codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Il sommario
CRITICI, ARTISTI E
L’ALBA EN PLEIN AIR
L’artista catalano Joan Miró nel 1956 visita, per la
prima volta, la grotta di Altamira. Se ne innamora e
da quel momento la sua creatività subisce una svolta
radicale. Sono opere di pittura scultura grafica e
ceramica che risentono la suggestione magica del
luogo. Sono nuove forme che rimandano a
misteriose figure primitive.
Negli stessi anni cinquanta un artista italiano,
Giuseppe Capogrossi, fa la medesima cosa.
Rivoluziona il suo lavoro e le opere si popolano di
nuove forme che rimandano a primordiali archetipi.
Non credo che i due artisti pensassero di piacere ai
critici. Non credo neppure che avessero sentore che
il loro esistere di artisti dipendesse dai critici. La
critica esiste perché ci sono gli artisti e non
viceversa.
Oggi i ruoli si sono invertiti essenzialmente per due
motivi. Primo: si è interrotta una tradizione
antichissima di artisti scriventi. Tradizione
prestigiosa, a cui appartengono i più consapevoli
interpreti della ricerca artistica. Si può dire che
questa tradizione quasi si arresta ai nostri giorni.
Sicché, artisti che scrivono, riflettono, espongono le
loro riflessioni, o anche le intrecciano a momenti
puramente narrativi e lirici sono pochissimi. Artisti
capaci di scommettere su questo intreccio di scritture
non se ne incontrano molti e questo è un segno di
tempi in cui il fare finisce per essere assolutamente
predominante sulla riflessione, sull’analisi, sull’auto
analisi.
Secondo: siamo caduti, quasi tutti noi, nella trappola
del potere ordito da certi critici e galleristi ai quali non
interessa un’analisi estetica, ma solo visibilità,
narcisismo, aspetto economico.
Ricordo una bella e intensa discussione
sull’argomento con il compianto amico Filiberto
Menna, il quale non si sostituiva all’artista, ma
esigeva sapere se dietro il fare c’era la
consapevolezza di un progetto.
Tra il riso e il faceto finimmo con l’essere d’accordo
che i due si sarebbero separati al bivio in assenza di
un piano di lavoro ordinato e definito.
Ho sempre amato lavorare all’aperto. “En plein air”
come dicono i francesi. Come insegnano gli artisti
europei, che, tra il seicento e l’ottocento, vengono in
Italia attratti dall’incanto del “paese di luce”; come
insegnano gli impressionisti, l’inquietudine
dell’inglese William Turner e il mio maestro Ernesto
Treccani.
Il serbatoio delle idee, da prelevare dalla realtà, non
è appannaggio solo degli artisti pittori, ma anche dei
poeti e dei musicisti. L’illuminista Goethe, in Viaggio
in Italia scrive: “Non si può né raccontare né
descrivere la magnificenza d'un chiaro di luna come
quelli di cui abbiamo goduto col vagare qua e là nelle
strade, nelle piazze, per la Riviera di Chiaia, la
grande straordinaria passeggiata, e poi in riva al
mare. Si è veramente presi dal senso di immensità
dello spazio! Così vale la pena di sognare! ». Dopo
quasi un secolo il poeta spagnolo Machado scrive la
poesia: El limonero lànguido suspende / una pàlida
rama polvorienta, che l’amico ispanista Dario Puccini
amava ricordare, agli amici, nel suo giardino a
Maratea, come una lampada sul Mediterraneo.
Con il linguaggio della musica l’osservazione della
natura si fa più scientifica: Il Timbro dà Colore al
suono che a sua volta è in funzione della lunghezza
d’onda. Claude Debussy, lo mostra nei preludi: Clair
de Lune e La mer
Dipingere all’aperto è una necessità; un esercizio per
imparare a distinguere il colore degli oggetti che
cambiano in funzione dell’intensità della luce, dell’ora
del giorno, e soprattutto dal contesto colorato
dell’ambiente entro il quale sono collocati. Sicché, il
bianco della neve d’inverno è bianco solido, ghiaccio,
mentre il bianco della neve che si scioglie è acquoso,
molle, impastato di terra.
Lo studio, al contrario, chiuso in uno spazio limitato,
è memoria di una luce e di uno spazio. Un vissuto
come storia personale che per magia dell’arte
diventa paradigma di un vissuto collettivo.
