codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Piero Leddi è scomparso
una manciata di giorni fa, il 4
giugno 2016.
Era nato a San Serbastiano
Curone (Alessandria) nel
1930. Dal padre falegname
e da altri parenti artigiani
aveva appreso l’amore per i
materiali e la manualità,
mentre il rapporto con la
terra e l’esperienza della
cascina sono legati alla
famiglia materna, di
agricoltori. Il suo
accostamento alla pittura è
dovuto all’influenza del
tortonese Mario Patri e agli
stimoli provenienti
dall’eredità del conterraneo
Pellizza da Volpedo. A
Milano dal 1951, per vari
anni Leddi si era dedicato
all’attività di grafico
pubblicitario, sperimentando
contemporaneamente i
propri mezzi espressivi ed
entrando in contatto con
artisti coetanei nell’ambiente
di Brera e con critici come
Mario De Micheli e Raffaele
De Grada.
La sua prima personale è
del 1953, cui da allora ne
sono seguite innumerevoli
altre.
Il sommario
PIERO LEDDI E LA
PITTURA
L’occhio che penetrava nei
sentimenti del mondo
di Giorgio Seveso
Tra immagini e allegorie, tra realtà e disagio
esistenziale, davanti alle sue opere una
considerazione viene subito alla mente. Il fatto,
cioè, che davvero esiste nell'arte
contemporanea, un po' defilato rispetto alle
tendenze abituali, una sorta di mondo a parte,
costituito da tutto quel settore di attenzioni, di
sensibilità, di determinazioni espressive che non
ha rinunciato mai, se vogliamo dir così, alle più
esplicite ragioni della responsabilità figurativa,
ovvero a una concentrazione e a una traduzione
poetica delle cose attraverso l'immagine.
Un mondo divenuto ormai insolito, in cui la
pittura è stile rigoroso ed attento, esercizio di pensiero e
di cuore, luogo d’incontro tra la realtà e le magìe della
metafora, dell’allegoria, del simbolo. Un mondo del quale
anche Leddi, poeta con le figure, continuava a essere
protagonista tra i più acuti e personali.
Potremmo dire che il tema di fondo che percorre nel
tempo i diversi cicli del suo lavoro è quello del disagio;
un disagio lirico, di fronte ad un mondo che non ha più la
nostra misura, che non ha più la nostra forma. Un
disagio, una desolata inquietudine che è da sempre al
centro della sua tensione poetica, almeno da quando nei
primissimi anni 50 giunge nel capoluogo lombardo
intrecciando le proprie radici di cultura contadina alle
tensioni urbane della grande città e alle agitate
circostanze culturali e civili di quel tempo.
Le sue immagini sono allora dissolte, risentite, urtate
dalla brutalità di un mondo quotidiano che nega o
rovescia ogni valore autenticamente umano, che
confonde ogni solidarietà possibile tra l’uomo, i suoi
simili, il suo ambiente.
In una sorta di visione esistenziale (o esistenzialistica)
del gesto pittorico disgregatore, l’immagine è ripensata
soltanto nella sfera del probabile, assediata com’è da
atmosfere angoscianti, inibitorie di ogni messaggio più
diretto, più esplicito. È il gusto comune a tutta una
generazione di artisti (a Milano si chiameranno appunto
“realisti esistenziali”): un gusto che tira le immagini verso
un loro progressivo e doloroso dissolvimento in tracce
addensate, in grumi fulminei d’emozioni ad alto timbro
che poi, lentamente, con il passare degli anni e delle
stagioni, vengono organizzandosi e distendendosi in
schemi più meditati e più colti, più aderenti alle grandi
lezioni figurative che Leddi riscopre.
Pelizza, Dürer, il manierismo lombardo e il grande
barocco, più tardi il neoclassicismo del “secolo dei lumi”,
dei Canova e dei Felice Giani, diventano allora per lui
modi inediti per ricollegarsi da una parte all’epicità greve
e nebbiosa della sua campagna e della vita contadina e,
dall’altro, per leggere diversamente e assimilare nella
sua scrittura pittorica personalità come David e Füssli,
come Boccioni, Giacometti e anche Bacon...
