29/06/2020
i giovani e la pittura
SPECCHI E AUTORITRATTI
Ovvero il piacere di dipingere ancora
di Louis De Combremont
Ho
ricevuto
da
Seveso
un
libretto
virtuale
(formato
pdf)
che,
mi
pare
di
capire,
rappresenta
il
«saggio»
conclusivo
di
una
classe
di
pittura
dell’Accademia di Brera.
Quello
braidense
è
un
istituto
noto
da
secoli
in
tutto
il
mondo
e
dal
nome
assai
prestigioso,
temo
però
più
per
il
ruolo
avuto
nella
storia
dell’arte
italiana
soprattutto
dell’ottocento
e
del
primo
novecento
che
per
il
suo
presente.
Eppure
già
da
qualche
anno,
da
quel
vecchio
e
solenne
edificio
nel
cuore
di
Milano
che
Maria
Teresa
d’Austria
nel
1776
volle
adibire
a
sede
delle
Scuole
Palatine
e
ad
Accademia
delle
Arti,
ci
sono
lampi
e
segnali
di
bella
ripresa
culturale,
soprattutto
nel
solco
generale
di
una
pittura
dipinta
,
cioè
di
una
pittura
che
pure
nella
ricerca
più
ardita
non
rinuncia
al
suo
specifico
tecnico,
ai
suoi
segni
fondativi,
alla
sua
espressione.
La
quale,
come
sanno
i
mei
amici,
pur
nell’infinita
moltiplicazione
di
linguaggi
e
grafie,
rarefazioni
e
concentrazioni,
è
la
sola
che
coinvolge
davvero
i
miei
sensi
e
i
miei
sentimenti.
E
dunque
proprio
su
questo
piano
il
«segnale»
rappresentato
dal
libretto che qui vi mostro è davvero significativo.
Multietnici
e
multiculturali,
dunque
cittadini
del
mondo,
questi
giovani
studenti
sembrano
infatti
aver
preso
molto
sul
serio
la
parola
pittura.
Nessuno
di
loro
-
e
sono
ben
64
tra
ragazze
e
ragazzi
-
pare
essere
tra
quelle
e
quelli
che
intendono
seguire
più
o
meno
furbescamente
un
certo
tipo
di
moda
espressiva
attuale.
Una
moda,
ma
anche
una
vera
e
propria
«ideologia»
del
fare
artistico
contemporaneo,
che
nasconde,
dietro
il
gioco
di
prestigio
dei
diversi
possibili
concettualismi
applicati
all’opera,
sostanzialmente
una
larga
maggioranza
di
incompetenze
tecniche,
di
pigrizia
ideale,
di
mancanza
di
talento.
Sembrano
aver
compreso,
insomma,
che
proprio
quell’arte
lì,
oggi
la
più
celebrata
e
ufficializzata
dal
sistema
internazionale,
enormemente
accentua
nella
sua
quasi
totalità
le
“distanze”
tra
sé
e
gli
uomini;
che
vistosamente
ignora
la
realtà
delle
nostre
vite,
delle
nostre
consapevolezze,
dei
nostri
gusti
e
disgusti,
dei
nostri
sogni
e
timori,
per
dedicarsi
al
contrario
in
modo
quasi
esclusivo
a
una
imbarazzante
autoreferenzialità
mescolata
alla
ricerca
cinica
del
mero
successo
commerciale vissuto come proprio scopo esclusivo.
E
non
è
più
–
come
è
stato
per
le
avanguardie
artistiche
del
Novecento
–
mera
questione
di
paradigmi
formali,
di
tecniche,
di
strumenti
adottati…
É
ormai
evidente
che
il
pensiero
unico
oggi
largamente
dominante
dall’economia
allo
sfruttamento
delle
risorse
del
pianeta
ha
occupato
massicciamente
anche
il
terreno
dell’estetico
e
del
lirico,
trasformando
l’immaginario
della
libertà
creativa nel prosaico realismo del valore economico.
Certo,
è
ben
vero
che
i
confini
dei
linguaggi
di
un
tempo
oggi
hanno
meno
ragion
d’essere.
Pittura,
fotografia,
luce,
forma,
movimento,
suono,
parola:
tutto
può
ben
meticciarsi,
diluirsi
nell’allargare
il
campo
della
comunicazione
artistica
e
della
sua
ricerca.
Nel
momento
in
cui
però,
come
ora,
da
più
parti
si
afferma
che
tutto
deve
essere
considerato
arte
se
efficacemente
attrezzato
per
conquistare
notorietà
e
attenzione,
allora
ogni
segno
o
graffio,
sabbia
e
sassolini
per
terra,
video
o
assemblaggio
di
oggetti,
gesto
o
movimento,
perfino
il
nulla,
addirittura
la
stessa
idea
di
opera,
può
bastare
in
sé
senza
contraddittorio
e
costituire,
paradossalmente, un’opera d’arte compiuta…
É
anche
in
polemica
contro
una
tale
deriva
-
magari
senza
neppure
esserne
consapevoli
-
che
questi
ragazzi,
insieme
al loro maestro Stefano Pizzi, sembrano aver lavorato.
Et parbleu
… ne sono veramente felice, per loro e per me.
Per vedere le
immagini: