numero

29/06/2020

LE STATUE

CONTROVERSE

Prima del monumento viene l’opera.

Oppure no?

I fatti sono noti: in queste settimane è stato chiesto da più parti (i Sentinelli, gruppi di cittadini, organizzazioni femministe ecc.) di rimuovere il monumento che la giunta Albertini aveva dedicato a Indro Montanelli nei giardini di Porta Venezia a Milano. Motivo? L'episodio a dir poco ignobile, ma sempre orgogliosamente rivendicato dal grande giornalista, di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, mentre era ufficiale dell'esercito durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia. Ora, se è condivisibile l'indignazione per un simile comportamento e per l'ostinazione a non pentirsene - e personalmente la condivido pienamente - una cosa però mi colpisce molto. Il fatto cioè che in quel monumento (così come per ogni altra statua delle nostre città) i più vedano soltanto il soggetto raffigurato, la carica simbolica, il portato celebrativo... ma non vedano l'opera, non vedano cioè la scultura. La prova? nessuno degli articoli o dei commenti dedicati alle vicende dei vari imbrattamenti e alla polemica che si è innescata (questa e le altre che sono seguite nel mondo dopo l’assassinio di George Floyd a Minneapolis) giudizi estetici sui monumenti cita mai gli autori delle sculture, cioè nel caso milanese il bravissimo Vito Tongiani, scultore e pittore toscano oggi quasi ottantenne e persona, tra l'altro, per come me lo ricordo, assai lontana per non dire opposta dall'orientamento politico di Montanelli... L'artista, quando riceve una committenza pubblica, la affronta e la realizza sulla base delle proprie risorse interpretative e del proprio mondo immaginativo, facendone oggetto di lavoro espressivo e di ricerca sensibile. E in questo caso Tongiani ha realizzato un'opera secondo me bellissima, straordinario incrocio plastico tra tradizione neoclassica e visione contemporanea. Ma di questo nessuno sembra occuparsi. Dovremo forse un giorno (fatte le debite proporzioni) ripudiare la grandezza di David perché ha dipinto l'incoronazione di Napoleone, fattosi imperatore da generale della Rivoluzione, o dimenticare il genio di Canova perché ha ritratto Paolina Borghese, moglie di un principe reazionario? Non lo capisco. E ciò che anche non si capisce è perché tutto questo accade solo ora, quando quel suo monumento dal lontano 2006 era ormai diventato parte integrante del paesaggio urbano, nel suo angolo di parco all'incrocio tra via Palestro e via Manin a Milano. Non sarà che l'attualità la vince sempre? E' proprio vero difatti che l'umanità è pecorona, e le mode, anche quelle della giusta indignazione di questi giorni contro razzismo e crudeltà di poliziotti americani, così come l’esecrazione contro il mercante di schiavi Edward Colston a Bristol, Churchill a Londra eccetera, attecchiscono nel gregge come la fiamma in un pagliaio, e fanno di ogni erba un fascio senza distinzioni, precisazioni, approfondimenti. Ma ancora meno riesco a capire questa specie di furia iconoclasta, di accanimento sui simboli, che ignora ogni aspetto del monumento che non sia solo quello meramente celebrativo. Ovvio, hanno ragione gli amici che sono intervenuti su Facebook (in primis Gioxe De Micheli) quando indicano nell'importanza del "reato" commesso dalla figura ritratta, nella portata complessiva della sua celebrazione a mezzo statua, e nel suo significato emblematico, il vero discrimine. Certo molti dittatori (Mussolini, Hitler, Stalin, Ceausescu ma anche Saddam Hussein, Gheddafi e via scalzando fino ai giorni nostri) sono stati ben decapitati "in simulacro". E personalmente, alla bisogna, avrei dato anch'io una mano. Ma in quelle fattispecie il fatto è davvero concreto, il simbolico è di molto, moltissimo prevalente rispetto all'estetico dell'opera d'arte: il significato prevale sul significante anzi l'annulla, avrebbero detto Roland Barthes e Umberto Eco. Ma per Montanelli? Siamo davvero così certi che sia legittima la stessa deprecazione, la stessa violenta ripulsa, lo stesso livore tale da non consentire più di vedere l'oggetto, di considerare la scultura nella sua identità artistica, nel suo valore estetico, nella sua consistenza di testimonianza plastica? Io penso che sia sbagliato. Che non sia razionale. Che sia un pezzetto di quell'imbarbarimento semplificativo che sta circolando nei polmoni della società ben prima del Covid19... (G.S.) Cito qui l’opinione di Tomaso Montanari , apparsa con un articolo su “Il fatto Quotidiano” del 16/06/2020, che mi è sembrata, a questo proposito, assai incisiva. Scrive Montanari: “Da storico dell’arte trovo appassionante il dibattito che divampa intorno alle statue civiche. Il punto non è la riscrittura della storia: e le provocazioni che in queste ore chiamano in causa libri o film non hanno alcun senso. Perché il