numero

Non ci resta che una superflua

perseveranza

IL SOLDATO HIROO

ONODA E L’ISOLA DI

LUBANG

La storia dell’arte ci racconta, fino dai tempi di Zeusi e Parrasio, di innumerevoli dispute artistiche e di bellicose contrapposizioni concettuali fra stili e linguaggi. Per gli artisti della mia generazione, e per quelli nati nei primi decenni del Novecento, il dopoguerra metabolizzato lo sconquasso delle avanguardie storiche è stato connotato soprattutto da violenti dibattiti e conflitti formali fra astrazione e figurazione. Termini alquanto generici, se vogliamo, ma comunque divisivi e antitetici per espressione linguistica. Dunque, le contrapposizioni si agitavano in un serraglio dialettico- artistico in cui il dualismo formale era facilmente collocabile e distinguibile. Ma le contrapposizioni e il relativo dibattito artistico, già negli anni ’50 e ’60, hanno subìto le direttive e le prevaricazioni della politica e della finanza, e di conseguenza del mercato, fino a determinare, complici gli attuali rintronamenti mediatici, lo stato attuale dell’arte e della cultura. È di una decina di anni fa la diffusione di un documento della Cia di un ex dirigente (Donald Jameson) sulla politica del «guinzaglio lungo», durante il maccartismo ,     nei confronti    degli    intellettuali    ed    artisti    statunitensi,    promossa    e sorretta negli anni 50’ e 60’ e in particolare a sostegno della new american painting per «mostrare   la   creatività   spirituale,   artistica   e culturale   della   società   capitalistica   contro   il   grigiore   dell’Unione sovietica   e   dei   suoi   satelliti».   (Impresa   di   poco   conto,   del   resto, agevolata    dalla    miseria    formale    del    Realismo    sovietico    e    nel contempo     per     certi     versi     affine,     anche     se     più     subdola     e incomparabile,   alle   direttive   della   propaganda   culturale   fascista   e nazista o di altri Minculpop ). Sta   di   fatto   che,   da   allora   in   poi   (e   in   nome   delle   libertà   espressive, ovviamente),   il   ruolo   delle   pressioni   esercitate   dall’ establishment politico-finanziario,   insieme   a   quello   degli   specialisti   che   orientano e    sostengono    l’arte    contemporanea    e    gli    automatismi    delle arditezze     formali,     divenuti     ormai     imperativi     come     lo     fu     la tradizione   –   per   mutuare   un   pensiero   di   Valéry   –   è   la   condizione peculiare    e    senza    confini    geografici    del    nostro    tempo.    Una condizione   questa,   talmente   liquida   e   diffusa,   planetaria   direi,   che pervade    indifferentemente    gli    spazi    museali    ed    espositivi    delle metropoli   e   dei   piccoli   centri   di   provincia.   Complice,   come   dicevo, il   frullatore   mediatico   che     altera   e   uniforma   periodi   storici   e   valori senza   distinzione   di   sorta   in   una   nuova   dimensione   di   popolarità e   di   massiccio   consenso   acritico   che   spesso   sopravanza   perfino   i grandi   maestri   dei   secoli   scorsi.   (Si   provi,   per   curiosità,   a   digitare su   Google   il   nome   di   Masaccio,   di   Warhol   o   di   Cattelan.   Poco   più   di 2    milioni    e    mezzo    di    voci    –    comprese    le    denominazioni    degli istituti,      dei      luoghi      pubblici,      privati,      ecc.      –      per      l’artista rinascimentale. Oltre 44 milioni per Warhol e 5 per Cattelan). Ma   il   dato   più   sconcertante,   e   forse   il   fenomeno   più   nuovo   e rilevante    del    secondo    Novecento,    è    il    copia-incolla    dei    modelli culturali   di   riferimento   che   viaggiano   sincroni   nei   medesimi   canali della    comunicazione    e    dell’economia    insieme    all’abrogazione dell’arte     figurativa,     salvo     l’arcipelago     formale     delle     fasulle neoavanguardie.   Del   resto   la   gran   parte   degli   artisti,   ormai   quasi bandita   la   pittura,   si   è   ambiguamente   allineata   ai   modelli   deliranti della   banalità   e   del   non-senso .   Per   i   pochi   ostinati,   sempre   più obsoleti,    emarginati    e    destinati    all’oblio,    non    resta    che    la    loro superflua   perseveranza   anacronistica   come   il   giapponese   Hiroo Onoda    sull’isola    filippina    di    Lubang.    Per    non    parlare    dei    critici d’arte,   dei   curatori,   dei   direttori   degli   spazi   museali,   ecc.,   anch’essi ormai   quasi   tutti   allineati   e   conformi   ai   sedicenti   nuovi   linguaggi   e che    replicano,    paradossalmente,    comportamenti    e    attenzioni compiacenti   di   molta   critica   militante   di   sinistra   che   nel   secondo Novecento   supportava,   non   sempre   a   ragione,   qualsiasi   impiastro figurativo. Ora   resta   davvero   un   gioco,   quello   suggerito   dagli   interrogativi proposti    da    Giorgio    Seveso,    che    forse    immagina    mutamenti    e propositi   illusori   come   quelli   di   Tommaso   Moro   nella   sua   nova Insula   Utopia .     Un   gioco,   che   a   mio   avviso,   non   può   avere   risposte almeno   in   questo   momento   storico.   Risposte   e   propositi   destinati a   fallire   prima   di   immaginarli   o   a   subire   l’indifferenza,   se   non   il dileggio,   dell’arrogante   sicumera   di   chi   considera   inutile,   retriva   e anacronistica   ogni   forma   di pittura avulsa dal circuito mediatico- culturale-mercantile imposto dalle nuove direttive dell’arte contemporanea. A noi, inutili artisti, incapaci di comprendere le magnifiche sorti e progressive non rimane che l’intima ribellione e il lavoro nelle nostre catacombe.
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| © blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso dal 2011 | Codice ISSN 2239-0235 |

