codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Il sommario
GIANFRANCO BRUNO,
IL CRITICO CHE TROVO’
LA VERA IDENTITA’
DELL’ARTE
E’ morto nel silenzio della grande
stampa uno dei più coraggiosi e acuti
storici del contemporaneo
di Vittorio Sgarbi
Ha resistito sempre al falso gioco del prevedibile e delle
avanguardie. Tra i critici d'arte a cui devo riconoscenza
intellettuale, non disgiunta da un'intensa affettività, c'è
Gianfranco Bruno, dimenticato dai tanti che intendono
l'arte contemporanea come gioco e provocazione; e
ricordato dai pochissimi che ne hanno inteso la grande
avventura nel difficile percorso di un secolo progressista
e tormentato.
Gianfranco Bruno è stato uno storico dell'arte del '900,
con acute predilezioni per l'800 francese, tra
Romanticismo, Realismo e Decadentismo, da Courbet,
a Monet, a Odilon Redon, con incursioni nell'arte nordica
e mitteleuropea, intorno al mito di Rilke, da Munch, a
Gertstl, a Radziwill. In quel mondo perduto e
dimenticato, dove baluginava il nome di Francis Bacon,
si muovevano spiriti straordinari come Giovanni Testori,
Roberto Tassi e alcuni dilettanti di sensazioni come
Giorgio Soavi. Bruno era con loro. E mentre Luigi
Carluccio, a Torino, svolgeva la sua opera di revisione
dell'arte moderna, dal Simbolismo fino a De Chirico,
Gianfranco Bruno affidava una sua mirabile sintesi del
secolo breve nella più bella e indimenticabile mostra di
arte contemporanea che io abbia visto. Fu a Milano, nel
1974, in Palazzo Reale: “La ricerca dell'identità”. Quello
che allora vidi e compresi si integrò con la lezione di un
altro mio grande maestro, Francesco Arcangeli, che ci
aveva illuminato, nel percorso dal Romanticismo
all'Informale, con memorabili lezioni e con una grande
mostra, nel 1972: “Natura ed espressione. Da Wiligelmo
a Morandi”.
Entrai nell'Università di Bologna nel 1970 con quel
maestro e quella mostra, e ne uscii nel 1974, l'anno
della morte di Arcangeli, con la mostra “La ricerca
dell'identità” di Bruno. Fu una rivelazione. Insieme ai
maestri consacrati, da Picasso a Bacon, vidi per la
prima volta l'allucinato Gerstl, Lucien Freud e
quell'Arnulf Rainer che era venuto a Bologna, nella
Chiesa di Santa Lucia, l'anno prima, a scaricare su una
tela il sangue di un animale squartato, ripetendo con il
gesto la pittura di Rembrandt e di Soutine. Vidi Klee e
Andy Warhol, in una luce nuova, non sperimentatori ma
penetratori di anime, in un percorso appassionante e
struggente che terminava con gli impressionanti
capolavori di Antonio Lopez Garcia. Le sculture di un
uomo e di una donna, i fragili bronzi di Riace della
contemporaneità, concepiti e mai terminati da un artista
allora trentottenne. Bruno ne aveva colto il genio,
portando questo pittore e scultore del realismo spagnolo
davanti agli occhi del mondo prima della sua grande
fortuna.
Non potrò dimenticare quell'incontro, la visione di quei
due corpi nudi, pura anima, nel tempo in cui si rivestono
i nudi classici per un vento di idiozia. Davanti a loro mi
tornarono alla mente le parole di Donatello, appena
concluso il suo profeta Abacuc: «Favella, favella che ti
venga il cacasangue!». Io ho sempre visto Bruno come
un uomo della resistenza al prevedibile e falso gioco
delle avanguardie, così come sarebbe stato in Francia
Jean Clair. Ma la sua forza era non avere pregiudizi,
cercare di fare intendere ciò che restava dell'uomo nel
nostro tempo e come l'arte poteva descriverlo, superati
fatali «orinatoi» e «merde d'artista». Cosa restava
dell'uomo? E quale uomo? “La ricerca dell'identità” era
la risposta non di un critico d'arte ma di un uomo di
pensiero.
Dunque, con la sua intelligenza fulminante, con la sua
sensibilità non ideologica ma umana, vitale, come era
stata quella di Arcangeli, non precludeva la sua
concezione della fragilità dell'uomo all'avanguardia
ludica, ma non la riteneva espressione esclusiva e
obbligatoria di un percorso forzato, dopo le avanguardie
del primo '900, dall'Arte Povera alla Transavanguardia.
Al centro dell'arte, per Gianfranco, c'era l'uomo. Molti
critici, insensibili e soggetti al mercato, hanno inquinato
l'arte e la cultura con le loro strumentali ideologie e,
sostanzialmente, con i loro pregiudizi. Essi hanno reso,
in un procedimento perverso, la politica cultura; mentre
Bruno, che pure era uomo di sinistra, ha reso cultura la
politica, sottraendosi all'ideologia. I suoi pensieri e le
sue considerazioni, anche se con diversi modi e
atteggiamenti, erano i miei. Ogni incontro era una festa
e una conferma. E a tal punto io mi specchiavo nella sua
visione che, alla fine degli anni Novanta, per alcune
mostre sul tema del ritratto interiore, ripresi il titolo, tanto
azzeccato, La ricerca dell'identità, estendendola all'arte
antica e risalendo ad Antonello, Tiziano, Lotto. Glielo
comunicai con sua soddisfazione e, in una delle tappe,
scelsi il sottotitolo “Da Lotto a Pirandello”, intercettando
un'altra passione comune. Gianfranco aveva incontrato,
nel 1964, il grande artista siciliano, avvertendone la
consonanza spirituale e iniziando il recupero della
Scuola romana. Negli ultimi tempi mi contattò per
chiedermi di curare, come punto di arrivo della sua
esperienza estetica e umana, una mostra dei suoi
disegni e dipinti, che non conoscevo, e nei quali palpita
la sua anima, in condivisione con gli spiriti con cui egli
ha vissuto.
Ho trovato tracce delle sue telefonate anche la mattina
della sua morte. Nell'intensificarsi dei rapporti, qualche
settimana fa, andai a trovarlo nella casa di cura dove
era ricoverato e conversava mostrando serenità e vivida
intelligenza. Sono felice che il destino ci abbia fatto
ritrovare proprio nell'ultimo tempo della sua vita e che,
con la riconoscenza per il suo pensiero, io possa avere
memoria del suo volto e delle sue parole appassionate.
Ora, la Galleria dell'incisione di Chiara Fasser, a
Brescia, non mancherà l'appuntamento con le opere
concepite da Bruno, in una trascrizione sensibilissima
della sua tormentata condizione esistenziale. E io
scriverò di lui, come ora, senza che lui mi possa
leggere. Ma se una parte di noi sopravvive, il mio
pensiero, come il mio sentimento, gli arriverà dovunque
sia. Cioè dentro di noi, dove egli rimane.
[Qui online dal 02/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Gianfranco Bruno è
scomparso a Genova a
fine gennaio 2016.
Ho condiviso parola per
parola questo articolo di
Vittorio Sgarbi sull’amico
scomparso, per il quale
anch’io nutro da sempre la
stessa ammirazione che
traspare dalle parole del
critico ferrarese.
Lo ripubblico qui con il
consenso dell’autore.(G.S.).
L’articolo è apparso su:
.
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
n.9