numero

29/06/2020

un omaggio amaro

A GIOTTO, DOPO LA

PANDEMIA

di Mario Verolini Quando mi accorsi che perfino il mio maestro e “duca” George Steiner era “passato al nemico”, si era cioè rassegnato ad accettare, ovvero subire riconoscendolo, lo status quo di un’arte post-duchampiana ovvero un’anti-arte, ovvero una non-arte, ovvero non so che altro si possa voler significare quando si parla di “arte contemporanea”   (quando l’arte non ha età…) forse intendendo l’affermazione del nichilismo in quello che era il campo supremo dell’Arte lui che aveva scritto “Vere presenze”  per riaffermare il valore del sacro  sempre espresso dalla grande arte, come viatico ineludibile anche del nostro tempo –  ebbene, già allora mi dissi che salvezza purtroppo non c’era, che si era dunque destinati a “questo” e che si era dei sopravvissuti ineluttabilmente sconfitti dalla storia  dell' arte . Essa una volta tanto non aveva ragione ma si affermava ormai come vincente, decretando la supremazia e la gloria di tutto ciò che una sana ragione rifiuterebbe di considerare contestualizzabile, ammissibile  in un campo altrimenti definito artistico. Non voglio allora cominciare a contraddirmi in proposito, ora che la pandemia del Coronavirus sembra allentare la presa su noi tutti che stiamo cercando di tornare ad una certa normalità. Perchè è proprio questa parola, “normalità”  che mi toglie ogni speranza di cambiamento, dopo la terribile esperienza di morte rappresentata dal virus. Se mi guardo intorno, se mi informo, se leggo, se ascolto, vedo, sento, mi accorgo,  penso che tutto vuole riprendere indisturbato il proprio normale, abituale, precedente andamento, come scrollandosi di dosso una polvere leggera caduta chissà da dove. Non sento alcuna voce che proponga una  riflessione problematica su dove stavamo andando in arte prima del Covid 19 e dove dovremmo andare ora, cambiando chissà, magari strada, indirizzo, meta; se qualcosa cioè è mutato, sulla base di ciò che abbiamo ansiosamente subito, vissuto, per un qualsiasi nuovo progetto esistenziale e valoriale: nulla di tutto questo. Vedo gallerie internazionali riprendere le loro promozioni inutili e presuntuose di “artisti” da mettere fra virgolette, sempre quelli,  vedo aprire dai privati mostre terrificanti come sempre, sulle riviste d’arte online vedo riaffermati i valori di ante-covid, dalla pop al nulla, vedo critici  proni e pronti a scattare sui cento metri dei loro adeguamenti alle tendenze, vedo un sistema dell’arte che  riprende  a gestirsi. Tutto come prima. Inesorabilmente e,  secondo alcuni, quelli dell' arte , giudiziosamente. Non un dubbio assale  gli operatori, e tanto meno chi vuole investire o chi ha già investito e non vuole sia svalutato, su quanto offerto dal mercato: tutto riprende con rinnovato fervore. Si chiederà: ma dubbio da esprimere su che? Fate voi. Vedete un po’  se non sia il caso di proporsi un esame un po’ serio, una scrematura di tutte le scempiaggini che ci sono state propinate da anni ormai e dichiarate come appartenenti all’arte, già solo con la giustificazione della frase rimasta ormai  celebre a contrassegno  di tutta  una situazione: “Se qualcuno la chiama arte è arte”, talmente apodittica da non far venire in mente a soggetti così sprovveduti ma proprio per questo così sicuri di sè,  la validità  del suo esatto contrario: “Se qualcuno dice che non è arte, non é  arte”. E dunque che proporre ora, che alternative si potrebbero e dovrebbero far valere, stante il sentimento di crisi generale derivante dalla situazione sanitaria terribile, difficile, tremenda,  che il mondo tutto attraversa ed estensibile a tutta la  cultura,  quando il campo è occupato, come prima, dalle macerie di una cultura mondiale che non accetta di essere dichiarata giunta da tempo al macero? Anzi… Non c’è spazio per altro, più meno  come prima. E per tutto il globo. Arieccoli dunque i sedicenti  avanzati, avevano occupato tutti i pertugi possibili  di qualche prestigio, i nomi sempre quelli, i poverini, gli azionisti performativi, quelli che invece solo pensano, non fanno ecc. ecc. ed ecco che riaffiorano e si rifanno vivi, con la coscienza imperialista che li contraddistingue, eccoli pronti, qui da noi, ad accedere a residenze di artista, a Biennali,  Triennali, Quadriennali, musei, magari gallerie più o meno nazionali di arte moderna, castelli piemontesi, palazzi veneziani , fiorentini e non, ville di regioni varie, eccoli lì, pronti di nuovo all’occupazione generalizzata del campo, per la salvaguardia della qualità che loro dicono di rappresentare, quasi ne avessero l’esclusiva. Loro sono il futuro dell’arte, sono l’arte AVANZATA, a loro dire: cioè, lo dicono loro. Sono, in verità, IL SISTEMA ATTUALE DELL’ARTE.  E comprendono anche l’antisistema. Sono, insomma , IL TUTTO. Il che,  francamente, è troppo. Ecco perchè, vedendo profilarsi l’iterazione  di questo andamento, anche dopo la strozzatura dell’epidemia feroce, che sembra non aver offerto ad alcuno di questi campioni  l’occasione di un dubbio sul proprio esiguo fare, esistere e pensare, temo che sia inutile attendersi che possano prospettarsi nuove vie, ripensamenti di finalità, nuove esigenze possano affacciarsi li dove le fondamenta dell’arte dovrebbero essere ritrovate e restano invece neglette e dunque spazi possano aprirsi ad un dialogo costruttivo su temi “altri”. Io non credo proprio che in arte “andrà tutto bene”. Tutto è rimasto e rimane come era e dove era. Non c’è spazio per un ripensamento delle domande di fondo. Chiedersi ad esempio se la fuoriuscita dall’Arte ormai perpetrata sia stata veramente salutare in generale per la vita dell’arte e, soprattutto, abbia creato una presa, un seguito nelle persone, nel pubblico, nella società,   in chi, non addetto ai lavori,  potesse arrivare per ciò a sentirsi  coinvolto in quelle produzioni. La proposta essendogli  cioè divenuta in qualche modo  significante, rappresentativa di una condizione umana condivisa. Se cioè ad esempio, quel che questo attuale sistema culturale, del quale l’arte è parte integrante, propone con le sue produzioni come immagine attuale dell’uomo possa essere considerato  all’altezza della tragedia nella quale abbiamo vissuto mesi di oppressione e dalla quale stiamo iniziando forse ad uscire se non altro come augurio. Non credo che a nessuno  di coloro di cui parlo interessi porsi domande del genere.  Non  ne sentono il bisogno. A tutto ciò oppongo il mio lavoro di pittore. Non sono scoraggiato pessimista. A Giotto dunque, nonostante tutto, che fu un inizio.  
| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

