29/06/2020
Il video
FERDINANDO GRECO
UNDE MALUM 2020
Una conversazione tra Ferdinando Greco e Chiara Gatti
sulla pittura in tempo di pandemia e altre cose
«Si Deus est, unde malum?
Et si non est, unde bonum?»
Boezio
(Se Dio esiste, da dove viene il male?
E se non esiste, da dove viene il bene?)
Ecco
la
traduzione
plastica
della
“disperanza”
di
un
autore
contemporaneo
di
fronte
all’inaudita
profondità
di
ciò
che
ha
colpito
il
mondo
e
l’umanità.
Una
traduzione,
un
inveramento
segnico
e
oggettuale
capace
davvero
di
mostrare
una
persuasività
robusta,
a
tratti
struggente,
folta
di
emozioni
e
suggestioni anche tattili oltrechè concettuali.
E’
l’artista
stesso
che
usa
un
tale
neologismo
(la
disperanza)
alla
fine
del
video.
Ma
va
detto
subito
(e
la
bella
conversazione
che
accompagna
il
filmato,
assieme
alla
raccolta
di
immagini
che
propone,
lo
documenta
assai
bene)
che
proprio
la
dialettica
tra
disperazione
e
speranza
è
da
sempre
l’ambito
in
qualche
modo
al
centro
della
poetica
di
Greco,
là
dove
proprio
il
“male”
dell’umanità
nel
rapporto
con
se
stessa
e
con
la
sua
storia,
le
sue
incoerenze,
gli
attentati
alla
sua
integrità,
s’imprime
nella
struttura
stessa
e
nell’umore delle sue deformazioni e dei suoi climi espressivi.
E’
infatti
dagli
anni
Sessanta
a
oggi,
fino
a
quest’ultima
raccolta
«Unde
malum
2020»,
che
la
sua
ricerca
si
sviluppa
per
sistematici
cicli
d’immagini/oggetto
sempre
intensamente
concentrati,
senza
alcuna
concessione
all’estetico
o
al
puro
compiacimento
della
materia,
sempre
sobriamente,
dolorosamente
intenti
in
ogni
brano
a
rendere
l’evidenza
delle
nostre
nefande
contraddizioni,
delle
nostre
storiche
malefatte
e
inadeguatezze di giudizio e di una denuncia.
Variando
l’assorta
severità
di
uno
sguardo
commosso
ma
disincantato
rivolto
alla
realtà
delle
cose,
questo
suo
lungo
lavoro
ha
dunque
traversato
indenne
tutti
questi
decenni,
le
loro
mode
e
chimere,
i
loro
effimeri
disvalori,
a
quanto
pare
solo
attento
al
sentimento
della
propria
autenticità,
alla propria interiore coerenza d’immagine profondamente libera e aperta.
Che
si
è
ben
tradotta,
direi,
nella
suggestione
penetrante
di
una
sorta
di
«sacra
sindone»
laica
e
plurale,
moltiplicata
a
mimare
i
segni
di
un
corpo
tormentato
e
deforme:
il
corpo
stesso
della
nostra
violenza
sulla
natura
e
sul mondo. (G.S.)
Il video della
conversazione: