numero

una proposta

FARE

CONCORRENZA

Pensando alla situazione dell’arte di oggi e al «che

fare»

Sostengo da tempo che una rimozione culturale, inaudita e devastante, ha percorso gli ultimi trent’anni di arte contemporanea. In tutto il paese, ma in particolare a Milano dove, per esempio, paradigmatica è stata la mostra “Addio anni 70” curata anni fa da Francesco Bonami a Palazzo Reale per il Comune: una mostra che ha ignorato per settarismo culturale i tre quarti dei nomi e delle tendenze artistiche milanesi presenti nel periodo preso in esame. É stato emblema e trionfo del clima culturale prevalente, il quale in larghissima misura esclude per partito preso la pittura e la scultura che in qualche modo mostrano di non avere reciso i ponti con la tradizione, muovendosi in linea di continuità e rinnovamento con essa. É una rimozione frutto di una sorta di ideologia dell’arte contemporanea, che si è ormai definita tra oscillazioni sempre più effimere delle mode culturali, deriva consumistica sempre più accentuata delle Gallerie e del mercato, svuotamento di relazioni vere tra attività d’arte e riflessione sulla realtà. Sono aspetti che costituiscono il panorama desolante dentro il quale oggettivamente si viene a imporre, dinnanzi a un pubblico sempre più attonito e passivo, un’arte priva di storia, solo avvalorata dalle strategie della persuasione pubblicitaria. Un’arte (o, meglio, una serie di “marchi”, di brand individuali costruiti sulle personalità di artisti star e sui loro imitatori) che risponde a una società dei bisogni artificiali, una società sempre più orientata a sembrare invece che essere. Al punto che non è ormai azzardato sottolineare l’analogia tra le vicende dell'ufficialità artistica attuale e quelle della grande finanza internazionale: Così come la finanza e le sue logiche impersonali non servono più gli interessi del mondo e degli uomini, e il profitto diventa scopo in sé, astrazione scorporata da ogni funzione sociale, civile, tantomeno etica, così l'opera d'arte oggi prevalente mostra di avere perso ogni vero rapporto con la dimensione umana del presente, con i sentimenti, problemi, gusti e disgusti delle persone. Si potrebbero dire due facce di una stessa medaglia: qui, la cultura del pragmatismo economico, la deriva dei fondi-spazzatura, le bolle speculative di rapina, i bond tossici; là, l’arido controcanto estetico, tanto pretenzioso quanto povero di vere sostanze, dei Damien Hirst, dei Jeff Koons, dei Cattelan, la pletora dei loro imitatori e adepti: opere e “marchi” nati soltanto per ingenerare flussi di profitto immediato, pronti a sgonfiarsi con la scomparsa dei loro avallanti, o il fallimento delle loro finanziarie... Dunque l’immagine pubblica della cultura artistica che appare da noi, cioè la pittura e scultura “ufficiali” di questi anni, è per buona parte spalmata su questi esempi, e quindi carente, incompleta, faziosa, escludendo tendenzialmente le ricerche che richiamano valori diversi del fare contemporaneo, forme concrete del figurare, non arbitrarietà dei linguaggi. E allora? Allora penso che si debba fare qualcosa per contrastare, qualcosa per mostrare il panorama artistico attuale nella sua completezza, per ricordare al pubblico tutte le sue articolazioni e la sua vivacità, qualità e profondità. Si tratta di immaginare qualcosa che possa muovere verso il recupero, il risarcimento, la rivalorizzazione di tendenze e personalità artistiche significative che sono state penalizzate in questi anni dall’orientamento prevalente. Qualcosa che venga incontro (tra l’altro) alle indicazioni che cominciano a profilarsi anche tra quegli operatori commerciali e culturali meno succubi dell’attuale sistema (vedi il crescente successo di GrandArt come nuova Fiera artistica milanese giunta quest’anno alla edizione, vedi il crescente rafforzarsi di presenze non scontate sia in Fiere tradizionali, come per esempio Bologna, o a varie istanze dell’Affordable Art ecc.). Qualcosa che davanti al grande pubblico “entri in concorrenza” con le mode attuali e affermi valori e realtà diverse, rendendo esplicita con le proprie scelte una identità forte, fondata su un’offerta culturale radicalmente diversa da quella che circola oggi. Qualcosa che si avvia sulla strada di una sorta di “rivoluzione” pacifica del modo di intendere l’arte contemporanea, attingendo alla formidabile miniera tutta da svelare delle energie artistiche che il sistema attuale non considera. Qualcosa che, proprio per la sua novità polemica e controcorrente, è certo in grado di distinguersi energicamente, di richiamare attenzione e fare clamore, di sollevare attenzioni e interesse in un nuovo collezionismo, in quella larghissima parte di pubblico oggi a disagio o indifferente rispetto all’offerta dell’arte ufficiale, in tutte quelle realtà culturali e imprenditoriali non allineate in modo passivo alle indicazioni prevalenti e orientate, invece, a un “nuovo” non effimero, non banale, non ripetitivo, non sradicato dalle memorie, dalle continuità e dalle correlazioni valoriali con i linguaggi artistici che ci hanno preceduto. La definizione che provvisoriamente adopero per definire questo progetto (il nome della «cosa») è quello per intenderci di un possibile SALONE BIENNALE DELLE FIGURAZIONI. Ma certo qualunque altro nome o appuntamento periodico potrebbe andar bene, purchè le intenzioni e i programmi si muovano al di delle mode per restituire il ventaglio dell’immaginario contemporaneo in tutta la sua varietà, serietà e qualità. “Salone” infatti è una bella definizione storica nella vita dell’arte, da riprendere e rilanciare secondo me come uno slogan. Ma al di del nome, vale sopratutto l’indicazione generale, il programma-quadro fondativo sul quale avviare una riflessione di contenuti e di fasi organizzative, sui canali da attivare, sulla o sulle città e luoghi da investire, sull’allargamento internazionale o meno. Insomma, c’è parecchio lavoro da mettere in campo. Chi se la sente?
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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

