codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Le considerazioni
sviluppate qui sono di
stimolante interesse.
Invito dunque a leggere
questo intervento di
Recalcati - recentemente
pubblicato su la
Repubblica e riproposto
qui con il consenso
dell’autore - come un
contributo di non poco
momento alle nostre
riflessioni.
Il sommario
IL MIRACOLO DELLA
PITTURA
Nel nostro tempo sembra non esserci
più spazio per i quadri. Eppure i
grandi artisti hanno sempre cercato
un rapporto con l’assoluto,
l’irrafigurabile,l’impossibile.
Qualcuno, come fece Morandi,
raccoglierà la sfida? Avrà il coraggio
di dipingere per dare voce al silenzio?
Le tendenze egemoniche dell’arte contemporanea hanno
ormai da tempo sentenziato la morte della pittura.
Scultura, video, fotografia, performances, installazioni,
Body art, invenzioni multimediali, giochi interattivi, hanno
ormai occupato i musei decretando lo stato marginale,
comatoso e destinato all’estinzione, della pittura. Tutti
sembrano concordi: il gesto estremo di Jackson Pollock
che piazza la tela a terra sgocciolandovi sopra del colore
avrebbe dato la stura ad un movimento di uscita fuori dal
recinto limitato e asfittico del “quadro” che non conosce
ritorni possibili. Non mancano i teorici più radicali di
queste tendenze che considerano la pittura orfana di uno
spazio bidimensionale che farebbe sussistere una
versione ancora fatalmente “modernista” e
anacronisticamente idealizzata dell’opera d’arte (tra i
tanti possibili mi limito ad evocare Bois e Krauss,
L’informe. Istruzioni per l’uso, Bruno Mondadori 2003).
Dunque buttare nella pattumiera la pittura, come un
residuo arcaico del Novecento, sembra essere un cavallo
vincente del conformismo intellettuale del nostro tempo.
Ad esso si accompagna il culto sempre crescente
dell’escrementizio, del rifiuto, dello scarto, dell’abietto,
dell’informe, dell’orrido, del vandalismo,
dell’esibizionismo ostentato, dell’osceno, della
provocazione e della trasgressione perversa (sempre più
farsescamente e paradossalmente conformistiche) unito
a quello, diametralmente opposto, della diuresi
concettuale, dell’evaporazione minimalistica, della
sterilizzazione concettuale dell’opera. Il principio
ispiratore è che l’arte deve trascendere la dimensione
formale del suo oggetto per coincidere con l’azione
stessa dell’artista.
La genesi sublimatoria dell’opera, come viene chiarita da
Freud e da Lacan, che comporta, invece, una elevazione
dell’oggetto artistico (di qualunque materiale esso sia
composto) alla dignità di una icona, subisce un brusco
cambiamento di direzione: dall’elevazione alla
degradazione, dall’idealismo ingenuo della superficie
pittorica al carattere informe, sensoriale, materiale e
tecnologico delle nuove pratiche dell’arte. Alla natura
verticale della sublimazione si sostituisce quella
orizzontale della desublimazione “basso materialista”. Il
coro sembra uniforme e compatto e non lascia speranze:
la pittura non ha più posto nelle tendenze egemoni
dell’arte contemporanea.
L’isolamento di coloro che nel nostro tempo non
rinunciano ad essere pittori ricorda l’insuperabile lezione
di Giorgio Morandi che in piena tempesta avanguardista
e sperimentale, attraversando il sangue della seconda
guerra mondiale, riesce a mantenersi assolutamente
anacronico rispetto alle “mode” imperanti del suo tempo
restando fedele alla pittura, senza prendere né la
scorciatoia dell’astrattismo, nè quella retorica baldanzosa
del futurismo. Egli continua a pensare e a praticare la
“sua” pittura come pittura di cose. Dipinge bottiglie,
caffettiere, tazze e fiori, non come semplici presenze nel
mondo ma come cifre del mistero dell’assoluta presenza
e dell’assoluta assenza. Egli Insiste nella fedeltà allo
Stesso, ignora i clichè che lo vorrebbero pittore
crepuscolare e intimista, ma anche quelle celebrazioni
che ne facevano un maestro del suo tempo come la
critica intelligente e sensibile con la quale Arcangeli lo
accostava alle tendenze informali dell’arte a lui
contemporanea e che ottenne per risposta da parte di
Morandi il divieto a frequentare il suo studio.
Nella fedeltà morandiana allo Stesso non risiede una
lezione alla quale dovremmo guardare con ammirazione?
Non sarebbe auspicabile tornare alla grandezza pura di
questa fedeltà? E’ qualcosa che si può ritrovare anche in
artisti contemporanei come Jannis Kounellis o Claudio
Parmiggiani che, sulla scia di Alberto Burri, pur avendo
dilatato il confine del “quadro”, hanno, non a caso,
sempre voluto essere considerati dei pittori. Ma cosa
significa essere pittori senza quadro? Significa non
cedere sul compito più alto della grande arte. Quale?
Quello di provare a raffigurare quello che sfugge alla
raffigurazione, di rendere visibile ciò che sfugge al
visibile, di dare, come scrive Parmiggiani, “voce al
silenzio”.
Ma non è forse diventato un vero e proprio tabù ricordare
che l’opera d’arte, come sanno bene i grandi artisti,
intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto, con
l’irraffigurabile, con l’impossibile, con tutto ciò con cui non
è possibile stabilire alcun rapporto? Certo , nella storia
dell’arte questo “assoluto” è stato nominato in modi
differenti (Cristo, il volto dei santi, la Natura, l’Infinito, il
Colore, la Materia, ecc), ma in ciascuna sua espressione
ritorna l’idea dell’opera d’arte come un ponte che, come
ha dichiarato Jannis Kounellis, deve poter aprire sul
“Mistero delle cose”. Questo significa che l’opera d’arte
quando è tale vive della sua sola immanenza anti-
illustrativa – ogni opera non vuole dire niente, non
significa niente se non se stessa –, ma proprio per
questo deve rifiutarsi ad ogni sua riduzione tautologica.
L’immanenza dell’opera porta infatti sempre con sé
l’apertura di una trascendenza come una piega interna
della sua totale immanenza. Lo si vede magistralmente
nelle sagome delle bottiglie di Morandi come nei sacchi
di Burri, nelle Delocazioni di Parmiggiani, come nei binari
coi sacchi di carbone o negli abiti trafitti da croci di ferro
di Kounellis. Qualcuno, come fece Morandi e come
hanno fatto con mezzi diversi artisti come, appunto, Burri,
Kounellis e Parmiggiani, raccoglierà la sfida che il nostro
tempo getta sulla grande arte? Farà ancora esistere il
miracolo di una forma sottratta al culto dell’abietto o al
minimalismo sterile della tautologia?
Qualcuno avrà il coraggio di fare esistere ancora la
pittura come apertura inaudita sull’invisibile? Come
invocazione e preghiera dell’assoluto?
[Qui online dal 02/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Psicoanalista, scrittore
e filosofo, vive a Milano.
Massimo
Recalcati
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opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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