codice ISSN 2239-0235  
 Giorgio  Seveso
Il tema di questo numero
                                                                                      ultimo aggiornamento:   17/09/2016
Critico d’arte, curatore e giornalista, vive e opera a Milano dal 1969. Fondatore e conduttore di questo blogMagazine, è stato critico de l’Unità per oltre vent’anni. E’ nato a Sanremo nel 1944.
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Il sommario
Giorgio Seveso
CRITICA D’ARTE OGGI Tra perle rare e pirati eleganti La critica d'arte oggi prevalente non è una scienza pura, ma un fatto culturale, poiché manipola e orienta il gusto comune. Domanda: è sbagliato lasciarla in mano agli eleganti tecnocrati delle riviste d’arte patinate zeppe di pubblicità e di glamour, alle lobby dei grandi musei e fondazioni, ai mercanti internazionali? Probabilmente sì, bisognerebbe opporsi, fare qualcosa.  Occorrerebbe smascherare la presunzione di scientificità e di oggettività che è tipica della maggioranza dei critici “allineati” all’idea prevalente di contemporaneo. Si tratta, in effetti, di una corporazione assai sicura di sè, ma anche parecchio opaca, autoreferenziale ed elittaria. Una corporazione intenta a complicare qualsivoglia faccenda per certificare il proprio ruolo sciamanico... E' vero ciò che scrisse George Bernard Shaw, che “ogni professione è una cospirazione contro il profano"? Secondo me è vero soprattutto qui e oggi per la storia dell’arte in atto, che si è inventata il "critico come mestiere", il “curatore”, a metà tra l’intellettuale e l’elegante imbonitore e mercante, alla costante ricerca di un facile Potere. Facile, sì, poiché nessuno, una volta conquistato, potrà davvero contestare tale Potere nel merito... E come sarebbe possibile farlo del resto? La corporazione si fonda dichiaratamente sulla soggettività. Nulla, tra i valori e i giudizi espressi e imposti, è oggettivo, nulla è neutrale. Il confronto non è tra la chiarezza delle idee nella loro diversità, ma tra la potenza delle influenze e l'efficacia delle strategie persuasive (e pervasive). Ogni grosso “sciamano”, insieme alle migliaia di “sciamanetti” che li circondano e li mimano in giro per Gallerie e redazioni, per eventi e Saloni, è costantemente alla ricerca della propria scoperta, del proprio colpo grosso, possibilmente un poco scandaloso o clamoroso per qualche motivo, pronto a qualunque capriola culturale, a qualunque gioco di prestigio ermeneutico, pur di argomentare e giustificare in modo almeno attendibile la “trovata”, la presentazione dell’inedito, la proposta originale capace di incuriosire, di solleticare, di sfondare.  Sì, perché uno dei valori più decisivi e dominanti della critica attuale sembra davvero essere diventato di gran lunga quello esclusivo della novità. Altro che indagini sulla qualità, altro che ricerca di originalità intrinseca o di perspicuità di linguaggio, di mezzi espressivi piegati a una esigenza di poetica o a una interpretazione estetica in relazione al gran corpo storico dell’arte, agli uomini e alle donne di oggi, al loro destino quotidiano...  Ciò che conta è solo il titolone, il clamore cafone, l’urto rumoroso sulla superficie grande dello stagno massmediale del nostro tempo. L’obiettivo fondamentale è quello di far parlare, di fare titolo, di entrare da protagonisti nell’attualità parlata più stretta e immanente, di rompere l’assopimento dei lettori di riviste d’arte, di stupire i visitatori delle algide stanze delle esposizioni contemporanee… Anche i più seri ci cascano purtroppo. I migliori tra loro, i più consapevoli, lo fanno con eleganza, celando la vergogna e la malafede sotto tonnellate di cosmetici intellettuali e autogiustificazioni  lambiccate. Altri vorrebbero opporsi, agire controcorrente, rifugiarsi in una sorta di neutralità accademica, convinti che le pareti delle loro università li mettano al riparo dalle conseguenze culturali di ciò che sta avvenendo. Altri ancora (i più) ci credono e basta, non essendo capaci di vedere (o capire) altro che l’immediato, indiscutibile presente. È questa la grande marea dei critici mestieranti, dei curators spesso affetti dal complesso del provinciale o dall’aggressività cieca del pirata, per i quali  il gran mare dell’arte contemporanea è solo un terreno speculativo creato apposta per servire da palestra alle loro furbizie, o al più - per i meno cinici e “corsari” - è una grande prateria di giochi e potenzialità ludiche, una ricreazione per il talento che, dati i tempi di crisi delle professioni, non trova altro terreno d’esercizio per esprimersi. [Qui online dal 02/05/2016]  
blogMagazine pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
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opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
n.9