codice ISSN 2239-0235  
Opinioni
                                                                                      ultimo aggiornamento:   17/09/2016
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Il sommario
CRITICI, ARTISTI E L’ALBA  EN PLEIN AIR L’artista catalano Joan Miró nel 1956 visita, per la prima volta, la grotta di Altamira. Se ne innamora e da quel momento la sua creatività subisce una svolta radicale. Sono opere di pittura scultura grafica e ceramica che risentono la suggestione magica del luogo. Sono nuove forme che rimandano a misteriose figure primitive. Negli stessi anni cinquanta un artista italiano,  Giuseppe Capogrossi, fa la medesima cosa. Rivoluziona il suo lavoro e le opere si popolano di nuove forme che rimandano a primordiali archetipi. Non credo che i due artisti pensassero di piacere ai critici. Non credo neppure che avessero sentore che il loro esistere di artisti dipendesse dai critici. La critica esiste perché ci sono gli artisti e non viceversa. Oggi i ruoli si sono invertiti essenzialmente per due motivi. Primo: si è interrotta una tradizione antichissima di artisti scriventi. Tradizione prestigiosa, a cui appartengono i più consapevoli interpreti della ricerca artistica.  Si può dire che questa tradizione quasi si arresta ai nostri giorni. Sicché, artisti che scrivono, riflettono, espongono le loro riflessioni, o anche le intrecciano a momenti puramente narrativi e lirici sono pochissimi. Artisti capaci di scommettere su questo intreccio di scritture non se ne incontrano molti e questo è un segno di tempi in cui il fare finisce per essere assolutamente predominante sulla riflessione, sull’analisi, sull’auto analisi. Secondo: siamo caduti, quasi tutti noi, nella trappola del potere ordito da certi critici e galleristi ai quali non interessa un’analisi estetica, ma solo visibilità, narcisismo, aspetto economico. Ricordo una bella e intensa discussione sull’argomento con il compianto amico Filiberto Menna, il quale non si sostituiva all’artista, ma esigeva sapere se dietro il fare c’era la consapevolezza di un progetto. Tra il riso e il faceto finimmo con l’essere d’accordo che i due si sarebbero separati al bivio in assenza di un piano di lavoro ordinato e definito. Ho sempre amato lavorare all’aperto. “En plein air” come dicono i francesi. Come insegnano gli artisti europei, che, tra il seicento e l’ottocento, vengono in Italia attratti dall’incanto del “paese di luce”; come insegnano gli impressionisti, l’inquietudine dell’inglese William Turner e il mio maestro Ernesto Treccani. Il serbatoio delle idee, da prelevare dalla realtà, non è appannaggio solo degli artisti pittori, ma anche dei poeti e dei musicisti. L’illuminista Goethe, in Viaggio in Italia scrive: “Non si può né raccontare né descrivere la magnificenza d'un chiaro di luna come quelli di cui abbiamo goduto col vagare qua e là nelle strade, nelle piazze, per la Riviera di Chiaia, la grande straordinaria passeggiata, e poi in riva al mare. Si è veramente presi dal senso di immensità dello spazio! Così vale la pena di sognare! ». Dopo quasi un secolo il poeta spagnolo Machado scrive la poesia: El limonero lànguido suspende / una pàlida rama polvorienta, che l’amico ispanista Dario Puccini amava ricordare, agli amici, nel suo giardino a Maratea, come una lampada sul Mediterraneo. Con il linguaggio della musica l’osservazione della natura si fa più scientifica: Il Timbro dà Colore al suono che a sua volta è in funzione della lunghezza d’onda. Claude Debussy, lo mostra nei preludi: Clair de Lune e La mer Dipingere all’aperto è una necessità; un esercizio per imparare a distinguere il colore degli oggetti che cambiano in funzione dell’intensità della luce, dell’ora del giorno, e soprattutto dal contesto colorato dell’ambiente entro il quale sono collocati. Sicché, il bianco della neve d’inverno è bianco solido, ghiaccio, mentre il bianco della neve che si scioglie è acquoso, molle, impastato di terra. Lo studio, al