vero oggetto di contesa è lo spazio pubblico come luogo in cui una comunità civile costruisce se stessa attraverso una lettura (spesso invenzione) del passato, e indica una via verso il futuro. È commovente che questo accada dopo decenni di privatizzazioni selvagge che tendono a far letteralmente sparire, in tutto il mondo, il concetto stesso di spazio pubblico. Se partiamo da qui, si dovrà convenire che tenere su un piedistallo nella piazza (centro della polis e dunque luogo politico per eccellenza) un personaggio significa indicarlo come modello di virtù civili. È l’equivalente civile della santificazione: “Guardatelo, prendetelo a esempio, fate come lui”. Naturalmente questo messaggio arriva quando c’è un nesso ancora vivo tra il personaggio e la comunità che lo celebra. I monumenti antichi, medioevali e dell’età moderna sono fuori da questo discorso. Certo, se pensassimo di invadere la Romania, la Colonna Traiana potrebbe recuperare un suo valore politico; e, se scoppiasse una guerra tra Milano e Venezia, qualche infiltrato meneghino in Laguna potrebbe far brillare il monumento di Verrocchio a Bartolomeo Colleoni. Ma non mi pare questo, il problema. Che invece riguarda i monumenti eretti in un’età che sentiamo ancora nostra, in onore di personaggi, remoti nel tempo o contemporanei, che già in quel momento erano in contrasto con i valori di una parte della società. Monumenti che usavano il passato in un conflitto contemporaneo. Quest’epoca parte dalla Rivoluzione Francese e arriva fino a noi. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 26 agosto 1789 inizia affermando che “gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono fondarsi che sull’utilità comune”. Nel 1792 la Rivoluzione cancellò le discriminazioni razziali, nel 1794 abolì la schiavitù. E in quello stesso 1794 la Convenzione mise fine alla distruzione delle opere d’arte prodotte dalla monarchia francese: fu coniata la parola vandalisme e si affermò solennemente che “solo gli schiavi distruggono i monumenti, gli uomini liberi li conservano”. Era la saggia decisione di coloro che si sentivano definitivamente vincitori, e pensavano di non aver nulla da temere da monumenti passati cui sottraevano il significato originale, e ne imponevano uno puramente culturale, repubblicano. Nasceva il Musée des monuments e con questa operazione di “patrimonializzazione” anche l’idea stessa di patrimonio culturale: quella per cui oggi amiamo, per esempio, le statue di Cosimo I anche se ne esecriamo le gesta contro la libertà fiorentina. Ma la statua abbattuta a Bristol pochi giorni fa era stata dedicata al mercante di schiavi Edward Colston (1636-1721) le cui navi trasportarono dalle coste africane all ’America almeno 100.000 persone rapite ai loro villaggi e ai loro affetti solo nel 1895: un secolo dopo l abolizione della schiavitù! Era nata, ed era poi sempre stata difesa, come un segno del perdurante razzismo della società inglese. Nata e difesa per usare il passato nelle lotte del presente: e perita per lo stesso motivo. Negli ultimi vent’anni su quel bronzo si era aperto un duro confronto: una petizione per la rimozione ha raccolto 11.000 firme, e solo installazioni artistiche non autorizzate hanno reso visibile intorno alla figura di Colston l’immane tragedia che egli provocò, un po’ come ora propone di fare Banksy. Ma i sindaci di Bristol hanno impedito perfino che una targa mutasse il segno del monumento, inchiodando Colston alla verità storica. Così quelle autorità non hanno difeso la storia, ma hanno usato la statua come pedina di una battaglia attuale. Facendo così, hanno condannato quel bronzo a essere gettato nel fiume. Non ci nascondiamo dietro un dito: se masse oppresse in tutto l’Occidente non riescono a condividere la saggia svolta contro il vandalismo compiuta dalla Rivoluzione trionfante, è appunto perché sono tuttora oppresse, e sconfitte. La loro battaglia non riguarda la storia, ma il futuro: ed è sacrosanta. Credo, dunque, che la risposta più saggia per le statue controverse dell’8-900 sia la loro musealizzazione. Nei musei possono e devono vivere come documenti di una storia che non si cambia: qui i cittadini possono e devono conoscerle, fin dalla scuola. Ma le vie e le piazze sono, per fortuna, ancora luoghi di conflitto, e i loro piedistalli (come le loro intitolazioni) sono nodi del discorso pubblico che costruisce la via verso il futuro. L’ultima cosa che dobbiamo fare è usare l’arte e la storia contro la giustizia e l’eguaglianza.”
| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

5 La statua di Edward Colston viene abbattuta a Bristol Il monumento londinese a Winston Churchill contestato e poi danneggiato Milano, giugno 2020: il monumento a Montanelli imbrattato
29/06/2020

LE STATUE

CONTROVERSE

Prima

del

monumento

viene

l’opera. Oppure no?

I fatti sono noti: in queste settimane è stato chiesto da più parti (i Sentinelli, gruppi di cittadini, organizzazioni femministe ecc.) di rimuovere il monumento che la giunta Albertini aveva dedicato a Indro Montanelli nei giardini di Porta Venezia a Milano. Motivo? L'episodio a dir poco ignobile, ma sempre orgogliosamente rivendicato dal grande giornalista, di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, mentre era ufficiale dell'esercito durante l'aggressione del regime fascista all'Etiopia. Ora, se è condivisibile l'indignazione per un simile comportamento e per l'ostinazione a non pentirsene - e personalmente la condivido pienamente - una cosa però mi colpisce molto. Il fatto cioè che in quel monumento (così come per ogni altra statua delle nostre città) i più vedano soltanto il soggetto raffigurato, la carica simbolica, il portato celebrativo... ma non vedano l'opera, non vedano cioè la scultura. La prova? nessuno degli articoli o dei commenti dedicati alle vicende dei vari imbrattamenti e alla polemica che si è innescata (questa e le altre che sono seguite nel mondo dopo l’assassinio di George Floyd a Minneapolis) giudizi estetici sui monumenti cita mai gli autori delle sculture, cioè nel caso milanese il bravissimo Vito Tongiani, scultore e pittore toscano oggi quasi ottantenne e persona, tra l'altro, per come me lo ricordo, assai lontana per non dire opposta dall'orientamento politico di Montanelli... L'artista, quando riceve una committenza pubblica, la affronta e la realizza sulla base delle proprie risorse interpretative e del proprio mondo immaginativo, facendone oggetto di lavoro espressivo e di ricerca sensibile. E in questo caso Tongiani ha realizzato un'opera secondo me bellissima, straordinario incrocio plastico tra tradizione neoclassica e visione contemporanea. Ma di questo nessuno sembra occuparsi. Dovremo forse un giorno (fatte le debite proporzioni) ripudiare la grandezza di David perché ha dipinto l'incoronazione di Napoleone, fattosi imperatore da generale della Rivoluzione, o dimenticare il genio di Canova perché ha ritratto Paolina Borghese, moglie di un principe reazionario? Non lo capisco. E ciò che anche non si capisce è perché tutto questo accade solo ora, quando quel suo monumento dal lontano 2006 era ormai diventato parte integrante del paesaggio urbano, nel suo angolo di parco all'incrocio tra via Palestro e via Manin a Milano. Non sarà che l'attualità la vince sempre? E' proprio vero difatti che l'umanità è pecorona, e le mode, anche quelle della giusta indignazione di questi giorni contro razzismo e crudeltà di poliziotti americani, così come l’esecrazione contro il mercante di schiavi Edward Colston a Bristol, Churchill a Londra eccetera, attecchiscono nel gregge come la fiamma in un pagliaio, e fanno di ogni erba un fascio senza distinzioni, precisazioni, approfondimenti. Ma ancora meno riesco a capire questa specie di furia iconoclasta, di accanimento sui simboli, che ignora ogni aspetto del monumento che non sia solo quello meramente celebrativo. Ovvio, hanno ragione gli amici che sono intervenuti su Facebook (in primis Gioxe De Micheli) quando indicano nell'importanza del "reato" commesso dalla figura ritratta, nella portata complessiva della sua celebrazione a mezzo statua, e nel suo significato emblematico, il vero discrimine. Certo molti dittatori (Mussolini, Hitler, Stalin, Ceausescu ma anche Saddam Hussein, Gheddafi e via scalzando fino ai giorni nostri) sono stati ben decapitati "in simulacro". E personalmente, alla bisogna, avrei dato anch'io una mano. Ma in quelle fattispecie il fatto è davvero concreto, il simbolico è di molto, moltissimo prevalente rispetto all'estetico dell'opera d'arte: il significato prevale sul significante anzi l'annulla, avrebbero detto Roland Barthes e Umberto Eco. Ma per Montanelli? Siamo davvero così certi che sia legittima la stessa deprecazione, la stessa violenta ripulsa, lo stesso livore tale da non consentire più di vedere l'oggetto, di considerare la scultura nella sua identità artistica, nel suo valore estetico, nella sua consistenza di testimonianza plastica? Io penso che sia sbagliato. Che non sia razionale. Che sia un pezzetto di quell'imbarbarimento semplificativo che sta circolando nei polmoni della società ben prima del Covid19... (G.S.) Cito qui l’opinione di Tomaso Montanari , apparsa con un articolo su “Il fatto Quotidiano” del 16/06/2020, che mi è sembrata, a questo proposito, assai incisiva. Scrive Montanari: “Da storico dell’arte trovo appassionante il dibattito che divampa intorno alle statue civiche. Il punto non è la riscrittura della storia: e le provocazioni che in queste ore chiamano in causa libri o film non hanno alcun senso. Perché il vero oggetto di contesa è lo spazio pubblico come luogo in cui una comunità civile costruisce se stessa attraverso una lettura (spesso invenzione) del passato, e indica una via verso il futuro. È commovente che questo accada dopo decenni di privatizzazioni selvagge che tendono a far letteralmente sparire, in tutto il mondo, il concetto stesso di spazio pubblico. Se partiamo da qui, si dovrà convenire che tenere su un piedistallo nella piazza (centro della polis e dunque luogo politico per eccellenza) un personaggio significa indicarlo come modello di virtù civili. È l’equivalente civile della santificazione: “Guardatelo, prendetelo a esempio, fate come lui”. Naturalmente questo messaggio arriva quando c’è un nesso ancora vivo tra il personaggio e la comunità che lo celebra. I monumenti antichi, medioevali e dell’età moderna sono fuori da questo discorso. Certo, se pensassimo di invadere la Romania, la Colonna Traiana potrebbe recuperare un suo valore politico; e, se scoppiasse una guerra tra Milano e Venezia, qualche infiltrato meneghino in Laguna potrebbe far brillare il monumento di Verrocchio a Bartolomeo Colleoni. Ma non mi pare questo, il problema. Che invece riguarda i monumenti eretti in un’età che sentiamo ancora nostra, in onore di personaggi, remoti nel tempo o contemporanei, che già in quel momento erano in contrasto con i valori di una parte della società. Monumenti che usavano il passato in un conflitto contemporaneo. Quest’epoca parte dalla Rivoluzione Francese e arriva fino a noi. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 26 agosto 1789 inizia affermando che “gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono fondarsi che sull’utilità comune”. Nel 1792 la Rivoluzione cancellò le discriminazioni razziali, nel 1794 abolì la schiavitù. E in quello stesso 1794 la Convenzione mise fine alla distruzione delle opere d’arte prodotte dalla monarchia francese: fu coniata la parola vandalisme e si affermò solennemente che “solo gli schiavi distruggono i monumenti, gli uomini liberi li conservano”. Era la saggia decisione di coloro che si sentivano definitivamente vincitori, e pensavano di non aver nulla da temere da monumenti passati cui sottraevano il significato originale, e ne imponevano uno puramente culturale, repubblicano. Nasceva il Musée des monuments e con questa operazione di “patrimonializzazione” anche l’idea stessa di patrimonio culturale: quella per cui oggi amiamo, per esempio, le statue di Cosimo I anche se ne esecriamo le gesta contro la libertà fiorentina. Ma la statua abbattuta a Bristol pochi giorni fa era stata dedicata al mercante di schiavi Edward Colston (1636-1721) le cui navi trasportarono dalle coste africane all ’America almeno 100.000 persone rapite ai loro villaggi e ai loro affetti solo nel 1895: un secolo dopo l abolizione della schiavitù! Era nata, ed era poi sempre stata difesa, come un segno del perdurante razzismo della società inglese. Nata e difesa per usare il passato nelle lotte del presente: e perita per lo stesso motivo. Negli ultimi vent’anni su quel bronzo si era aperto un duro confronto: una petizione per la rimozione ha raccolto 11.000 firme, e solo installazioni artistiche non autorizzate hanno reso visibile intorno alla figura di Colston l’immane tragedia che egli provocò, un po’ come ora propone di fare Banksy. Ma i sindaci di Bristol hanno impedito perfino che una targa mutasse il segno del monumento, inchiodando Colston alla verità storica. Così quelle autorità non hanno difeso la storia, ma hanno usato la statua come pedina di una battaglia attuale. Facendo così, hanno condannato quel bronzo a essere gettato nel fiume. Non ci nascondiamo dietro un dito: se masse oppresse in tutto l’Occidente non riescono a condividere la saggia svolta contro il vandalismo compiuta dalla Rivoluzione trionfante, è appunto perché sono tuttora oppresse, e sconfitte. La loro battaglia non riguarda la storia, ma il futuro: ed è sacrosanta. Credo, dunque, che la risposta più saggia per le statue controverse dell’8- 900 sia la loro musealizzazione. Nei musei possono e devono vivere come documenti di una storia che non si cambia: qui i cittadini possono e devono conoscerle, fin dalla scuola. Ma le vie e le piazze sono, per fortuna, ancora luoghi di conflitto, e i loro piedistalli (come le loro intitolazioni) sono nodi del discorso pubblico che costruisce la via verso il futuro. L’ultima cosa che dobbiamo fare è usare l’arte e la storia contro la giustizia e l’eguaglianza.”

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

5