6 Mario Verolini   Pittore, è nato nel 1946 a S.Benedetto del Tronto, e vive a Roma, dove ha studiato Architettura alla Sapienza con Bonelli, Calvesi e Zevi, e ha seguito il Corso di Pittura tenuto da Guttuso all'Accademia con l'assistenza di Guccione. Giotto di Bondone, Cappella degli Scrovegni di Padova.  Affreschi nelle pareti laterali dell’abside
29/06/2020

un omaggio amaro

A GIOTTO,

DOPO LA

PANDEMIA

di Mario Verolini Quando mi accorsi che perfino il mio maestro e “duca” George Steiner era “passato al nemico”, si era cioè rassegnato ad accettare, ovvero subire riconoscendolo, lo status quo di un’arte post-duchampiana ovvero un’anti-arte, ovvero una non-arte, ovvero non so che altro si possa voler significare quando si parla di “arte contemporanea”   (quando l’arte non ha età…) forse intendendo l’affermazione del nichilismo in quello che era il campo supremo dell’Arte lui che aveva scritto “Vere presenze”  per riaffermare il valore del sacro  sempre espresso dalla grande arte, come viatico ineludibile anche del nostro tempo –  ebbene, già allora mi dissi che salvezza purtroppo non c’era, che si era dunque destinati a “questo” e che si era dei sopravvissuti ineluttabilmente sconfitti dalla storia  dell' arte . Essa una volta tanto non aveva ragione ma si affermava ormai come vincente, decretando la supremazia e la gloria di tutto ciò che una sana ragione rifiuterebbe di considerare contestualizzabile, inamissibile  in un campo altrimenti definito artistico. Non voglio allora cominciare a contraddirmi in proposito, ora che la pandemia del Coronavirus sembra allentare la presa su noi tutti che stiamo cercando di tornare ad una certa normalità. Perchè è proprio questa parola, “normalità”  che mi toglie ogni speranza di cambiamento, dopo la terribile esperienza di morte rappresentata dal virus. Se mi guardo intorno, se mi informo, se leggo, se ascolto, vedo, sento, mi accorgo,  penso che tutto vuole riprendere indisturbato il proprio normale, abituale, precedente andamento, come scrollandosi di dosso una polvere leggera caduta chissà da dove. Non sento alcuna voce che proponga una  riflessione problematica su dove stavamo andando in arte prima del Covid 19 e dove dovremmo andare ora, cambiando chissà, magari strada, indirizzo, meta; se qualcosa cioè è mutato, sulla base di ciò che abbiamo ansiosamente subito, vissuto, per un qualsiasi nuovo progetto esistenziale e valoriale: nulla di tutto questo. Vedo gallerie internazionali riprendere le loro promozioni inutili e presuntuose di “artisti” da mettere fra virgolette, sempre quelli,  vedo aprire dai privati mostre terrificanti come sempre, sulle riviste d’arte online vedo riaffermati i valori di ante-covid, dalla pop al nulla, vedo critici  proni e pronti a scattare sui cento metri dei loro adeguamenti alle tendenze, vedo un sistema dell’arte che  riprende  a gestirsi. Tutto come prima. Inesorabilmente e,  secondo alcuni, quelli dell' arte , giudiziosamente. Non un dubbio assale  gli operatori, e tanto meno chi vuole investire o chi ha già investito e non vuole sia svalutato, su quanto offerto dal mercato: tutto riprende con rinnovato fervore. Si chiederà: ma dubbio da esprimere su che? Fate voi. Vedete un po’  se non sia il caso di proporsi un esame un po’ serio, una scrematura di tutte le scempiaggini che ci sono state propinate da anni ormai e dichiarate come appartenenti all’arte, già solo con la giustificazione della frase rimasta ormai  celebre a contrassegno  di tutta  una situazione: “Se qualcuno la chiama arte è arte”, talmente apodittica da non far venire in mente a soggetti