numero

| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso  dal 2011   |    Codice ISSN 2239-0235 |

14/11/2020

IL MONDO DOVRÀ

CAMBIARE STRADA

di Giuseppe Donolato

Con ingenuità, da giovane, mi sono avvicinato all’Etologia con l’obiettivo di scoprire aspetti primitivi e inesplorati del comportamento umano e, nello specifico, di quello che viene inteso per “fare arte”. Una grande ingenuità, un indubbio azzardo, un approccio limitato e per questo fuorviante. Allora Konrad Lorenz affascinava, aveva un gran seguito intellettuale e Desmond Morris aveva scritto il libro Biologia dell’arte, in cui descriveva alcune esperienze espressive prodotte dagli scimpanzè. Malgrado la Psicologia del profondo, la Filosofia estetica e l’ordinaria letteratura permettessero un percorso conoscitivo più solido e fruibile, la Storia dell’Arte fosse già bella e confezionata e bastasse seguirne i suggerimenti, io, ostinatamente, coltivavo l’Etologia. Da giovani, il tempo è forse adatto per tentare e forse giusto per sbagliare. Tutto inutile? Probabile. Eppure, una recente sensibilità bio-ecologista, invitando a riconsiderare il modello di organizzazione sociale, ha posto in sollecitazione anche l’Arte, chiamata a rimodulare la sua visione per renderla funzionale alla futura transizione ambientale ed economica. E così il succitato, improbabile ed improduttivo percorso conoscitivo, in me ha ritrovato un piccolo pretesto rivalutativo e una speranza di utilità contributiva. Il mondo nel prossimo futuro dovrà cambiare strada, e l’Arte potrebbe sostenerne il percorso. Dopo anni di crisi, derive e morti annunciate, confidare, tuttavia, in un nuovo senso artistico comporta una titanica fiducia collettiva. Al reset del vecchio ordine, necessariamente dovrebbe conseguire una nuova costruzione, ma considerato che ogni trasformazione comporta abbagli, illusioni e tradimenti può essere opportuno elaborare, da subito, una profonda disamina e scoprire fondamenta solide, radici ataviche e riferimenti basilari. Tipicità di un’arte preculturale, sacrale e animica, legata alla natura e percepita come emotività animale. Intuita, “fiutata” (ecco l’etologia), condivisa con l’empatica virtù presente in ogni essere sociale. In sostanza: l’arte Green dovrà riconsiderare prioritaria la risposta efficace alla primordiale esigenza dello stare bene collettivo, senza forzature e malgrado le sovrastrutture economiche. Una dimensione non nuova, presente e già esperita in diverse tradizioni asiatiche. Se l’Occidente, tralasciando mercato, finanza e l’ossessione per un Io ipertrofico, si ponesse in ascolto, cercando gli autentici valori della sua Arte, se la bellezza già presente nei paesaggi naturali, nelle cime montane e nelle vedute marine, s’allargasse a un diffuso hortus conclusus (giardini, parchi, viali) o alla sua rappresentazione celebrativa (Land Art, installazioni, arti visive), potremmo osservare l’inizio del mondo nuovo o perlomeno l’entusiasmo della sua utopia. Sin d’ora, a questo sentire, a questo “richiamo della foresta”, può contribuire l’animale artista. L’unico testimone sincero della sua essenza. Non basterà, ma senza di lui, l’architetto paesaggista rimarrà un burocrate comunale, il giardiniere un bracciante e il gallerista il solito faccendiere sfaccendato. Dopodiché ben venga il vento neo-costruttivista.

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

12 Giuseppe Donolato  Nato nel 1956 a Piove di Sacco (Padova), è pittore e poeta.

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

12

14/11/2020

IL MONDO DOVRÀ

CAMBIARE

STRADA

di Giuseppe Donolato

Con ingenuità, da giovane, mi sono avvicinato all’Etologia con l’obiettivo di scoprire aspetti primitivi e inesplorati del comportamento umano e, nello specifico, di quello che viene inteso per “fare arte”. Una grande ingenuità, un indubbio azzardo, un approccio limitato e per questo fuorviante. Allora Konrad Lorenz affascinava, aveva un gran seguito intellettuale e Desmond Morris aveva scritto il libro Biologia dell’arte, in cui descriveva alcune esperienze espressive prodotte dagli scimpanzè. Malgrado la Psicologia del profondo, la Filosofia estetica e l’ordinaria letteratura permettessero un percorso conoscitivo più solido e fruibile, la Storia dell’Arte fosse già bella e confezionata e bastasse seguirne i suggerimenti, io, ostinatamente, coltivavo l’Etologia. Da giovani, il tempo è forse adatto per tentare e forse giusto per sbagliare. Tutto inutile? Probabile. Eppure, una recente sensibilità bio-ecologista, invitando a riconsiderare il modello di organizzazione sociale, ha posto in sollecitazione anche l’Arte, chiamata a rimodulare la sua visione per renderla funzionale alla futura transizione ambientale ed economica. E così il succitato, improbabile ed improduttivo percorso conoscitivo, in me ha ritrovato un piccolo pretesto rivalutativo e una speranza di utilità contributiva. Il mondo nel prossimo futuro dovrà cambiare strada, e l’Arte potrebbe sostenerne il percorso. Dopo anni di crisi, derive e morti annunciate, confidare, tuttavia, in un nuovo senso artistico comporta una titanica fiducia collettiva. Al reset del vecchio ordine, necessariamente dovrebbe conseguire una nuova costruzione, ma considerato che ogni trasformazione comporta abbagli, illusioni e tradimenti può essere opportuno elaborare, da subito, una profonda disamina e scoprire fondamenta solide, radici ataviche e riferimenti basilari. Tipicità di un’arte preculturale, sacrale e animica, legata alla natura e percepita come emotività animale. Intuita, “fiutata” (ecco l’etologia), condivisa con l’empatica virtù presente in ogni essere sociale. In sostanza: l’arte Green dovrà riconsiderare prioritaria la risposta efficace alla primordiale esigenza dello stare bene collettivo, senza forzature e malgrado le sovrastrutture economiche. Una dimensione non nuova, presente e già esperita in diverse tradizioni asiatiche. Se l’Occidente, tralasciando mercato, finanza e l’ossessione per un Io ipertrofico, si ponesse in ascolto, cercando gli autentici valori della sua Arte, se la bellezza già presente nei paesaggi naturali, nelle cime montane e nelle vedute marine, s’allargasse a un diffuso hortus conclusus (giardini, parchi, viali) o alla sua rappresentazione celebrativa (Land Art, installazioni, arti visive), potremmo osservare l’inizio del mondo nuovo o perlomeno l’entusiasmo della sua utopia. Sin d’ora, a questo sentire, a questo “richiamo della foresta”, può contribuire l’animale artista. L’unico testimone sincero della sua essenza. Non basterà, ma senza di lui, l’architetto paesaggista rimarrà un burocrate comunale, il giardiniere un bracciante e il gallerista il solito faccendiere sfaccendato. Dopodiché ben venga il vento neo- costruttivista.
Giuseppe Donolato  Nato nel 1956 a Piove di Sacco (Padova), è pittore e poeta.