codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Il sommario
L’ERA IN CUI VIVIAMO
Tra comunicazione, tecnologica e
comunicazione poetica
Viviamo nell’era della comunicazione ed è il primo
comparto al mondo per investimenti, profitti e
possibilità occupazionali, come recitano le tante
scuole create ad hoc per gestire i nuovi scenari.
Soltanto nel nostro paese ci sono più sim che esseri
umani, i contratti telefonici mobili utilizzati sono 82,3
milioni, il 135% della popolazione residente, in
dettaglio sette italiani su dieci hanno uno smartphone
e le applicazioni più scaricate sono quelle che
permettono di rimanere collegati al mondo. Oramai è
molto difficile non restare impigliati nella “rete”. A
questa particolare “visibilità” concessa dai social
network alla massa di utenti, corrisponde un enorme
accumulo di dati privati rivelati che ci rendono più
vulnerabili. Si è diffusa come una febbre, da
chiunque verificabile, e smania di dover raccontare,
rendere pubblico, ogni aspetto privato come se fosse
rivelatrice d’importanti significati e nulla più resta in
ombra. Il non essere in rete equivale al non esistere
proprio, è inconcepibile e insopportabile restare fuori
dalla rappresentazione di questa realtà fatta di
successioni di flash, frammenti superficiali che non
permettono una visione complessiva delle cose che
viviamo. Tutto dev’essere fast che è anche la
caratteristica della nostra epoca. La velocità io la
lascerei ad altro, per le relazioni umane e l’arte serve,
soprattutto, un coinvolgimento fisico con la libera
consapevolezza di tutti i sensi, un ritmo diverso e
meno virtuale. L’arte e la poesia sono ben altro dalla
necessaria e semplice comunicazione. Certo non si
può negare, quanto le nuove tecnologie siano utili e
quanto contribuiscano a stimolare e sensibilizzare la
gente al mondo dell’arte, anche se nulla potrà mai
sostituire la presenza fisica con la sua aura dell’opera
d’arte, unica e irripetibile nel posto in cui si trova.
Prima o poi si arriverà, anche in queste latitudini, al
clicca e compra (click and buy), ma andiamoci piano,
che necessità c’è di affrettarsi, precipitarsi a rotta di
collo. Va bene stare al passo con i tempi, comunicare,
pubblicizzare, promuovere, gestire, diffondere e
valorizzare, ma non facciamo assurgere l’opera
virtuale a paradigma arrogante di qualificazione
estetica. Restiamo umani! Quando la realtà in uno dei
suoi aspetti, un certo colore, una luce particolare, un
viso, una figura, un colpo di vento, un profumo,
colpisce l’attenzione umana, se essa è ancora
sveglia, accade che le parole entrino in tensione e
non sono più come prima, quando comunichiamo
normalmente. “‘E il reale che tende a dirsi,
attraverso l’emozione e le parole di qualcuno”. Tutto
questo non può avvenire virtualmente. Bene inteso
che nessuna preclusione a ricerca e sperimentazioni
di nuovi moduli espressivi dev’essere fatta,
l’innovazione va perseguita per evitare di restare fermi
e “impantanati” nella tradizione.
“Il compito dell’arte è quello di essere sempre diversa
dal passato, di aggiornarsi. Esiste soltanto l’arte
aggiornata” (da intervista a Gillo Dorfles su
Panorama, ott. 2014).
L’arte attinge la sua concretezza dalla vita in generale
e dalla vita della cultura i cui contenuti confluiscono in
essa, impregnati e fatti propri per diventare una nuova
energia. L’arte non ha nulla a che fare con i tempi
immediati della comunicazione, della condivisione e
dell’essere in rete. Con tutto il rispetto alla genialità di
Mozart e di altri grandi, la creazione artistica non è un
gioco, un passatempo, non corre, al contrario ha
bisogno di tempi lunghi, di riflessioni, di
approfondimenti, di solitudine, di attesa e non deve
essere di pochi, ma poter parlare a più persone
possibili (il sistema dell’arte è un’altra storia). Creativo
nell’arte è colui che rompe le regole estetiche
precedentemente formulate. Soltanto utilizzando
chiavi di lettura della realtà inedite ed anticipative, è
possibile vedere al di là dei consueti modelli di
percezione, partendo dalla curiosità e dall’intuizione e
sviluppare idee nuove e invenzioni utili con un valore
riconosciuto.
Per tagliar corto, voglio citare questo intenso giudizio
di Robert Hughes, scritto qualche anno prima della
sua scomparsa nel 2012: “Ne abbiamo davvero avuto
abbastanza di fast art, ora abbiamo bisogno di slow
art. Abbiamo bisogno di un’arte che racchiuda in sé il
tempo, così come fa un vaso con l’acqua. Un’arte che
tragga origine dai modi di percezione e creazione, che
con capacità e ostinazione faccia riflettere e tocchi gli
animi. Un’arte che non sia sensazionale, che non
lasci trapelare subito il suo messaggio, che non sia
falsamente iconica, ma che penetri nel profondo delle
nostre nature. In breve, un'arte che sia l’esatto
opposto dei mass media”.
[Qui online dal 02/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Pittore e scultore, è nato a
Scilla in Calabria.
Laureato in architettura al
Politecnico, vive, insegna
e lavora a Milano
Mario
Benedetto
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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