codice ISSN 2239-0235  
 
UN RICORDO
                                                                                      ultimo aggiornamento:   17/09/2016
Piero Leddi è scomparso una manciata di giorni fa, il 4 giugno 2016. Era nato a San Serbastiano Curone (Alessandria) nel 1930. Dal padre falegname e da altri parenti artigiani aveva appreso l’amore per i materiali e la manualità, mentre il rapporto con la terra e l’esperienza della cascina sono legati alla famiglia materna, di agricoltori. Il suo accostamento alla pittura è dovuto all’influenza del tortonese Mario Patri e agli stimoli provenienti dall’eredità del conterraneo Pellizza da Volpedo. A Milano dal 1951, per vari anni Leddi si era dedicato all’attività di grafico pubblicitario, sperimentando contemporaneamente i propri mezzi espressivi ed entrando in contatto con artisti coetanei nell’ambiente di Brera e con critici come Mario De Micheli e Raffaele De Grada. La sua prima personale è del 1953, cui da allora ne sono seguite innumerevoli altre.
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Il sommario
PIERO LEDDI E LA PITTURA L’occhio che penetrava nei sentimenti del mondo di Giorgio Seveso Tra immagini e allegorie, tra realtà e disagio esistenziale, davanti alle sue opere una considerazione viene subito alla mente. Il fatto, cioè, che davvero esiste nell'arte contemporanea, un po' defilato rispetto alle tendenze abituali, una sorta di mondo a parte, costituito da tutto quel settore di attenzioni, di sensibilità, di determinazioni espressive che non ha rinunciato mai, se vogliamo dir così, alle più esplicite ragioni della responsabilità figurativa, ovvero a una concentrazione e a una traduzione poetica delle cose attraverso l'immagine. Un mondo divenuto ormai insolito, in cui la pittura è stile rigoroso ed attento, esercizio di pensiero e di cuore, luogo d’incontro tra la realtà e le magìe della metafora, dell’allegoria, del simbolo. Un mondo del quale anche Leddi, poeta con le figure, continuava a essere protagonista tra i più acuti e personali. Potremmo dire che il tema di fondo che percorre nel tempo i diversi cicli del suo lavoro è quello del disagio; un disagio lirico, di fronte ad un mondo che non ha più la nostra misura, che non ha più la nostra forma. Un disagio, una desolata inquietudine che è da sempre al centro della sua tensione poetica, almeno da quando nei primissimi anni 50 giunge nel capoluogo lombardo intrecciando le proprie radici di cultura contadina alle tensioni urbane della grande città e alle agitate circostanze culturali e civili di quel tempo. Le sue immagini sono allora dissolte, risentite, urtate dalla brutalità di un mondo quotidiano che nega o rovescia ogni valore autenticamente umano, che confonde ogni solidarietà possibile tra l’uomo, i suoi simili, il suo ambiente. In una sorta di visione esistenziale (o esistenzialistica) del gesto pittorico disgregatore, l’immagine è ripensata soltanto nella sfera del probabile, assediata com’è da atmosfere angoscianti, inibitorie di ogni messaggio più diretto, più esplicito.  È il gusto comune a tutta una generazione di artisti (a Milano si chiameranno appunto “realisti esistenziali”): un gusto che tira le immagini verso un loro progressivo e doloroso dissolvimento in tracce addensate, in grumi fulminei d’emozioni ad alto timbro che poi, lentamente, con il passare degli anni e delle stagioni, vengono organizzandosi e distendendosi in schemi più meditati e più colti, più aderenti alle grandi lezioni figurative che Leddi riscopre.  Pelizza, Dürer, il manierismo lombardo e il grande barocco, più tardi il neoclassicismo del “secolo dei lumi”, dei Canova e dei Felice Giani, diventano allora per lui modi inediti per ricollegarsi da una parte all’epicità  greve e nebbiosa  della sua campagna e della vita contadina e, dall’altro, per leggere diversamente e assimilare nella sua scrittura pittorica personalità come David e Füssli, come Boccioni, Giacometti e anche Bacon...  Il disagio e l’angoscia sono dovunque attorno a noi, nelle spianate di morti delle non-guerre combattute ai quattro angoli del mondo così come nei più diversi terrorismi ed egoismi, nella violenza stritolante delle megacittà di cemento, nell’odio terribile che separa l’uomo dall’uomo così come nella nube velenosa che, un certo mattino in Lombardia,  si alza dallo stabilimento dell’Icmesa a segnare per sempre, come un simbolo, l’estrema malattia della nostra cultura. E se il disagio, nelle opere e nei cicli precedenti,  si specchiava viso a viso con il fantasma della peste, con gli afrori delle fumigazioni e dei roghi, nelle urla arrocchite dei milanesi e dei preti attorno alla Colonna Infame, nelle sue immagini da allora Leddi lo colloca anche in una allegoria ben più vicina a noi, che con la diossina che imputridisce l’ambiente dà corpo a un allarme irrimediabile, a un simbolo d’inquietudine fatta di mostruose certezze. Fu un’opera centrale, questa “Festa sul Ticino” del 1976, in cui si riassumono e si rilanciano i motivi di fondo della sua pittura, questo suo osservare le cose e i sentimenti del mondo con occhio scarnificatore, penetrando queste e quelli nelle più intime fibre emozionali. Più tardi, studiando la Rivoluzione francese e preparando il vastissimo ciclo d’opere che culminerà nell’89 in una grande mostra europea dedicata al bicentenario di quel cruciale momento della Storia, questi motivi si rafforzano, austeri nella loro laica ispirazione all’iconografia esatta di quei frangenti eroici e terribili ma, anche,  fragranti  di un neoclassicismo tutto rinnovato, tutto reinventato e palpitante di sentimenti civili. Robespierre, Marat, il Giuramento della Pallacorda, l’Enciclopedia, le feste dell’Essere Supremo, la Convenzione, il Campo di Marte... Ogni brano dello straordinario panorama della prima grande rivoluzione mondiale diventa, qui, ragione d’immagini scaldate al calor bianco della fantasia e della torsione lirica, innesco per una pittura di sontuosa suggestione formale. L’impronta di fondo di questa sua percezione non è poi mai cambiata negli anni e nell’evolversi del linguaggio e dei  temi. I suoi volti, i suoi personaggi, i suoi ambienti sono difatti sempre frammentari, parzialmente nascosti, squilibrati o fuori quadro rispetto al centro focale dell'immagine. Come per la distanza d'un reperto, tali spostamenti e il “non finito” del suo modo di comporre sono stati, per lui fino alle sue ultime immagini, che realizzava in quel suo studio- atelier di via Canonica fitto di oggetti, libri e memorie vive della sua storia, una sorta di espressionismo partecipativo, il portato di una solidarietà sentimentale e razionale insieme: una commozione interiore dell'idea poetica che sostiene la figura,una trasfigurazione lirica delle cose e dell’esperienza. La distanza che c’è tra la pittura di Leddi e la rappresentazione oggettiva delle cose è una costante divaricazione metaforica e allegorica. Il lavoro che ci ha lasciato evoca la suggestione permanente di una complessiva, intensa responsabilità lirica tra le cose e il mondo, tra la Storia e la cronaca di tutti i giorni. [Qui online dal 20/06/2016]  
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Dal testamento di Piero Leddi: “(…)  A tutti, quale pittore che ha operato nella seconda metà del secolo scorso, condividendo le aspirazioni, le ansie anche politiche e le soddisfazioni delle avanguardie pittoriche milanesi, lascio il sentire delle mie opere, la mia visione della vita, dei sentimenti umani e degli accadimenti del tempo in cui sono vissuto. A chi mi ha sostenuto, sia acquistando le mie opere sia esprimendo giudizi positivi sulle stesse, lascio un grazie sentito e sincero nella certezza che nel poco o nel molto, ho sempre dato la mia più sincera amicizia.” Milano 17 febbraio 2014
Piero Leddi, "Pastora", 2000 Piero Leddi, "Festa sul Ticino (Icmesa)", 1976-78, cm 120x280 Piero Leddi, "Il Giuramento della Pallacorda", 1987, cm 204x280
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