codice ISSN 2239-0235  
Copertina d’artista
                                                                                      ultimo aggiornamento:   17/09/2016
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Il sommario
GIANCARLO CAZZANIGA Ricordo di un pittore vero. A ritmo di jazz di Alessandro Riva Se n’era andato un po’ in sordina, alla fine di novembre del 2013, in un mondo dell’arte e in un ‘giornalismo culturale’ sempre più votato all’oblio della storia artistica recente che non sia quella ‘ufficiale’ riconosciuta dai santoni della critica che conta nei musei e nelle consorterie modaiole delle gallerie ‘di tendenza’. Se n’era andato così, uno dei protagonisti originali della pittura milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, in una Milano sempre più ‘globalizzata’ e sempre più svuotata di stimoli e dibattiti culturali reali, che non siano quelli della rincorsa a perdifiato del mercato in ogni sua possibile declinazione, dell’assoggettamento alla moda culturale del momento come diktat imprescindibile per potersi dire ‘contemporanei’, del dilagare onnivoro e ossessivo del design, dello strizzare furbescamente l’occhio al sistema, per cercare di stare a galla − anche da parte di chi, per vocazione, praticherebbe linguaggi ‘classici’ come quelli della pittura o della scultura − con sempre nuove pseudo- sperimentazioni da due soldi, sempre nuove (eppur già vecchie) ideuzze ‘installative’, giochetti privi di qualsivoglia senso e statuto critico, perennemente in bilico tra ricerca dell’effetto e dello spettacolo e incurabile analfabetismo linguistico. Se n’è andato così, in questa Milano artistica irrimediabilmente cambiata, Giancarlo Cazzaniga, a 83 anni, nel quasi silenzio generale di giornali e organi d’informazione, con poco più che una voce passata di bocca in bocca, da artista ad artista, da gallerista a collezionista, quasi a sancire un tempo diverso anche nella comunicazione della sua uscita di scena. Cazzaniga è stato, infatti, un protagonista di quella Milano che girava tutta in un pugno di vie, tra via Solferino, via Fiori Chiari con la latteria delle sorelle Pirovini e il Giamaica: la Milano di Bianciardi, di Manzoni e di Fontana, ma anche del gruppo disomogeneo del Realismo Esistenziale, di cui Cazzaniga farà parte ma un po’ di straforo, come eterno compagno di strada, perso in una ricerca solitaria e originale − primo e solo a portare le note apparentemente dissonanti del jazz dentro all’humus, ai colori e alle terre dell’informale lombardo −, ma sempre in costante rapporto e confronto con ciò che facevano gli altri suoi compagni di strada e di avventure pittoriche, i Romagnoni, i Banchieri, i Vaglieri, persino il solitario e cupamente geniale Ferroni col suo gruppo di amici viareggini della “Metacosa”. Nato a Monza nel 1930, Cazzaniga aveva avuto una formazione artistica da quasi autodidatta, salvo episodici studi prima a Monza e solo in seguito a Milano. La crisi economica, la mancanza di soldi e le vicissitudini della guerra lo avevano infatti costretto ad abbandonare gli studi di pittura, che fin da giovane costituivano la sua grande passione. “Mia madre era nella tessitura”, avrebbe raccontato a Guido Vergani nel 2003, “Papà invece era cappellaio, un sciur capetè, lo chiamavano così perché chi sapeva trattare il feltro aveva molto lavoro e guadagnava di più. Poi, nel 1930, le industrie entrarono in crisi e cominciarono a lasciare a casa la mano d’opera. Papà rimase disoccupato per molti anni. Poi, nel ’38, trovò lavoro all’Esemberger, una fabbrica di accumulatori, a patto di emigrare in Germania. Venne la guerra. Nel ’43, dopo l’8 settembre, riuscì a tornare ma lo ‘rimpacchettarono’. Mia madre ed io, che avevo 13 anni, gli andammo dietro. Mio fratello rimase a Monza con i nonni. Finimmo a Nekarsulm, vicino a Stoccarda. Ero arrabbiatissimo. Avevo dovuto lasciare l’Istituto d’Arte di Monza che frequentavo alla sera. Ero felice in quelle aule, a disegnare, a copiare dal vero. Era il mio pallino. Parlare di vocazione è troppo pomposo. So che, sin da bambino, il disegno era la sola cosa che riuscisse a tenermi a tavolino, a non essermi di peso”. E, anche da pittore ormai maturo, proprio il disegno sarà una costante del suo lavoro: “infaticabile disegnatore”, lo definì Alberico Sala. E Alfonso Gatto, poeta amico di artisti e grande conoscitore dell’arte e degli artisti, dell’arte