Giorgio Seveso  Critico d’arte, curatore e giornalista, vive e opera a Milano dal 1969. Fondatore e conduttore di questo blogMagazine, è stato critico de l’Unità per oltre vent’anni. E’ nato a Sanremo nel 1944. 2
© blogMagazine pubblicato  in rete da Giorgio Seveso  dal 2011 -  Codice ISSN 2239-0235

una proposta

FARE

CONCORRENZA

Pensando alla situazione dell’arte

di oggi e al «che fare»

di Giorgio Seveso Sostengo da tempo che una rimozione culturale, inaudita e devastante, ha percorso gli ultimi trent’anni di arte contemporanea. In tutto il paese, ma in particolare a Milano dove, per esempio, paradigmatica è stata la mostra “Addio anni 70” curata anni fa da Francesco Bonami a Palazzo Reale per il Comune: una mostra che ha ignorato per settarismo culturale i tre quarti dei nomi e delle tendenze artistiche milanesi presenti nel periodo preso in esame. É stato emblema e trionfo del clima culturale prevalente, il quale in larghissima misura esclude per partito preso la pittura e la scultura che in qualche modo mostrano di non avere reciso i ponti con la tradizione, muovendosi in linea di continuità e rinnovamento con essa. É una rimozione frutto di una sorta di ideologia dell’arte contemporanea, che si è ormai definita tra oscillazioni sempre più effimere delle mode culturali, deriva consumistica sempre più accentuata delle Gallerie e del mercato, svuotamento di relazioni vere tra attività d’arte e riflessione sulla realtà. Sono aspetti che costituiscono il panorama desolante dentro il quale oggettivamente si viene a imporre, dinnanzi a un pubblico sempre più attonito e passivo, un’arte priva di storia, solo avvalorata dalle strategie della persuasione pubblicitaria. Un’arte (o, meglio, una serie di “marchi”, di brand individuali costruiti sulle personalità di artisti star e sui loro imitatori) che risponde a una società dei bisogni artificiali, una società sempre più orientata a sembrare invece che essere. Al punto che non è ormai azzardato sottolineare l’analogia tra le vicende dell'ufficialità artistica attuale e quelle della grande finanza internazionale: Così come la finanza e le sue logiche impersonali non servono più gli interessi del mondo e degli uomini, e il profitto diventa scopo in sé, astrazione scorporata da ogni funzione sociale, civile, tantomeno etica, così l'opera d'arte oggi prevalente mostra di avere perso ogni vero rapporto con la dimensione umana del presente, con i sentimenti, problemi, gusti e disgusti delle persone. Si potrebbero dire due facce di una stessa medaglia: qui, la cultura del pragmatismo economico, la deriva dei fondi-spazzatura, le bolle speculative di rapina, i bond tossici; là, l’arido controcanto estetico, tanto pretenzioso quanto povero di vere sostanze, dei Damien Hirst, dei Jeff Koons, dei Cattelan, la pletora dei loro imitatori e adepti: opere e “marchi” nati soltanto per ingenerare flussi di profitto immediato, pronti a sgonfiarsi con la scomparsa dei loro avallanti, o il fallimento delle loro finanziarie... Dunque l’immagine pubblica della cultura artistica che appare da noi, cioè la pittura e scultura “ufficiali” di questi anni, è per buona parte spalmata su questi esempi, e quindi carente, incompleta, faziosa, escludendo