codice ISSN 2239-0235
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Il sommario
Un ricordo di Giancarlo Cazzaniga
I SEGNI DELLA
MEMORIA
Roberto Tassi, in un bellissimo testo degli anni
Settanta, pubblicato da Scheiwiller, parlò della pittura di
Giancarlo Cazzaniga come di un «margine insicuro, tra
il vero e il suo riflesso, tra l’assunzione degli oggetti
come fatti reali e la loro elaborazione come segni della
memoria, come immagini risorte da un deposito
psicologico».
In anni in cui, a Milano, dominava un sentimento
condiviso di asperità, delusione e rabbia, che gli amici
artisti del realismo esistenziale tradussero nei segni
cattivi, neri come la pece, di opere incise o dipinte col
coltello fra i denti, Cazzaniga riuscì a effondere nelle
sue immagini vaporose un’aria di tenerezza, lirica e
tragica insieme, in grado di alleviare il peso di tale
insostenibile disperazione. Non che, in lui, la
disperazione non avesse messo le stesse radici
profonde scavate nel cuore degli altri. Qualcuno, che lo
conobbe da ragazzo, giura di averlo incontrato fra le vie
di Brera e Solferino, così smagrito e fiaccato dalla fame
da rischiare il collasso.
Ma, dietro i suoi occhi cerulei e il sorriso gentile,
Cazzaniga aveva scoperto che l’antidoto allo sconforto
era la poesia. La grazia, cioè, di raccontare storie di
quotidiano strazio e rancore, velandole però di
indulgenza.
Che, in pittura, significò attingere a un passato più
intimo e più italiano di quello, al contrario, furente di un
Bacon, amato dai colleghi, da Ferroni soprattutto. Un
passato alla De Pisis – per intenderci – che nei suoi
mari immoti, nelle nature arse, negli uccelli impagliati,
esprimeva, senza strilli, un male di vivere, acuto ma
tollerabile.
Non per nulla, i fiori di Cazzaniga, coppe di
petali e foglie effimere, nacquero come un
omaggio allo scorrere lento della vita, al
senso dell’attesa, deposto nelle polveri e
nelle nebbie leggere calate sui suoi tavoli da
lavoro, dove gli oggetti non si
cristallizzavano come negli altarini laici di
Ferroni, ma si sbriciolavano piano
nell’atmosfera lattiginosa, simili a visioni
fragili, trasognate, «segni della memoria –
per tornare a Tassi – margine insicuro, tra il
vero e il suo riflesso».
C’è sempre stato infatti un bagliore di
speranza, una nota di dolcezza nei suoi
mazzi di fiori recisi, nei panorami arsi delle
estati a Portonovo. Merito dei colori luminosi,
verdi autunnali, lombardi, (morlottiani!),
come pure gli azzurri pachi, i lilla foschi, i
grigi perlati. Oppure i neri, stesi a tratti, a
filamenti lanosi, oppure negli sfondi vellutati degli studi
solitari o dei luoghi del jazz milanese: i club dove Cerri,
Intra o Gaslini inondavano l’aria con le tonalità calde
del sax, che proprio nei neri compatti di Cazzaniga, più
profondi della notte, sembrano ancora risuonare
malinconici.
Grande Giancarlo. Maestro di un dolore sottile quanto
la pioggia, che punge e allo stesso tempo è musica
sulla terra. Goccia su goccia, come la sua pittura esile
e veloce, che riporta alla mente un verso di Montale, al
quale proprio Filippo De Pisis si ispirò commosso: «è
una tempesta anche la tua dolcezza».
[Qui online dal 13/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Storica e critica d'arte
specializzata in arti
grafiche moderne e in
scultura moderna, dal
2001 scrive d’arte per La
Repubblica.
Dal 2002 collabora come
curatore per il Museo
d'Arte di Mendrisio (CH)
Chiara
Gatti
______________________
A settembre del 2013, per la
14° edizione del Premio
Morlotti Imbersago,
Cazzaniga in una delle sue
ultime “uscite” pubbliche
aveva ricevuto un
meritatissimo Premio alla
Carriera.
In quell’occasione Chiara
Gatti aveva scritto per lui in
catalogo righe illuminanti.
Le ripropongo qui in tutta la
loro pertinenza. (G.S).
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
n.9