Il disagio e l’angoscia sono dovunque attorno a noi, nelle
spianate di morti delle non-guerre combattute ai quattro
angoli del mondo così come nei più diversi terrorismi ed
egoismi, nella violenza stritolante delle megacittà di
cemento, nell’odio terribile che separa l’uomo dall’uomo
così come nella nube velenosa che, un certo mattino in
Lombardia, si alza dallo stabilimento dell’Icmesa a
segnare per sempre, come un simbolo, l’estrema
malattia della nostra cultura. E se il disagio, nelle opere e
nei cicli precedenti, si specchiava viso a viso con il
fantasma della peste, con gli afrori delle fumigazioni e
dei roghi, nelle urla arrocchite dei milanesi e dei preti
attorno alla Colonna Infame, nelle sue immagini da allora
Leddi lo colloca anche in una allegoria ben più vicina a
noi, che con la diossina che imputridisce l’ambiente dà
corpo a un allarme irrimediabile, a un simbolo
d’inquietudine fatta di mostruose certezze.
Fu un’opera centrale, questa “Festa sul Ticino” del 1976,
in cui si riassumono e si rilanciano i motivi di fondo della
sua pittura, questo suo osservare le cose e i sentimenti
del mondo con occhio scarnificatore, penetrando queste
e quelli nelle più intime fibre emozionali.
Più tardi, studiando la Rivoluzione francese e
preparando il vastissimo ciclo d’opere che culminerà
nell’89 in una grande mostra europea dedicata al
bicentenario di quel cruciale momento della Storia,
questi motivi si rafforzano, austeri nella loro laica
ispirazione all’iconografia esatta di quei frangenti eroici e
terribili ma, anche, fragranti di un
neoclassicismo tutto rinnovato,
tutto reinventato e palpitante di
sentimenti civili.
Robespierre, Marat, il Giuramento
della Pallacorda, l’Enciclopedia, le
feste dell’Essere Supremo, la
Convenzione, il Campo di Marte...
Ogni brano dello straordinario
panorama della prima grande
rivoluzione mondiale diventa, qui,
ragione d’immagini scaldate al
calor bianco della fantasia e della
torsione lirica, innesco per una
pittura di sontuosa suggestione
formale.
L’impronta di fondo di questa sua
percezione non è poi mai cambiata
negli anni e nell’evolversi del
linguaggio e dei temi. I suoi volti, i
suoi personaggi, i suoi ambienti
sono difatti sempre frammentari,
parzialmente nascosti, squilibrati o
fuori quadro rispetto al centro
focale dell'immagine. Come per la
distanza d'un reperto, tali
spostamenti e il “non finito” del suo
modo di comporre sono stati, per
lui fino alle sue ultime immagini,
che realizzava in quel suo studio-
atelier di via Canonica fitto di
oggetti, libri e memorie vive della
sua storia, una sorta di espressionismo
partecipativo, il portato di una solidarietà
sentimentale e razionale insieme: una
commozione interiore dell'idea poetica che
sostiene la figura,una trasfigurazione lirica
delle cose e dell’esperienza.
La distanza che c’è tra la pittura di Leddi e
la rappresentazione oggettiva delle cose è
una costante divaricazione metaforica e
allegorica. Il lavoro che ci ha lasciato
evoca la suggestione permanente di una
complessiva, intensa responsabilità lirica
tra le cose e il mondo, tra la Storia e la
cronaca di tutti i giorni.
[Qui online dal 20/06/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Dal testamento
di Piero Leddi:
“(…) A tutti, quale pittore
che ha operato nella
seconda metà del secolo
scorso, condividendo le
aspirazioni, le ansie anche
politiche e le soddisfazioni
delle avanguardie
pittoriche milanesi, lascio il
sentire delle mie opere, la
mia visione della vita, dei
sentimenti umani e degli
accadimenti del tempo in
cui sono vissuto.
A chi mi ha sostenuto, sia
acquistando le mie opere
sia esprimendo giudizi
positivi sulle stesse, lascio
un grazie sentito e sincero
nella certezza che nel poco
o nel molto, ho sempre
dato la mia più sincera
amicizia.”
Milano 17 febbraio 2014
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
n.9