alcuna descrizione delle opere esposte. Mostrate nelle collezioni e nelle esposizioni, esse appaiono solo come oggetti della “industria artistica”. Intenditori e critici d’arte si occupano di esse. Del loro commercio se ne occupa il mercato che le sottrae al loro ambito essenziale. Qui avviene la sottrazione di un mondo che ne trasferisce il senso rendendole altro da ciò che sono. Lo stare in se stesse si dilegua. Esse non ci vengono più incontro: l’esser opera dell’opera sta soltanto nel suo dischiudimento, e il mostrarsi nella sua verità. Il suo stagliarsi rende visibile ciò che è invisibile. Nell’opera d’arte ha luogo questa apertura, cioè lo svelamento, dice Heidegger, che pone in essere la sua verità e la mostra. Ben lo sapeva Cézanne, che interroga e dipinge infinite volte la montagna di Saint Victoire cercandone il filo nascosto che trattiene la verità di quella realtà in grado di far emergere e rendere visibile ciò che è invisibile. Ben lo sapeva Van Gogh, nel cui quadro non potremmo mai stabilire dove si trovino le sue “scarpe contadine”: esse vivono in uno spazio indeterminato laddove si palesa la fatica del lavoro, sotto le cui suole “trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra… promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane… il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità della morte”. Queste scarpe “appartengono alla terra, e il mondo del contadino le custodisce. Da questo appartenere custodito le scarpe si immedesimano nel loro riposare in se stesse”. Qui sì, viene alla luce il mistero della visione, l’eidos, ma anche il mistero di sacralità della vita. L’origine dell’opera d’arte, dice Heidegger, è l’arte stessa. Scopo ultimo dell’artista è quello di lasciar l’opera nel suo puro sussistere in se stessa, nella sua verità.
| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

7 Mario Borgese  Pittore nato a Milano nel 1936, si laurea prima in Filosofia poi in Paletnologia presso l’Università degli Studi di Milano. Negli anni 70 e 80 ha cogestito la Galleria di Porta Ticinese a Milano. | © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |
29/06/2020

(ri) cominciamo?