contrario, chiuso in uno spazio limitato, è memoria di una luce e di uno spazio. Un vissuto come storia personale che per magia dell’arte diventa paradigma di un vissuto collettivo. Sono due modi di lavorare apparentemente diversi. Dico apparentemente, perché entrambi devono fare i conti con la luce e gli elementi che vivono nella Natura e che si muovono dentro uno spazio alla ricerca di emozioni, suggerimenti e analogie, che in definitiva è: “guardare il paesaggio come l’ambiente entro il quale vive l’uomo, animandolo, modificandolo, lasciandovi i segni della propria storia con un'aderenza e un coinvolgimento sentimentale, che significa dare immagini di un paesaggio che è indissolubilmente legato, per ineluttabile rapporto dialettico, ad uno stato d’animo; immagini di vita del proprio tempo e non solamente ombre azzurre, riflessi d’acqua, variare delle cose nella luce”. Una riflessione questa, del 1986, che il già ricordato Filiberto Menna riprende interamente, nel presentare una mia personale ad Amsterdam, per affermare il carattere introspettivo del mio lavoro: “[…]Un recupero del mondo della natura non tanto attraverso gli occhi quanto attraverso l’emozione, non fuori ma dentro di sé [.…]”. Il paesaggio immerso nella luce, oggi, si è arricchito e sostanziato anche da influenze letterarie, filosofiche, e persino psicoanalitiche. La luce, dunque, diventa categoria dell’Essere e lo spazio categoria dell’esperienza. Essere è colui che si da’. Custodisce. Cura. Protegge. Che in definitiva significa un assoluto  atteggiamento d’amore per tutto ciò che appartiene al creato: acque, boschi, montagne, uomini e animali.  L’artista ha bisogno di lasciarsi attraversare dalla natura per poi restituire l’essenza del movimento vitale del mondo, al quale, però, va aggiunta una rigorosa esigenza estetica. Non deve ripetere la realtà. Ha l’obbligo di rappresentare tutto ciò che è nascosto, invisibile  e che solo la poesia è capace cogliere. L’arte scava voragini di sensi nascosti nella realtà,  e li porta in superficie,  rendendo percepibile la dimensione invisibile degli esseri umani. Si nutre di luce ma anche dell’esperienza e della sapienza che proviene dallo spazio del vivere; quello stesso spazio in cui la luce sostanzia le forme che in essa vivono. Spesso d’estate ho il bisogno di alzarmi presto, andare per contrade nell’ora ancora buia alla ricerca di cogliere l’attimo nel quale la luce, piano piano sostanzia le forme che vivono nel paesaggio. L’anno scorso, ero prima dell’alba alla Colla, una frazione nel territorio di Trecchina, tra il paese e il mare di Maratea. Ero fermo tra la casa dalle persiane rosse del pastore Domenico, e l'inizio del bosco. Conosco questo luogo e mi è caro. Di giorno il paesaggio è vastissimo, solitario. Le lontananze hanno le trasparenze dell'acqua marina e il bosco di castagno un intreccio di rami, entro il quale è difficile trovare un varco. Lo conosco bene quel paesaggio: c’è il Sirino, la vetta del monte Papa. I paesi ghirlande di Lagonegro, Rivello, Lauria. Il Santuario della Madonna del Perdono con il suo paesaggio lunare animato da sculture di pietra che il tempo ha modellato come devote icone bianche. E poi le mucche podoliche e le capre con campanacci che richiamano antiche nenie. Non si vede nulla. A quell’ora di notte, il buio è assoluto, totale. La memoria, mia compagna, mi aiuta, mi conforta. L’alba con la sua timida luce fa capolino piano piano. Da prima sono ombre. Confuse forme di montagne. Alberi come cattedrali di pietra. Vaghe forme di Elfi che si nascondono perfidi, tra le foglie. Il micro mondo nel quale mi muovo, conferma la vastità del mondo e la piccolezza dello spazio delle nostre esperienze occasionali. Un luogo reale entro il quale i ricordi dei propri tremori esistenziali, trovano il modo di essere sgomitolati, instaurando un rapporto nuovo che riconduce l'umano sentire nell'assoluto coinvolgente dell'universo. Immerso nel silenzio, intento a “[…] cogliere l’amalgama tra