codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Il sommario
GIANCARLO CAZZANIGA
Ricordo di un pittore vero. A ritmo di
jazz
di Alessandro Riva
Se n’era andato un po’ in sordina, alla fine di novembre
del 2013, in un mondo dell’arte e in un ‘giornalismo
culturale’ sempre più votato all’oblio della storia artistica
recente che non sia quella ‘ufficiale’ riconosciuta dai
santoni della critica che conta nei musei e nelle
consorterie modaiole delle gallerie ‘di tendenza’.
Se n’era andato così, uno dei protagonisti originali della
pittura milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, in una
Milano sempre più ‘globalizzata’ e sempre più svuotata di
stimoli e dibattiti culturali reali, che non siano quelli della
rincorsa a perdifiato del mercato in ogni sua possibile
declinazione, dell’assoggettamento alla moda culturale
del momento come diktat imprescindibile per potersi dire
‘contemporanei’, del dilagare onnivoro e ossessivo del
design, dello strizzare furbescamente l’occhio al sistema,
per cercare di stare a galla − anche da parte di chi, per
vocazione, praticherebbe linguaggi ‘classici’ come quelli
della pittura o della scultura − con sempre nuove pseudo-
sperimentazioni da due soldi, sempre nuove (eppur già
vecchie) ideuzze ‘installative’, giochetti privi di
qualsivoglia senso e statuto critico, perennemente in
bilico tra ricerca dell’effetto e dello spettacolo e incurabile
analfabetismo linguistico. Se n’è andato così, in questa
Milano artistica irrimediabilmente cambiata, Giancarlo
Cazzaniga, a 83 anni, nel quasi silenzio generale di
giornali e organi d’informazione, con poco più che una
voce passata di bocca in bocca, da artista ad artista, da
gallerista a collezionista, quasi a sancire un tempo
diverso anche nella comunicazione della sua uscita di
scena.
Cazzaniga è stato, infatti, un protagonista di quella
Milano che girava tutta in un pugno di vie, tra via
Solferino, via Fiori Chiari con la latteria delle sorelle
Pirovini e il Giamaica: la Milano di Bianciardi, di Manzoni
e di Fontana, ma anche del gruppo disomogeneo del
Realismo Esistenziale, di cui Cazzaniga farà parte ma un
po’ di straforo, come eterno compagno di strada, perso in
una ricerca solitaria e originale − primo e solo a portare
le note apparentemente dissonanti del jazz dentro
all’humus, ai colori e alle terre dell’informale lombardo −,
ma sempre in costante rapporto e confronto con ciò che
facevano gli altri suoi compagni di strada e di avventure
pittoriche, i Romagnoni, i Banchieri, i Vaglieri, persino il
solitario e cupamente geniale Ferroni col suo gruppo di
amici viareggini della “Metacosa”.
Nato a Monza nel 1930, Cazzaniga
aveva avuto una formazione
artistica da quasi autodidatta, salvo
episodici studi prima a Monza e solo
in seguito a Milano. La crisi
economica, la mancanza di soldi e
le vicissitudini della guerra lo
avevano infatti costretto ad
abbandonare gli studi di pittura, che
fin da giovane costituivano la sua
grande passione. “Mia madre era
nella tessitura”, avrebbe raccontato
a Guido Vergani nel 2003, “Papà
invece era cappellaio, un sciur
capetè, lo chiamavano così perché
chi sapeva trattare il feltro aveva molto lavoro e
guadagnava di più. Poi, nel 1930, le industrie entrarono
in crisi e cominciarono a lasciare a casa la mano d’opera.
Papà rimase disoccupato per molti anni. Poi, nel ’38,
trovò lavoro all’Esemberger, una fabbrica di accumulatori,
a patto di emigrare in Germania. Venne la guerra. Nel
’43, dopo l’8 settembre, riuscì a tornare ma lo
‘rimpacchettarono’. Mia madre ed io, che avevo 13 anni,
gli andammo dietro. Mio fratello rimase a Monza con i
nonni. Finimmo a Nekarsulm, vicino a Stoccarda. Ero
arrabbiatissimo. Avevo dovuto lasciare l’Istituto d’Arte di
Monza che frequentavo alla sera. Ero felice in quelle
aule, a disegnare, a copiare dal vero. Era il mio pallino.
Parlare di vocazione è troppo pomposo. So che, sin da
bambino, il disegno era la sola cosa che riuscisse a
tenermi a tavolino, a non essermi di peso”. E, anche da
pittore ormai maturo, proprio il disegno sarà una costante
del suo lavoro: “infaticabile disegnatore”, lo definì
Alberico Sala. E Alfonso Gatto, poeta amico di artisti e
grande conoscitore dell’arte e degli artisti, dell’arte vera e
ruspante, che si discuteva ancora ai tavolini dei caffè e
non nelle (ancora di là da venire) “gallerie di tendenza”,
scriverà che “Cazzaniga nel segno decide, taglia corto
con gli indugi, per contendere il ‘più’ dell’evidenza alla
morbidità elusiva, silenziosa che pure l’inquieta e gli
strugge l’animo”.