CENNI

SULL’ORIGINE

DELL’OPERA

D’ARTE

di Mario Borgese Temo , scrive Paolo Giordano, di tutto quello che il contagio può cambiare, di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte” o, peggio, che la paura passi invano senza lasciare dietro di un cambiamento”. L’emergenza Covid-19, dice ancora Paolo Giordano, “ci svela la complessità del mondo che abitiamo, delle sue logiche sociali, politiche, economiche, interpersonali e psicologiche”. E anch’io temo proprio che non ci sarà un cambiamento nelle abitudini delle persone e del loro modo di pensare se l’umanità non abbandonerà questo modello di sviluppo che ci siamo dati, condizionato dalla cultura giudaico cristiana. Fu a partire da qui, come ci ricorda Umberto Galimberti, che per la cultura occidentale, il dominio della natura non fu mai un problema. La percezione della natura che noi abbiamo, è da tempo cambiata: questa non è più “luogo di abitazione, ma materia prima da sfruttare.” Siamo passati “dall’uso della terra, alla sua usura” come ci ricorda Heidegger. Ma il peggio deve ancora venire. Come scriveva nel 1951, arriveremo a considerare l’uomo come “la materia prima più importante”. Gli appelli accorati di Greta Thunberg sono ormai rimossi o dimenticati. Questa emergenza epidemica non sarà la prima l’ultima, e forse nemmeno la più raccapricciante. Come ci sembra, ora, lontana quella meravigliosa poesia di Holderlin “Poeticamente abita l’uomo”! Si impone subito di pensare a un nuovo paradigma. Ne va dell’umanità. Ma andiamo all’arte. Forse qui il nuovo viene ri-considerando il pensato nel recente passato. Alcuni tra i più importanti filosofi intorno alla metà del novecento si domandarono e tematizzarono la questione dell’ ”Opera d’Arte”. Anzi della sua origine. La “Cosa” fu discussa, tra gli altri, da Merleau- Ponty, Heidegger e Husserl. I loro saggi, quali “L’Origine dell’Opera d’Arte” di Heidegger, “Che cos’è la Cosa” e “L’Occhio e lo Spirito” di Merleau-Ponty ( testi che è importante conoscere) si confrontarono, dialogarono e si influenzarono reciprocamente . Per entrambi l’ Opera d’Arte è il momento in cui il senso emerge, si fa visibile. Tuttavia tra i due autori nasceranno profonde differenze: Heidegger apre a una dimensione storico-interpretativa (ermeneutica), mentre Merleau-Ponty apre a una emergenza estetica. Tuttavia punto comune tra Heidegger e Merleau-Ponty è quello fenomenologico: l’arte è un ente da interrogare, non da spiegare. “Interrogazione” è il termine comune che entrambi traggono da Husserl . L’arte non può essere ridotta a conoscenza, l’arte non si spiega, al contrario di ciò che fa lo storico dell’arte che sull’arte ha uno sguardo esterno, a volo d’uccello. Non si pensi, dicono entrambi, di conoscere un’opera d’arte semplicemente all’interno di una condizione storico-predicativa: emergeranno delle prospettive cognitive, delle conoscenze sull’oggetto, ma non l’origine del senso. Bisogna lasciare che il senso emerga, che l’opera d’arte giunga ad esistenza, che venga all’aperto, si lasci vedere, ponendo così in opera la sua verità che apre, essendo poi l’opera d’arte una struttura di re-invio, ad un universo di significati, dunque a un dire poetico. L’opera d’arte si rivela attraverso il dire, nella sua poesia. Si rivela dunque attraverso il linguaggio, attraverso una manifestazione linguistica, attraverso il poetare... Il senso dell’opera d’arte va letto attraverso una dimensione storico- linguistica, storico-ermeneutica: qualcosa che si manifesta nel tempo, dunque nella storia. La parola arte nella sua radice “ar” custodisce il senso del fare, si pensi alla poesia, che rinvia al greco “poiein” che vuol dire produrre, compiere quell’accompagnare le cose nel loro farsi. Ma ha anche la sua radice in “ir” (rito in sanscrito); nell’arte e nel rito si celebrano le figure della vita e della morte e del sacrificio (sacrum facere) ove il celebrante si pone fuori di (ex statico) per divenire un dio, vivendo i segreti dell’assoluto e il mistero della visione, l’eidos, dove lo sguardo immobile del pensiero si fissa sulla mobilità dell’esperienza alla ricerca del simbolo (sym-ballein) , quell’insieme spezzato che mantiene in traccia di quella differenza. Dunque l’arte, a detta di entrambi gli autori, va interrogata, non descritta. Lo sa bene Jean Clair, che allestisce una mostra in un museo senza alcuna descrizione delle opere esposte. Mostrate nelle collezioni e nelle esposizioni, esse appaiono solo come oggetti della “industria artistica”. Intenditori e critici d’arte si occupano di esse. Del loro commercio se ne occupa il mercato che le sottrae al loro ambito essenziale. Qui avviene la sottrazione di un mondo che ne trasferisce il senso rendendole altro da ciò che sono. Lo stare in se stesse si dilegua. Esse non ci vengono più incontro: l’esser opera dell’opera sta soltanto nel suo dischiudimento, e il mostrarsi nella sua verità. Il suo stagliarsi rende visibile ciò che è invisibile. Nell’opera d’arte ha luogo questa apertura, cioè lo svelamento, dice Heidegger, che pone in essere la sua verità e la mostra. Ben lo sapeva Cézanne, che interroga e dipinge infinite volte la montagna di Saint Victoire cercandone il filo nascosto che trattiene la verità di quella realtà in grado di far emergere e rendere visibile ciò che è invisibile. Ben lo sapeva Van Gogh, nel cui quadro non potremmo mai stabilire dove si trovino le sue “scarpe contadine”: esse vivono in uno spazio indeterminato laddove si palesa la fatica del lavoro, sotto le cui suole “trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra… promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane… il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità della morte”. Queste scarpe “appartengono alla terra, e il mondo del contadino le custodisce. Da questo appartenere custodito le scarpe si immedesimano nel loro riposare in se stesse”. Qui sì, viene alla luce il mistero della visione, l’eidos, ma anche il mistero di sacralità della vita. L’origine dell’opera d’arte, dice Heidegger, è l’arte stessa. Scopo ultimo dell’artista è quello di lasciar l’opera nel suo puro sussistere in se stessa, nella sua verità.

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

7 Mario Borgese  Pittore nato a Milano nel 1936, si laurea prima in Filosofia poi in Paletnologia presso l’Università degli Studi di Milano. Negli anni 70 e 80 ha cogestito la Galleria di Porta Ticinese a Milano