codice ISSN 2239-0235
Giorgio
Seveso
ultimo aggiornamento: 31/08/2016
Critico d’arte, curatore e
giornalista, vive e opera
a Milano dal 1969.
Fondatore e conduttore
di questo blogMagazine,
è stato critico de l’Unità
per oltre vent’anni.
E’ nato a Sanremo nel
1944.
Il sommario
CRITICA D’ARTE
OGGI
Tra perle rare e pirati eleganti
La critica d'arte oggi prevalente non è una scienza
pura, ma un fatto culturale, poiché manipola e orienta il
gusto comune. Domanda: è sbagliato lasciarla in mano
agli eleganti tecnocrati delle riviste d’arte patinate
zeppe di pubblicità e di glamour, alle lobby dei grandi
musei e fondazioni, ai mercanti internazionali?
Probabilmente sì, bisognerebbe opporsi, fare qualcosa.
Occorrerebbe smascherare la presunzione di
scientificità e di oggettività che è tipica della
maggioranza dei critici “allineati” all’idea prevalente di
contemporaneo. Si tratta, in effetti, di una corporazione
assai sicura di sè, ma anche parecchio opaca,
autoreferenziale ed elittaria.
Una corporazione intenta a complicare qualsivoglia
faccenda per certificare il proprio ruolo sciamanico...
E' vero ciò che scrisse George Bernard Shaw, che
“ogni professione è una cospirazione contro il
profano"? Secondo me è vero soprattutto qui e oggi
per la storia dell’arte in atto, che si è inventata il "critico
come mestiere", il “curatore”, a metà tra l’intellettuale e
l’elegante imbonitore e mercante, alla costante ricerca
di un facile Potere. Facile, sì, poiché nessuno, una
volta conquistato, potrà davvero contestare tale Potere
nel merito...
E come sarebbe possibile farlo del resto? La
corporazione si fonda dichiaratamente sulla
soggettività. Nulla, tra i valori e i giudizi espressi e
imposti, è oggettivo, nulla è neutrale. Il confronto non è
tra la chiarezza delle idee nella loro diversità, ma tra la
potenza delle influenze e l'efficacia delle strategie
persuasive (e pervasive). Ogni grosso “sciamano”,
insieme alle migliaia di “sciamanetti” che li circondano
e li mimano in giro per Gallerie e redazioni, per eventi
e Saloni, è costantemente alla ricerca della propria
scoperta, del proprio colpo grosso, possibilmente un
poco scandaloso o clamoroso per qualche motivo,
pronto a qualunque capriola culturale, a qualunque
gioco di prestigio ermeneutico, pur di argomentare e
giustificare in modo almeno attendibile la “trovata”, la
presentazione dell’inedito, la proposta originale capace
di incuriosire, di solleticare, di sfondare.
Sì, perché uno dei valori più decisivi e dominanti della
critica attuale sembra davvero essere diventato di gran
lunga quello esclusivo della novità.
Altro che indagini sulla qualità, altro che ricerca di
originalità intrinseca o di perspicuità di linguaggio, di
mezzi espressivi piegati a una esigenza di poetica o a
una interpretazione estetica in relazione al gran corpo
storico dell’arte, agli uomini e alle donne di oggi, al loro
destino quotidiano... Ciò che conta è solo il titolone, il
clamore cafone, l’urto rumoroso sulla superficie grande
dello stagno massmediale del nostro tempo. L’obiettivo
fondamentale è quello di far parlare, di fare titolo, di
entrare da protagonisti nell’attualità parlata più stretta e
immanente, di rompere l’assopimento dei lettori di
riviste d’arte, di stupire i visitatori delle algide stanze
delle esposizioni contemporanee…
Anche i più seri ci cascano purtroppo. I migliori tra loro,
i più consapevoli, lo fanno con eleganza, celando la
vergogna e la malafede sotto tonnellate di cosmetici
intellettuali e autogiustificazioni lambiccate. Altri
vorrebbero opporsi, agire controcorrente, rifugiarsi in
una sorta di neutralità accademica, convinti che le
pareti delle loro università li mettano al riparo dalle
conseguenze culturali di ciò che sta avvenendo. Altri
ancora (i più) ci credono e basta, non essendo capaci
di vedere (o capire) altro che l’immediato, indiscutibile
presente.
È questa la grande marea dei critici mestieranti, dei
curators spesso affetti dal complesso del provinciale o
dall’aggressività cieca del pirata, per i quali il gran
mare dell’arte contemporanea è solo un terreno
speculativo creato apposta per servire da palestra alle
loro furbizie, o al più - per i meno cinici e “corsari” - è
una grande prateria di giochi e potenzialità ludiche,
una ricreazione per il talento che, dati i tempi di crisi
delle professioni, non trova altro terreno d’esercizio per
esprimersi.
[Qui online dal 02/05/2016]
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
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opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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