Come pittore, Cazzaniga emergerà
soprattutto negli anni Sessanta,
coi suoi celebri suonatori di jazz,
solitari e disarmanti eroi armati
solo di sax, di trombe o delle
bacchette d’una batteria, che
parevano usciti dal buio di qualche
cave parigina o di qualche bettola
zeppa di fumo, di musica e di
calore umano; “quasi emblemi”,
come avrebbe scritto Mario De
Micheli, “di una vita allucinata e
fantomatica, eppure vera: una vita
immersa in fumosi spazi, dentro
atmosfere grigie o neutre”. Lo stile
era già allora quello che lo
avrebbe contraddistinto anche in
seguito: d’una pittura che, per usare sempre le parole di
De Micheli, “punta essenzialmente sul tono diffuso,
addirittura morbido, nebbioso, che gli consenta poi gli
scatti di qualche riverbero, di una torbida luce, di un
bianco abbagliante, e insieme, gli accenti nervosi dei suoi
segni”. Più avanti, abbandonati i suoi jazz men e le sue
cantine zeppe di fumo, e conclusa l’esperienza feconda
ma breve del Realismo Esistenziale, la sua attenzione si
concentrerà soprattutto sulla natura. Una natura còlta nel
dettaglio d’ogni forma e d’ogni colore, nel baluginìo
d’ogni luce su un singolo petalo o stelo di fiore, con una
pennellata “che si attorce attorno a una foglia e a un
fiore, e lo trasforma come una giapponese carta dipinta”,
quasi il pittore fosse immerso egli stesso nella natura,
con una vitalistica emozione per coglierne di volta in volta
i riflessi, i giochi d’ombre, le sempre mutevoli forme, con
un che di allucinato e di onirico, ma anche di calmo, di
serafico, di distaccato – che farà dire a Raffaele Carrieri
che “una vivida, spettrale luce si leva dai grovigli di foglie
e spine, una specie di fuoco bianco che dà alle sue
composizioni agresti un che di magico e solitario”, e a
Leonardo Sciascia che quella di Cazzaniga “sembra una
pittura di tutto riposo, di tutta quiete. E invece in essa
solitamente trascorre l’inquietudine, l’ossessione, la
follia”, al punto da portare lo spettatore a provare “una
certa ansia, una certa angoscia” di fronte “ai suoi alberi,
ai suoi gusci, alle sue conchiglie”. Alberi, gusci,
conchiglie e fiori, che Cazzaniga ritrarrà, per tutta la vita,
con la verve, l’eccitazione e il ritmo con cui aveva ritratto i
suoi celebri suonatori di jazz. Un ritmo febbrile,
inesauribile, che lo accompagnerà lungo tutta la vita,
qualunque sarà il soggetto che si troverà a dipingere, e
anche quando il soggetto stesso potrà rischiare di
svanire, immerso in una concitata congerie di toni, segni
e colori.
E forse, la forza della sua pittura è stata proprio quella di
immedesimarsi non solo nell’uomo, nei suoi travagli, nei
suoi drammi interiori e nelle sue eterne contraddizioni,
ma anche negli oggetti che lo circondano, e finanche
nella stessa natura: coi suoi fiori, i suoi sassi, i suoi
scampoli di paesaggio, che, ripresi quasi sempre a
distanza ravvicinata, altro non rappresentano, in fondo,
che scampoli di una umanità che riflette in eterno su se
stessa, sul proprio essere, solitaria, nel mondo, e
sull’ambiente in cui vive.
[Qui online dal 02/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Nato a Monza nel 1930, è
scomparso a Milano nel
2013.
Insieme a Giuseppe
Banchieri, Mino Ceretti,
Gianfranco Ferroni,
Giuseppe Guerreschi, Bepi
Romagnoli e Tito Vaglieri
aveva dato vita al “realismo
esistenziale” milanese.
Aveva esposto alla
Permanente di Milano e
per due volte alla Biennale
di Venezia, nel 1962 e nel
’66, l’anno prima alla
Quadriennale di Roma.
Vivace, solare, desideroso
di vita e di incontri,
Cazzaniga aveva fatto
della sua passione per il
jazz uno degli spunti più
celebri della sua pittura.
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Ho incontrato per caso in
rete questo articolo di
Alessandro Riva. Lo
ripropongo qui con il
consenso dell’autore
perchè mi sembra preciso
ed efficace nel ricordare la
figura e l’opera di
Cazzaniga. (G.S).
Tratto da:
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riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
n.9