codice ISSN 2239-0235  
Un ricordo
                                                                                      ultimo aggiornamento:   17/09/2016
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Il sommario
GIANFRANCO BRUNO, IL CRITICO CHE TROVO’ LA VERA IDENTITA’ DELL’ARTE E’ morto nel silenzio della grande stampa uno dei più coraggiosi e acuti storici del contemporaneo di Vittorio Sgarbi Ha resistito sempre al falso gioco del prevedibile e delle avanguardie. Tra i critici d'arte a cui devo riconoscenza intellettuale, non disgiunta da un'intensa affettività, c'è Gianfranco Bruno, dimenticato dai tanti che intendono l'arte contemporanea come gioco e provocazione; e ricordato dai pochissimi che ne hanno inteso la grande avventura nel difficile percorso di un secolo progressista e tormentato. Gianfranco Bruno è stato uno storico dell'arte del '900, con acute predilezioni per l'800 francese, tra Romanticismo, Realismo e Decadentismo, da Courbet, a Monet, a Odilon Redon, con incursioni nell'arte nordica e mitteleuropea, intorno al mito di Rilke, da Munch, a Gertstl, a Radziwill. In quel mondo perduto e dimenticato, dove baluginava il nome di Francis Bacon, si muovevano spiriti straordinari come Giovanni Testori, Roberto Tassi e alcuni dilettanti di sensazioni come Giorgio Soavi. Bruno era con loro. E mentre Luigi Carluccio, a Torino, svolgeva la sua opera di revisione dell'arte moderna, dal Simbolismo fino a De Chirico, Gianfranco Bruno affidava una sua mirabile sintesi del secolo breve nella più bella e indimenticabile mostra di arte contemporanea che io abbia visto. Fu a Milano, nel 1974, in Palazzo Reale: “La ricerca dell'identità”. Quello che allora vidi e compresi si integrò con la lezione di un altro mio grande maestro, Francesco Arcangeli, che ci aveva illuminato, nel percorso dal Romanticismo all'Informale, con memorabili lezioni e con una grande mostra, nel 1972: “Natura ed espressione. Da Wiligelmo a Morandi”. Entrai nell'Università di Bologna nel 1970 con quel maestro e quella mostra, e ne uscii nel 1974, l'anno della morte di Arcangeli, con la mostra “La ricerca dell'identità” di Bruno. Fu una rivelazione. Insieme ai maestri consacrati, da Picasso a Bacon, vidi per la prima volta l'allucinato Gerstl, Lucien Freud e quell'Arnulf Rainer che era venuto a Bologna, nella Chiesa di Santa Lucia, l'anno prima, a scaricare su una tela il sangue di un animale squartato, ripetendo con il gesto la pittura di Rembrandt e di Soutine. Vidi Klee e Andy Warhol, in una luce nuova, non sperimentatori ma penetratori di anime, in un percorso appassionante e struggente che terminava con gli impressionanti capolavori di Antonio Lopez Garcia. Le sculture di un uomo e di una donna, i fragili bronzi di Riace della contemporaneità, concepiti e mai terminati da un artista allora trentottenne. Bruno ne aveva colto il genio, portando questo pittore e scultore del realismo spagnolo davanti agli occhi del mondo prima della sua grande fortuna. Non potrò dimenticare quell'incontro, la visione di quei due corpi nudi, pura anima, nel tempo in cui si rivestono i nudi classici per un vento di idiozia. Davanti a loro mi tornarono alla mente le parole di Donatello, appena concluso il suo profeta Abacuc: «Favella, favella che ti venga il cacasangue!». Io ho sempre visto Bruno come un uomo della resistenza al prevedibile e falso gioco delle avanguardie, così come sarebbe stato in Francia Jean Clair. Ma la sua forza era non avere pregiudizi, cercare di fare intendere ciò che restava dell'uomo nel nostro tempo e come l'arte poteva descriverlo, superati fatali «orinatoi» e «merde d'artista». Cosa restava dell'uomo? E quale uomo? “La ricerca dell'identità” era la risposta non di un critico d'arte ma di un uomo di pensiero. Dunque, con la sua intelligenza fulminante, con la sua sensibilità non ideologica ma umana, vitale, come era stata quella di Arcangeli, non precludeva la sua concezione della fragilità dell'uomo all'avanguardia ludica, ma non la riteneva espressione esclusiva e obbligatoria di un percorso forzato, dopo le avanguardie del primo '900, dall'Arte Povera alla Transavanguardia. Al centro dell'arte, per Gianfranco, c'era l'uomo. Molti critici, insensibili e soggetti al mercato, hanno inquinato l'arte e la cultura con le loro strumentali ideologie e, sostanzialmente, con i loro pregiudizi. Essi hanno reso, in un procedimento perverso, la politica cultura; mentre Bruno, che pure era uomo di sinistra, ha reso cultura la politica, sottraendosi all'ideologia. I suoi pensieri e le sue considerazioni, anche se con diversi modi e atteggiamenti, erano i miei. Ogni incontro era una festa e una conferma. E a tal punto io mi specchiavo nella sua visione che, alla fine degli anni Novanta, per alcune mostre sul tema del ritratto interiore, ripresi il titolo, tanto azzeccato, La ricerca dell'identità, estendendola all'arte antica e risalendo ad Antonello, Tiziano, Lotto. Glielo comunicai con sua soddisfazione e, in una delle tappe, scelsi il sottotitolo “Da Lotto a Pirandello”, intercettando un'altra passione comune. Gianfranco aveva incontrato, nel 1964, il grande artista siciliano, avvertendone la consonanza spirituale e iniziando il recupero della Scuola romana. Negli ultimi tempi mi contattò per chiedermi di curare, come punto di arrivo della sua esperienza estetica e umana, una mostra dei suoi disegni e dipinti, che non conoscevo, e nei quali palpita la sua anima, in condivisione con gli spiriti con cui egli ha vissuto. Ho trovato tracce delle sue telefonate anche la mattina della sua morte. Nell'intensificarsi dei rapporti, qualche settimana fa, andai a trovarlo nella casa di cura dove era ricoverato e conversava mostrando serenità e vivida intelligenza. Sono felice che il destino ci abbia fatto ritrovare proprio nell'ultimo tempo della sua vita e che, con la riconoscenza per il suo pensiero, io possa avere memoria del suo volto e delle sue parole appassionate. Ora, la Galleria dell'incisione di Chiara Fasser, a Brescia, non mancherà l'appuntamento con le opere concepite da Bruno, in una trascrizione sensibilissima della sua tormentata condizione esistenziale. E io scriverò di lui, come ora, senza che lui mi possa leggere. Ma se una parte di noi sopravvive, il mio pensiero, come il mio sentimento, gli arriverà dovunque sia. Cioè dentro di noi, dove egli rimane. [Qui online dal 02/05/2016]
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Gianfranco Bruno è scomparso a Genova a fine gennaio 2016.
Ho condiviso parola per parola questo articolo di Vittorio Sgarbi sull’amico scomparso, per il quale anch’io nutro da sempre la stessa ammirazione che traspare dalle parole del critico ferrarese. Lo ripubblico qui con il consenso dell’autore.(G.S.). L’articolo è apparso su: .
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