così sprovveduti ma proprio per questo così sicuri di sè,  la validità  del suo esatto contrario: “Se qualcuno dice che non è arte, non é  arte”. E dunque che proporre ora, che alternative si potrebbero e dovrebbero far valere, stante il sentimento di crisi generale derivante dalla situazione sanitaria terribile, difficile, tremenda,  che il mondo tutto attraversa ed estensibile a tutta la  cultura,  quando il campo è occupato, come prima, dalle macerie di una cultura mondiale che non accetta di essere dichiarata giunta da tempo al macero? Anzi… Non c’è spazio per altro, più meno  come prima. E per tutto il globo. Arieccoli dunque i sedicenti  avanzati, avevano occupato tutti i pertugi possibili  di qualche prestigio, i nomi sempre quelli, i poverini, gli azionisti performativi, quelli che invece solo pensano, non fanno ecc. ecc. ed ecco che riaffiorano e si rifanno vivi, con la coscienza imperialista che li contraddistingue, eccoli pronti, qui da noi, ad accedere a residenze di artista, a Biennali,  Triennali, Quadriennali, musei, magari gallerie più o meno nazionali di arte moderna, castelli piemontesi, palazzi veneziani , fiorentini e non, ville di regioni varie, eccoli lì, pronti di nuovo all’occupazione generalizzata del campo, per la salvaguardia della qualità che loro dicono di rappresentare, quasi ne avessero l’esclusiva. Loro sono il futuro dell’arte, sono l’arte AVANZATA, a loro dire: cioè, lo dicono loro. Sono, in verità, IL SISTEMA ATTUALE DELL’ARTE.  E comprendono anche l’antisistema. Sono, insomma , IL TUTTO. Il che,  francamente, è troppo. Ecco perchè, vedendo profilarsi l’iterazione  di questo andamento, anche dopo la strozzatura dell’epidemia feroce, che sembra non aver offerto ad alcuno di questi campioni  l’occasione di un dubbio sul proprio esiguo fare, esistere e pensare, temo che sia inutile attendersi che possano prospettarsi nuove vie, ripensamenti di finalità, nuove esigenze possano affacciarsi li dove le fondamenta dell’arte dovrebbero essere ritrovate e restano invece neglette e dunque spazi possano aprirsi ad un dialogo costruttivo su temi “altri”. Io non credo proprio che in arte “andrà tutto bene”. Tutto è rimasto e rimane come era e dove era. Non c’è spazio per un ripensamento delle domande di fondo. Chiedersi ad esempio se la fuoriuscita dall’Arte ormai perpetrata sia stata veramente salutare in generale per la vita dell’arte e, soprattutto, abbia creato una presa, un seguito nelle persone, nel pubblico, nella società,   in chi, non addetto ai lavori,  potesse arrivare per ciò a sentirsi  coinvolto in quelle produzioni. La proposta essendogli  cioè divenuta in qualche modo  significante, rappresentativa di una condizione umana condivisa. Se cioè ad esempio, quel che questo attuale sistema culturale, del quale l’arte è parte integrante, propone con le sue produzioni come immagine attuale dell’uomo possa essere considerato  all’altezza della tragedia nella quale abbiamo vissuto mesi di oppressione e dalla quale stiamo iniziando forse ad uscire se non altro come augurio. Non credo che a nessuno  di coloro di cui parlo interessi porsi domande del genere.  Non  ne sentono il bisogno. A tutto ciò oppongo il mio lavoro di pittore. Non sono scoraggiato pessimista. A Giotto dunque, nonostante tutto, che fu un inizio.  

polemiche e proposte sull’arte contemporanea

6 Mario Verolini   Pittore, è nato nel 1946 a S.Benedetto del Tronto, e vive a Roma, dove ha studiato Architettura alla Sapienza con Bonelli, Calvesi e Zevi, e ha seguito il Corso di Pittura tenuto da Guttuso all'Accademia con l'assistenza di Guccione.