Sono due modi di lavorare apparentemente diversi.
Dico apparentemente, perché entrambi devono fare i
conti con la luce e gli elementi che vivono nella
Natura e che si muovono dentro uno spazio alla
ricerca di emozioni, suggerimenti e analogie, che in
definitiva è: “guardare il paesaggio come l’ambiente
entro il quale vive l’uomo, animandolo,
modificandolo, lasciandovi i segni della propria storia
con un'aderenza e un coinvolgimento sentimentale,
che significa dare immagini di un paesaggio che è
indissolubilmente legato, per ineluttabile rapporto
dialettico, ad uno stato d’animo; immagini di vita del
proprio tempo e non solamente ombre azzurre,
riflessi d’acqua, variare delle cose nella luce”. Una
riflessione questa, del 1986, che il già ricordato
Filiberto Menna riprende interamente, nel presentare
una mia personale ad Amsterdam, per affermare il
carattere introspettivo del mio lavoro: “[…]Un
recupero del mondo della natura non tanto attraverso
gli occhi quanto attraverso l’emozione, non fuori ma
dentro di sé [.…]”.
Il paesaggio immerso nella luce, oggi, si è arricchito
e sostanziato anche da influenze letterarie,
filosofiche, e persino psicoanalitiche.
La luce, dunque, diventa categoria dell’Essere e lo
spazio categoria dell’esperienza.
Essere è colui che si da’. Custodisce. Cura.
Protegge. Che in definitiva significa un assoluto
atteggiamento d’amore per tutto ciò che appartiene
al creato: acque, boschi, montagne, uomini e
animali.
L’artista ha bisogno di lasciarsi attraversare dalla
natura per poi restituire l’essenza del movimento
vitale del mondo, al quale, però, va aggiunta una
rigorosa esigenza estetica. Non deve ripetere la
realtà. Ha l’obbligo di rappresentare tutto ciò che è
nascosto, invisibile e che solo la poesia è capace
cogliere. L’arte scava voragini di sensi nascosti nella
realtà, e li porta in superficie, rendendo percepibile
la dimensione invisibile degli esseri umani. Si nutre
di luce ma anche dell’esperienza e della sapienza
che proviene dallo spazio del vivere; quello stesso
spazio in cui la luce sostanzia le forme che in essa
vivono.
Spesso d’estate ho il bisogno di alzarmi presto,
andare per contrade nell’ora ancora buia alla ricerca
di cogliere l’attimo nel quale la luce, piano piano
sostanzia le forme che vivono nel paesaggio. L’anno
scorso, ero prima dell’alba alla Colla, una frazione
nel territorio di Trecchina, tra il paese e il mare di
Maratea. Ero fermo tra la casa dalle persiane rosse
del pastore Domenico, e l'inizio del bosco. Conosco
questo luogo e mi è caro. Di giorno il paesaggio è
vastissimo, solitario. Le lontananze hanno le
trasparenze dell'acqua marina e il bosco di castagno
un intreccio di rami, entro il quale è difficile trovare
un varco. Lo conosco bene quel paesaggio: c’è il
Sirino, la vetta del monte Papa. I paesi ghirlande di
Lagonegro, Rivello, Lauria. Il Santuario della
Madonna del Perdono con il suo paesaggio lunare
animato da sculture di pietra che il tempo ha
modellato come devote icone bianche. E poi le
mucche podoliche e le capre con campanacci che
richiamano antiche nenie.
Non si vede nulla. A quell’ora di notte, il buio è
assoluto, totale. La memoria, mia compagna, mi
aiuta, mi conforta. L’alba con la sua timida luce fa
capolino piano piano. Da prima sono ombre.
Confuse forme di montagne. Alberi come cattedrali di
pietra. Vaghe forme di Elfi che si nascondono perfidi,
tra le foglie.
Il micro mondo nel quale mi muovo, conferma la
vastità del mondo e la piccolezza dello spazio delle
nostre esperienze occasionali. Un luogo reale entro il
quale i ricordi dei propri tremori esistenziali, trovano
il modo di essere sgomitolati, instaurando un
rapporto nuovo che riconduce l'umano sentire
nell'assoluto coinvolgente dell'universo.