riContemporaneo.org | opinioni, polemiche, proposte sull’arte contemporanea

4 Marco Fidolini  Pittore, incisore e saggista. É nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora.
Caro Giorgio, come vedi collaboro volentieri al tuo blog che si propone come una delle rare voci alternative all’andazzo consolidato dell’arte contemporanea. Ma, purtroppo, non condivido le tue speranze (o illusioni) per tempi migliori che il tuo gioco vorrebbe proporre. Ti spedisco comunque un testo che non proposte suggerimenti, ma solo qualche spunto analitico che giustifica il mio pessimismo. Non ci resta che lavorare e continuare a credere su questa zattera sempre più alla deriva. Un abbraccio, Marco.

IL SOLDATO

HIROO

ONODA E

L’ISOLA DI

LUBANG

Non ci resta che una superflua

perseveranza

di Marco Fidolini La storia dell’arte ci racconta, fino dai tempi di Zeusi e Parrasio, di innumerevoli dispute artistiche e di bellicose contrapposizioni concettuali fra stili e linguaggi. Per gli artisti della mia generazione, e per quelli nati nei primi decenni del Novecento, il dopoguerra metabolizzato lo sconquasso delle avanguardie storiche è stato connotato soprattutto da violenti dibattiti e conflitti formali fra astrazione e figurazione. Termini alquanto generici, se vogliamo, ma comunque divisivi e antitetici per espressione linguistica. Dunque, le contrapposizioni si agitavano in un serraglio dialettico- artistico in cui il dualismo formale era facilmente collocabile e distinguibile. Ma le contrapposizioni e il relativo dibattito artistico, già negli anni ’50 e ’60, hanno subìto le direttive e le prevaricazioni della politica e della finanza, e di conseguenza del mercato, fino a determinare, complici gli attuali rintronamenti mediatici, lo stato attuale dell’arte e della cultura. È di una decina di anni fa la diffusione di un documento della Cia di un ex dirigente (Donald Jameson) sulla     politica     del «guinzaglio         lungo»,         durante         il maccartismo ,       nei       confronti       degli intellettuali      ed      artisti      statunitensi, promossa   e sorretta negli anni 50’ e 60’ e in particolare a sostegno della new american painting per «mostrare     la creatività   spirituale,   artistica   e   culturale della     società     capitalistica     contro     il grigiore   dell’Unione   sovietica   e   dei   suoi satelliti».    (Impresa    di    poco    conto,    del resto,   agevolata   dalla   miseria   formale del   Realismo   sovietico   e   nel   contempo per    certi    versi    affine,    anche    se    più subdola   e   incomparabile,   alle   direttive della    propaganda    culturale    fascista    e nazista o di altri Minculpop ). Sta   di   fatto   che,   da   allora   in   poi   (e   in nome        delle        libertà        espressive, ovviamente),    il    ruolo    delle    pressioni esercitate      dall’ establishment      politico- finanziario,     insieme     a     quello     degli specialisti   che   orientano   e   sostengono l’arte   contemporanea   e   gli   automatismi delle   arditezze   formali,   divenuti   ormai imperativi    come    lo    fu    la    tradizione    per   mutuare   un   pensiero   di   Valéry   –   è la   condizione   peculiare   e   senza   confini geografici      del      nostro      tempo.      