vera e ruspante, che si discuteva ancora ai tavolini dei caffè e non nelle (ancora di là da venire) “gallerie di tendenza”, scriverà che “Cazzaniga nel segno decide, taglia corto con gli indugi, per contendere il ‘più’ dell’evidenza alla morbidità elusiva, silenziosa che pure l’inquieta e gli strugge l’animo”. Come pittore, Cazzaniga emergerà soprattutto negli anni Sessanta, coi suoi celebri suonatori di jazz, solitari e disarmanti eroi armati solo di sax, di trombe o delle bacchette d’una batteria, che parevano usciti dal buio di qualche cave parigina o di qualche bettola zeppa di fumo, di musica e di calore umano; “quasi emblemi”, come avrebbe scritto Mario De Micheli, “di una vita allucinata e fantomatica, eppure vera: una vita immersa in fumosi spazi, dentro atmosfere grigie o neutre”. Lo stile era già allora quello che lo avrebbe contraddistinto anche in seguito: d’una pittura che, per usare sempre le parole di De Micheli, “punta essenzialmente sul tono diffuso, addirittura morbido, nebbioso, che gli consenta poi gli scatti di qualche riverbero, di una torbida luce, di un bianco abbagliante, e insieme, gli accenti nervosi dei suoi segni”. Più avanti, abbandonati i suoi jazz men e le sue cantine zeppe di fumo, e conclusa l’esperienza feconda ma breve del Realismo Esistenziale, la sua attenzione si concentrerà soprattutto sulla natura. Una natura còlta nel dettaglio d’ogni forma e d’ogni colore, nel baluginìo d’ogni luce su un singolo petalo o stelo di fiore, con una pennellata “che si attorce attorno a una foglia e a un fiore, e lo trasforma come una giapponese carta dipinta”, quasi il pittore fosse immerso egli stesso nella natura, con una vitalistica emozione per coglierne di volta in volta i riflessi, i giochi d’ombre, le sempre mutevoli forme, con un che di allucinato e di onirico, ma anche di calmo, di serafico, di distaccato – che farà dire a Raffaele Carrieri che “una vivida, spettrale luce si leva dai grovigli di foglie e spine, una specie di fuoco bianco che dà alle sue composizioni agresti un che di magico e solitario”, e a Leonardo Sciascia che quella di Cazzaniga “sembra una pittura di tutto riposo, di tutta quiete. E invece in essa solitamente trascorre l’inquietudine, l’ossessione, la follia”, al punto da portare lo spettatore a provare “una certa ansia, una certa angoscia” di fronte “ai suoi alberi, ai suoi gusci, alle sue conchiglie”. Alberi, gusci, conchiglie e fiori, che Cazzaniga ritrarrà, per tutta la vita, con la verve, l’eccitazione e il ritmo con cui aveva ritratto i suoi celebri suonatori di jazz. Un ritmo febbrile, inesauribile, che lo accompagnerà lungo tutta la vita, qualunque sarà il soggetto che si troverà a dipingere, e anche quando il soggetto stesso potrà rischiare di svanire, immerso in una concitata congerie di toni, segni e colori. E forse, la forza della sua pittura è stata proprio quella di immedesimarsi non solo nell’uomo, nei suoi travagli, nei suoi drammi interiori e  nelle sue eterne contraddizioni, ma anche negli oggetti che lo circondano, e finanche nella stessa natura: coi suoi fiori, i suoi sassi, i suoi scampoli di paesaggio, che, ripresi quasi sempre a distanza ravvicinata, altro non rappresentano, in fondo, che scampoli di una umanità che riflette in eterno su se stessa, sul proprio essere, solitaria, nel mondo, e sull’ambiente in cui vive. [Qui online dal 02/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Daniel Bec  alla fine degli anni 60
Nato a Monza nel 1930, è scomparso a Milano nel 2013. Insieme a Giuseppe Banchieri, Mino Ceretti, Gianfranco Ferroni, Giuseppe Guerreschi, Bepi Romagnoli e Tito Vaglieri aveva dato vita al “realismo esistenziale” milanese. Aveva esposto alla Permanente di Milano e per due volte alla Biennale di Venezia, nel 1962 e nel ’66, l’anno prima alla Quadriennale di Roma. Vivace, solare, desideroso di vita e di incontri, Cazzaniga aveva fatto della sua passione per il jazz uno degli spunti più celebri della sua pittura. ______________________
Ho incontrato per caso in rete questo articolo di Alessandro Riva. Lo ripropongo qui  con il consenso dell’autore perchè mi sembra preciso ed efficace nel ricordare la figura e l’opera di Cazzaniga.  (G.S). Tratto da: __________________________ __
Giancarlo Cazzzaniga Giancarlo Cazzaniga
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
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