Immerso nel silenzio, intento a “[…] cogliere
l’amalgama tra la luce e lo spazio, nel desiderio di
afferrare per un solo istante la vibrante emozione
dell’Essere […]”, come lo storico dell’arte Massimo
Bignardi mi invita a fare con questa perenne mia
ricerca mai paga, sento un forte rumore di zoccoli di
cavalli provenienti da lontano, a sud della strada
asfaltata, quella che viene dal mare. Non è rumore
ma suono ritmato, deciso, armonico, come nelle
formazioni musicali da camera in cui il primo violino e
il violino di spalla intrecciano amori e segrete
passioni.
Sono rapito e incuriosito. Aspetto trepidando l’arrivo
della fanfara degli zoccoli. Finalmente, in lontananza,
due forme vaghe si concretizzano. Sono una
giumenta e un puledro che avanzano baldanzosi
verso di me. Lei, la giumenta, corre davanti, libera,
ha il collo alto, dritto come quello dei cavalli di razza
abituati a una mangiatoia alta, e la criniera che si
sposta ora a destra e ora a sinistra, sincronizzata al
trotto e al suono degli zoccoli. Il puledro la segue e la
imita alla perfezione: è immagine riflessa della
madre.
Giunti a una distanza di sicurezza da me, la
giumenta si arresta di botto, mi guarda con sospetto,
guarda il puledro per accertarsi che si sia accorto del
pericolo, che abbia lo stesso suo sospetto.
“Chi è questo mostro - si chiede - Non l’ho mai visto
da queste parti. Eppure è da tempo che la mattina
vengo a fare footing alla Colla”.
Capisco che sono l’impedimento alla continuazione
della corsa libera, spensierata. Mi nascondo dietro il
pino della casa rossa, sperando di scomparire alla
vista. Continuo a osservare i due cavalli, il modo
delicato e amoroso d’impartire lezioni di vita nella
natura e allo stesso tempo di vigilare sui pericoli che
nasconde. La giumenta muove lentamente su e giù
lo zoccolo del piede destro, si gira verso il piccolo,
sbatte la coda. Sembra quasi che voglia riprendere
la corsa. Poi ci ripensa. Non mi vede più, ma sente la
mia presenza. Non si fida. Aspetta. Sono minuti di
assoluto silenzio e incertezze.
Sospetto/protezione/silenzio.
Intanto la luce concretizza le forme, si fa sempre più
pressante l’esperienza che la giumenta desidera
dare al puledro. Trattengo il respiro ancora un po’di
tempo, per non svelare la mia presenza, ma la
giumenta continua a non fidarsi, è sempre più
sospettosa.
Nel dubbio, improvvisamente si gira e ritorna verso la
curva della strada dalla quale era arrivata.
Altre volte sono stato testimone, nello stesso luogo e
alla stessa ora, di un’allegra famiglia di cinghiali; dei
giochi acrobatici, sul castagno, di una coppia di
scoiattoli; di un bue con la mucca e vitellino che
sdraiati come una sacra famiglia, ironicamente
sostavano accanto ad una macchina cabriolet che
aveva sul parabrezza un grande cartello: “Vendesi”.
Quella della giumenta e del suo puledro è la più
sorprendente ed emozionante delle apparizioni. È la
conferma emblematica che il luogo delle idee al
quale attingere per farle diventare oggetti di
riferimento del proprio lavoro, è la vita nel suo
divenire. Nello specifico, sono le esperienze di una
madre che introduce amorevolmente alla vita il
proprio cucciolo.
Resta da capire quali dei molteplici significati, che
emergono all’interno dell’esperienza che riceve il
puledro, prendere a pretesto, per il fare. Il suono
degli zoccoli? La vertigine della libertà nel silenzio
della notte? L’ultima curva? Il sospetto? L’agguato?
La protezione?
La scelta, è molto personale: legata al momento di
maggiore intensità emozionante della storia, e
all’idea che desideriamo esprimere, con i nostri atti
quotidiani, il senso etico della nostra presenza nel
mondo.
È il sentimento di protezione – l’Essere – che
prevale su tutti gli altri.
Il senso preciso di esserci, che è presenza e
contenimento, il modo più giusto di possedersi e,
quando possibile, di essere felici.
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
[Qui online dal 12/05/2016]
Pittore, é nato a Potenza
nel 1938, dove vive e
opera.
Nino
Tricarico
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
n.9