codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Il sommario
“OFELÈ,
FA EL TO MESTÈ...”
Il pasticciere e la critica
Un tempo si diceva che il critico d’arte era spesso un
pittore mancato. Poteva essere (e talvolta è ancora) una
sorta di consolazione per pittori mediocri che
rivendicavano così una loro improbabile superiorità
intellettuale.
A tutti coloro che affermano questo postulato va ricordata
una cosa: prima che delle sorti dell’arte contemporanea
decidesse solo il mercato, i cosiddetti “critici” sono stati
quasi tutti pittori, e che pittori!
Dal Rinascimento in poi chi ha scritto e parlato d’arte con
autorevolezza sono stati proprio i pittori. Detto in
milanese: Ofelè, fa el to mestè... ( ovvero ”pasticciere fai il
tuo mestiere”, per invitare a non occuparsi di attività delle
quali non si è esperti e di cui si sa poco o nulla). E
parliamo di “pasticcieri” come Piero Della Francesca,
Leon Battista Alberti, Leonardo, Vasari, Baglioni, ecc.
(potrei continuare citando almeno una cinquantina d’autori
lungo i secoli, giungendo fino a De Chirico e Guttuso).
Questo non vuol dire che solo chi fa l’artista può parlare
della produzione artistica (basti pensare all’antichità
classica con Platone, Aristotele e Plinio), ma quello che
stupisce è che quando non sono gli artisti a parlarne non
si ascolta neppure un giudizio qualitativo sul mestiere: la
tecnica esula dal giudizio, permettendo a chiunque di
scomodare espressioni poetiche d’altra natura (per chi lo
sa fare) che potrebbero andar bene per qualsiasi
immagine comunque “fabbricata” in pittura, disegno o
scultura. Tra l’altro, (fateci caso) le categorie che spesso
usa la critica contemporanea sono di una tristezza socio-
filosofica noiosissima. Sentite spesso parlare del “disagio”
dei nostri tempi, dell’”angoscia” del vivere, della “tirannia”
del potere, dell’”inquietudine” (ovviamente e solamente
“profonda”) del vivere. E questo sia che si commenti un
paesaggio, una natura morta o un accattivante nudo. E
spesso i cataloghi degli artisti accompagnano questi scritti
con la foto del pittore ritratto in posa pensosa, spesso con
lo sguardo perso e la mano chiusa a pugno sul mento.
Ma forse queste considerazioni valgono per la sfera del
dilettantismo: sia pittorico che critico.
Bene: spostiamoci allora alla critica di successo: avete
mai letto in una qualunque pubblicazione (quotidiani,
riviste, pubblicistica di settore) una stroncatura di una
mostra? Naturalmente no. Ma perché sui quotidiani si
leggono recensioni alle mostre solo elogiative e nessuna
stroncatura? Perché non avviene come per il teatro e per
la musica? Non vi viene il sospetto che ci siano degli
interessi da qualche parte? Perché non avviene come a
cavallo tra l’Ottocento e il Novecento dove sui giornali si
definivano, con termini allora spregiativi, impressionisti,
cubisti e fauves le mostre di quegli artisti? Spesso, oggi,
sui giornali voi leggete un testo che è semplicemente un
estratto del catalogo della mostra che viene recensita, per
cui non avete un giudizio critico ma solo una cosa che
merita un solo nome: pubblicità. Persino una rivista
ammirevole, come Art & Dossier, allega l’inserto del
“dossier” che spesso altro non è che un estratto del
catalogo della mostra. Almeno qui c’è il vantaggio del
prezzo modesto della rivista rispetto al costoso catalogo
ufficiale.
C’è qualcosa oggi che connota la critica d’arte in maniera
antropologicamente negativa (so che il termine
“antropologico” vi farà sospettare che io mi avvicini alla
terminologia dei critici contemporanei, ma riprendetemi
dopo che vi avrò detto il perché).
Il perché consiste nel fatto che oggi i critici d’arte più di
moda e di successo ci sottraggono la nostra facoltà di
giudizio, ci rubano i nostri parametri di gusto, ci dicono
cosa (o no) ci debba piacere. In sostanza ci dicono cosa
dobbiamo ritenere prodotto artistico e cosa no. Insomma
ci tolgono intelligenza e sensibilità. Per questo è un furto
antropologico, accompagnato spesso dal famoso ricatto,
qualora dissentiste dai giudizi di moda: «lei non capisce
l’arte contemporanea».
Questo blogMagazine “riContemporaneo.org” ha il merito
di aver riflettuto su sé stesso, essendo una rivista di critica
d’arte. Pensateci, non è molto diffuso questo coraggio,
anche se il chiasso dell’ufficialità di moda e mode riduce
le sue pagine, forse, a vox clamantis in deserto.
P.S. Tempo fa ero a Torino dove accompagnavo un
gruppo a visitare la mostra “Freedom. Not genius” in cui
erano esposte diverse opere di Jeff Koons alla Pinacoteca
Giovanni e Marella Agnelli. In una sala era esposta l’opera
“Titi”. Si tratta di un’imitazione perfetta (in acciaio
cromato) dei palloni gonfiati che si trovano nei Luna Park
e che riproduceva il famoso canarino che nei cartoni
animati è inseguito dal gatto Silvestro. Un bimbo, per
mano alla sua mamma, davanti all’opera, esclama:
«Mamma, guarda! Me lo compri?». Risposta della
mamma: «Ma sei scemo? Sai quanto costa?».
Non ho trovato in nessuna recensione giornalistica della
mostra una citazione circa lo stupore dei bimbi, ma solo
commenti para-filosofici che fanno due danni in un colpo
solo: all’arte e alla filosofia.
[Qui online dal 09/05/2016]
Carlo Adelio
Galimberti
Pittore, scrittore e
conferenziere vive e
lavora tra Lodi e
Milano.
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
n.9