Una condizione   questa,   talmente   liquida   e diffusa,    planetaria    direi,    che    pervade indifferentemente   gli   spazi   museali   ed espositivi   delle   metropoli   e   dei   piccoli centri     di     provincia.     Complice,     come dicevo,     il     frullatore     mediatico     che     altera   e   uniforma   periodi   storici   e   valori senza   distinzione   di   sorta   in   una   nuova dimensione   di   popolarità   e   di   massiccio consenso         acritico         che         spesso sopravanza   perfino   i   grandi   maestri   dei secoli   scorsi.   (Si   provi,   per   curiosità,   a digitare   su   Google   il   nome   di   Masaccio, di   Warhol   o   di   Cattelan.   Poco   più   di   2 milioni   e   mezzo   di   voci   –   comprese   le denominazioni   degli   istituti,   dei   luoghi pubblici,     privati,     ecc.     –     per     l’artista rinascimentale.    Oltre    44    milioni    per Warhol e 5 per Cattelan). Ma   il   dato   più   sconcertante,   e   forse   il fenomeno    più    nuovo    e    rilevante    del secondo    Novecento,    è    il    copia-incolla dei   modelli   culturali   di   riferimento   che viaggiano   sincroni   nei   medesimi   canali della    comunicazione    e    dell’economia insieme         all’abrogazione         dell’arte figurativa,     salvo     l’arcipelago     formale delle   fasulle   neoavanguardie.   Del   resto la   gran   parte   degli   artisti,   ormai   quasi bandita   la   pittura,   si   è   ambiguamente allineata     ai     modelli     deliranti     della banalità    e    del    non-senso .    Per    i    pochi ostinati,         sempre         più         obsoleti, emarginati     e     destinati     all’oblio,     non resta         che         la         loro         superflua perseveranza     anacronistica     come     il giapponese      Hiroo      Onoda      sull’isola filippina di Lubang. Per    non    parlare    dei    critici    d’arte,    dei curatori,      dei      direttori      degli      spazi museali,    ecc.,    anch’essi    ormai    quasi tutti    allineati    e    conformi    ai    sedicenti nuovi      linguaggi      e      che      replicano, paradossalmente,      comportamenti      e attenzioni   compiacenti   di   molta   critica militante    di    sinistra    che    nel    secondo Novecento   supportava,   non   sempre   a ragione, qualsiasi impiastro figurativo. Ora    resta    davvero    un    gioco,    quello suggerito   dagli   interrogativi   proposti   da Giorgio    Seveso,    che    forse    immagina mutamenti    e    propositi    illusori    come quelli   di   Tommaso   Moro   nella   sua   nova Insula    Utopia .    Un    gioco,    che    a    mio avviso,   non   può   avere   risposte   almeno in   questo   momento   storico.   Risposte   e propositi    destinati    a    fallire    prima    di immaginarli   o   a   subire   l’indifferenza,   se non   il   dileggio,   dell’arrogante   sicumera di     chi     considera     inutile,     retriva     e anacronistica     ogni     forma     di pittura avulsa dal circuito mediatico-culturale- mercantile imposto dalle nuove direttive dell’arte contemporanea. A noi, inutili artisti, incapaci di comprendere le magnifiche sorti e progressive non rimane che l’intima ribellione e il lavoro nelle nostre catacombe.
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polemiche e proposte sull’arte contemporanea

4 Marco Fidolini  Pittore, incisore e saggista. É nato nel 1945 a S.Giovanni Valdarno, dove vive e lavora.