la luce e lo spazio, nel desiderio di afferrare per un solo istante la vibrante emozione dell’Essere […]”, come lo storico dell’arte Massimo Bignardi mi invita a fare con questa perenne mia ricerca mai paga,  sento un forte rumore di zoccoli di cavalli provenienti da lontano, a sud della strada asfaltata, quella che viene dal mare. Non è rumore ma suono ritmato, deciso, armonico, come nelle formazioni musicali da camera in cui il primo violino e il violino di spalla intrecciano amori e segrete passioni. Sono rapito e incuriosito. Aspetto trepidando l’arrivo della fanfara degli zoccoli. Finalmente, in lontananza, due forme vaghe si concretizzano. Sono una giumenta e un puledro che avanzano baldanzosi verso di me. Lei, la giumenta, corre davanti, libera, ha il collo alto, dritto come quello dei cavalli di razza abituati a una mangiatoia alta, e la criniera che si sposta ora a destra e ora a sinistra, sincronizzata al trotto e al suono degli zoccoli. Il puledro la segue e la imita alla perfezione: è immagine riflessa della madre.  Giunti a una distanza di sicurezza da me, la giumenta si arresta di botto, mi guarda con sospetto, guarda il puledro per accertarsi che si sia accorto del pericolo, che abbia lo stesso suo sospetto. “Chi è questo mostro - si chiede - Non l’ho mai visto da queste parti. Eppure è da tempo che la mattina vengo a fare footing alla Colla”. Capisco che sono l’impedimento alla continuazione della corsa libera, spensierata. Mi nascondo dietro il pino della casa rossa, sperando di scomparire alla vista. Continuo a osservare i due cavalli, il modo delicato e amoroso d’impartire lezioni di vita nella natura e allo stesso tempo di vigilare sui pericoli che nasconde. La giumenta muove lentamente su e giù lo zoccolo del piede destro, si gira verso il piccolo, sbatte la coda. Sembra quasi che voglia riprendere la corsa. Poi ci ripensa. Non mi vede più, ma sente la mia presenza. Non si fida. Aspetta. Sono minuti di assoluto silenzio e incertezze. Sospetto/protezione/silenzio. Intanto la luce concretizza le forme, si fa sempre più pressante l’esperienza che la giumenta desidera dare al puledro. Trattengo il respiro ancora un po’di tempo, per non svelare la mia presenza, ma la giumenta continua a non fidarsi, è sempre più sospettosa. Nel dubbio, improvvisamente si gira e ritorna verso la curva della strada dalla quale era arrivata.  Altre volte sono stato testimone, nello stesso luogo e alla stessa ora, di un’allegra famiglia di cinghiali; dei giochi acrobatici, sul castagno, di una coppia di scoiattoli; di un bue con la mucca e vitellino che sdraiati come una sacra famiglia, ironicamente sostavano accanto ad una macchina cabriolet che aveva sul parabrezza un grande cartello: “Vendesi”.     Quella della giumenta e del suo puledro è la più sorprendente ed emozionante delle apparizioni. È  la conferma emblematica che il luogo delle idee al quale attingere per farle diventare oggetti di riferimento del proprio lavoro, è la vita nel suo divenire. Nello specifico, sono le esperienze di una madre che introduce amorevolmente alla vita il proprio cucciolo. Resta da capire quali dei molteplici significati, che emergono all’interno dell’esperienza che riceve il puledro, prendere a pretesto, per il fare. Il suono  degli zoccoli? La vertigine della libertà nel silenzio della notte? L’ultima curva? Il  sospetto? L’agguato? La protezione? La scelta, è molto personale: legata al  momento di maggiore intensità emozionante della storia, e all’idea che desideriamo esprimere, con i nostri atti quotidiani, il senso etico della nostra presenza nel mondo. È il sentimento di protezione –  l’Essere – che prevale su tutti gli altri. Il senso preciso di esserci, che è presenza e contenimento, il modo più giusto di possedersi e, quando possibile, di essere felici.
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Pittore, é nato a Potenza nel 1938, dove vive e opera. 
Nino Tricarico
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