tendenzialmente le ricerche che richiamano valori diversi del fare contemporaneo, forme concrete del figurare, non arbitrarietà dei linguaggi. E allora? Allora penso che si debba fare qualcosa per contrastare, qualcosa per mostrare il panorama artistico attuale nella sua completezza, per ricordare al pubblico tutte le sue articolazioni e la sua vivacità, qualità e profondità. Si tratta di immaginare qualcosa che possa muovere verso il recupero, il risarcimento, la rivalorizzazione di tendenze e personalità artistiche significative che sono state penalizzate in questi anni dall’orientamento prevalente. Qualcosa che venga incontro (tra l’altro) alle indicazioni che cominciano a profilarsi anche tra quegli operatori commerciali e culturali meno succubi dell’attuale sistema (vedi il crescente successo di GrandArt come nuova Fiera artistica milanese giunta quest’anno alla edizione). Qualcosa che davanti al grande pubblico “entri in concorrenza” con le mode attuali e affermi valori e realtà diverse, rendendo esplicita con le proprie scelte una identità forte, fondata su un’offerta culturale radicalmente diversa da quella che circola oggi. Qualcosa che si avvia sulla strada di una sorta di “rivoluzione” pacifica del modo di intendere l’arte contemporanea, attingendo alla formidabile miniera tutta da svelare delle energie artistiche che il sistema attuale non considera. Qualcosa che, proprio per la sua novità polemica e controcorrente, è certo in grado di distinguersi energicamente, di richiamare attenzione e fare clamore, di sollevare attenzioni e interesse in un nuovo collezionismo, in quella larghissima parte di pubblico oggi a disagio o indifferente rispetto all’offerta dell’arte ufficiale, in tutte quelle realtà culturali e imprenditoriali non allineate in modo passivo alle indicazioni prevalenti e orientate, invece, a un “nuovo” non effimero, non banale, non ripetitivo, non sradicato dalle memorie, dalle continuità e dalle correlazioni valoriali con i linguaggi artistici che ci hanno preceduto. La definizione che provvisoriamente adopero per definire questo progetto (il nome della «cosa») è quello per intenderci di un possibile SALONE BIENNALE DELLE FIGURAZIONI. Ma certo qualunque altro nome o appuntamento periodico potrebbe andar bene, purchè le intenzioni e i programmi si muovano al di delle mode per restituire il ventaglio dell’immaginario contemporaneo in tutta la sua varietà, serietà e qualità. “Salone” infatti è una bella definizione storica nella vita dell’arte, da riprendere e rilanciare secondo me come uno slogan. Ma al di del nome, vale sopratutto l’indicazione generale, il programma- quadro fondativo sul quale avviare una riflessione di contenuti e di fasi organizzative, sui canali da attivare, sulla o sulle città e luoghi da investire, sull’allargamento internazionale o meno. Insomma, c’è parecchio lavoro da mettere in campo. Chi se la sente?
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polemiche e proposte sull’arte contemporanea

Giorgio Seveso  Critico d’arte, curatore e giornalista, vive e opera a Milano dal 1969. Fondatore e conduttore di questo blogMagazine, è stato critico de l’Unità per oltre vent’anni. E’ nato a Sanremo nel 1944. 2