numero

uno spunto

SIAMO ALLE SOLITE

Due esempi milanesi che suggeriscono qualche

riflessione sulla gestione della cultura visiva

Che abbiano ragione da vendere Montanari e Trione nel loro «Contro le mostre» (vedi qui ) è innegabile. La logica che ormai accompagna le esposizioni, sia pubbliche che private, è soltanto quella legata alla logica dell’evento/scoop pubblicitario. Proviamo a dire sommariamente qualcosa che è sufficiente però a restituire le difficoltà che un cittadino/una cittadina deve affrontare se vuole visitare un’esposizione temporanea a Milano. Porterò solo due esempi, e li porgerò dal punto di vista “privilegiato” di una professionista iscritta all’ordine nazionale dei giornalisti e pubblicisti e in possesso di regolare tessera. Prendiamo a campione per l’Amministrazione pubblica le mostre in “scena” a Palazzo Reale. Le regole sono queste: se si decide di visitare le esposizioni contestualmente al momento della conferenza stampa, si è costretti ad attendere che questa termini, anche se sta parlando l’addetto al catering che sta facendo autopromozione. Se malauguratamente invece la mattina in cui è convocata la conferenza stampa si è impegnati altrove e ci si presenta la sera dell’inaugurazione all’orario convenuto, avendo stampato l’invito che si è ricevuto via email che reca impressa anche la precisazione dell’orario di convocazione (in genere vengono fatti due o tre scaglioni orari d’entrata), si resta in fila per molto tempo, bloccati all’ingresso. Ho amici anziani che ormai hanno rinunciato al loro diritto all’ingresso gratuito ma con condizioni logistiche troppo sfavorevoli per chiunque, ancora di più se in nell’età. Gli amici anziani e gli altri che non hanno accettato di stare in piedi magari anche al freddo per un tempo indefinito, se vorranno visitare la mostra dunque nel corso del tempo della sua programmazione, dovranno prenotare e pagare l’ingresso anche se erano stati invitati la sera dell’inaugurazione (peggio per loro che non ne hanno approfittato!). Il giornalista invece deve accreditarsi tramite email concordando la visita per un certo giorno purché non sia durante il weekend, sperando che qualcuno dell’Ufficio stampa del Comune gli risponda. Quando la risposta arriva è abbastanza sconcertante: “va bene ma sappia che accreditiamo solo i giornalisti che garantiscono che scriveranno della mostra”. Ora mi chiedo, ma come si può sapere a priori se una mostra è degna di considerazione e di essere sottoposta all’attenzione altrui? Il giornalismo ormai è ritenuto totalmente una pratica di servizio pubblicitario e non è più il libero esercizio del pensiero critico. So di dire delle ovvietà ma non mi rassegno a vivere queste condizioni come se fossero le più naturali del mondo. Ma veniamo all’occasione più recente che ha mosso la mia indignazione: accadeva il 5 gennaio 2020 presso la Fondazione Prada, dove è stato di recente allestita la ricostruzione dello “studiolo” di J.L. Godard. L’esempio bene mette in evidenza le aberrazioni di un sistema da cui si evince che il cittadino non è tenuto in alcuna considerazione. Vedo sul sito le istruzioni per le visite, con orari e modalità. Telefonando direttamente alla biglietteria e scrivendo email all’ufficio stampa ho quindi cercato di capire se fosse prevista la possibilità, come accade in ogni paese civile, di prenotare la propria visita per un certo giorno a una determinata ora, per non rischiare di perdere tempo. Ma nulla da fare, il perverso meccanismo non lo consente. Quindi il giorno 5 gennaio alle ore 15 mi metto in coda alla biglietteria. Dopo 20 minuti finalmente viene il mio turno, ma mi si comunica che no, è impossibile accedere al luogo del desiderio perché il numero di visite per la giornata è esaurito! Si noti che nessun cartello minimamente accennava a questa possibilità, e neppure che nessuno come logica e considerazione del prossimo avrebbero suggerito ha avvertito dell’inutilità dell’attesa. Mi viene inoltre confermato che “le regole sono uguali per tutti” e che quindi a tutti coloro che desiderano visitare l’atelier di Godard, potrà accadere la stessa cosa, cioè attraversare la città per recarsi alla Fondazione Prada scoprendo alla fine di avere fatto un viaggio a vuoto; ma quel che è peggio è che la cosa può ripetersi all’infinito. Questo caso per me assume un significato emblematico, perché pare presupporre un pensiero pregiudiziale: il pubblico dell’arte non è composto da normali cittadini e professionisti di ogni campo, attivi nel tessuto sociale, ma solo da una schiera di perdigiorno anche un po’ cerebrolesa, che può permettersi di tentare l’ingresso da Prada per un indeterminato numero di volte senza sentirsi frustrato… Complimenti alla regia!
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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

6 Elisabetta Longari  Docente di Storia dell’arte all’Accademia di Brera, svolge attività di critico e di storico dell’arte. Come giornalista ha collaborato con diverse riviste di settore tra cui “Juliet”, “Terzocchio”, “Artforum”, “Academy of Fine Arts” e “Domus”.

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SIAMO ALLE

SOLITE

Due esempi milanesi che

suggeriscono qualche riflessione

sulla gestione della cultura visiva

di Elisabetta Longari Che abbiano ragione da vendere Montanari e Trione nel loro «Contro le mostre» ( vedi qui ) è innegabile. La logica che ormai accompagna le esposizioni, sia pubbliche che private, è soltanto quella legata alla logica dell’evento/scoop pubblicitario. Proviamo a dire sommariamente qualcosa che è sufficiente però a restituire le difficoltà che un cittadino/una cittadina deve affrontare se vuole visitare un’esposizione temporanea a Milano. Porterò solo due esempi, e li porgerò dal punto di vista “privilegiato” di una professionista iscritta all’ordine nazionale dei giornalisti e pubblicisti e in possesso di regolare tessera. Prendiamo a campione per l’Amministrazione pubblica le mostre in “scena” a Palazzo Reale. Le regole sono queste: se si decide di visitare le esposizioni contestualmente al momento della conferenza stampa, si è costretti ad attendere che questa termini, anche se sta parlando l’addetto al catering che sta facendo autopromozione. Se malauguratamente invece la mattina in cui è convocata la conferenza stampa si è impegnati altrove e ci si presenta la sera dell’inaugurazione all’orario convenuto, avendo stampato l’invito che si è ricevuto via email che reca impressa anche la precisazione dell’orario di convocazione (in genere vengono fatti due o tre scaglioni orari d’entrata), si resta in fila per molto tempo, bloccati all’ingresso. Ho amici anziani che ormai hanno rinunciato al loro diritto all’ingresso gratuito ma con condizioni logistiche troppo sfavorevoli per chiunque, ancora di più se in nell’età. Gli amici anziani e gli altri che non hanno accettato di stare in piedi magari anche al freddo per un tempo indefinito, se vorranno visitare la mostra dunque nel corso del tempo della sua programmazione, dovranno prenotare e pagare l’ingresso anche se erano stati invitati la sera dell’inaugurazione (peggio per loro che non ne hanno approfittato!). Il giornalista invece deve accreditarsi tramite email concordando la visita per un certo giorno purché non sia durante il weekend, sperando che qualcuno dell’Ufficio stampa del Comune gli risponda. Quando la risposta arriva è abbastanza sconcertante: “va bene ma sappia che accreditiamo solo i giornalisti che garantiscono che scriveranno della mostra”. Ora mi chiedo, ma come si può sapere a priori se una mostra è degna di considerazione e di essere sottoposta all’attenzione altrui? Il giornalismo ormai è ritenuto totalmente una pratica di servizio pubblicitario e non è più il libero esercizio del pensiero critico. So di dire delle ovvietà ma non mi rassegno a vivere queste condizioni come se fossero le più naturali del mondo. Ma veniamo all’occasione più recente che ha mosso la mia indignazione: accadeva il 5 gennaio 2020 presso la Fondazione Prada, dove è stato di recente allestita la ricostruzione dello “studiolo” di J.L. Godard. L’esempio bene mette in evidenza le aberrazioni di un sistema da cui si evince che il cittadino non è tenuto in alcuna considerazione. Vedo sul sito le istruzioni per le visite, con orari e modalità. Telefonando direttamente alla biglietteria e scrivendo email all’ufficio stampa ho quindi cercato di capire se fosse prevista la possibilità, come accade in ogni paese civile, di prenotare la propria visita per un certo giorno a una determinata ora, per non rischiare di perdere tempo. Ma nulla da fare, il perverso meccanismo non lo consente. Quindi il giorno 5 gennaio alle ore 15 mi metto in coda alla biglietteria. Dopo 20 minuti finalmente viene il mio turno, ma mi si comunica che no, è impossibile accedere al luogo del desiderio perché il numero di visite per la giornata è esaurito! Si noti che nessun cartello minimamente accennava a questa possibilità, e neppure che nessuno come logica e considerazione del prossimo avrebbero suggerito ha avvertito dell’inutilità dell’attesa. Mi viene inoltre confermato che “le regole sono uguali per tutti” e che quindi a tutti coloro che desiderano visitare l’atelier di Godard, potrà accadere la stessa cosa, cioè attraversare la città per recarsi alla Fondazione Prada scoprendo alla fine di avere fatto un viaggio a vuoto; ma quel che è peggio è che la cosa può ripetersi all’infinito. Questo caso per me assume un significato emblematico, perché pare presupporre un pensiero pregiudiziale: il pubblico dell’arte non è composto da normali cittadini e professionisti di ogni campo, attivi nel tessuto sociale, ma solo da una schiera di perdigiorno anche un po’ cerebrolesa, che può permettersi di tentare l’ingresso da Prada per un indeterminato numero di volte senza sentirsi frustrato… Complimenti alla regia!
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polemiche e proposte sull’arte contemporanea

6 Elisabetta Longari  Docente di Storia dell’arte all’Accademia di Brera, svolge attività di critico e di storico dell’arte. Come giornalista ha collaborato con diverse riviste di settore tra cui “Juliet”, “Terzocchio”, “Artforum”, “Academy of Fine Arts” e “Domus”. 