numero
29/06/2020
LE STATUE
CONTROVERSE
Prima del monumento viene l’opera.
Oppure no?
I
fatti
sono
noti:
in
queste
settimane
è
stato
chiesto
da
più
parti
(i
Sentinelli,
gruppi
di
cittadini,
organizzazioni
femministe
ecc.)
di
rimuovere
il
monumento
che
la
giunta
Albertini
aveva
dedicato
a
Indro
Montanelli
nei
giardini
di
Porta
Venezia
a
Milano.
Motivo?
L'episodio
a
dir
poco
ignobile,
ma
sempre
orgogliosamente
rivendicato
dal
grande
giornalista,
di
aver
comprato
e
sposato
una
bambina
eritrea
di
dodici
anni
perché
gli
facesse
da
schiava
sessuale,
mentre
era
ufficiale
dell'esercito
durante
l'aggressione
del
regime fascista all'Etiopia.
Ora,
se
è
condivisibile
l'indignazione
per
un
simile
comportamento
e
per
l'ostinazione
a
non
pentirsene
-
e
personalmente
la
condivido
pienamente
-
una
cosa
però
mi
colpisce
molto.
Il
fatto
cioè
che
in
quel
monumento
(così
come
per
ogni
altra
statua
delle
nostre
città)
i
più
vedano
soltanto
il
soggetto
raffigurato,
la
carica
simbolica,
il
portato
celebrativo...
ma
non
vedano
l'opera,
non
vedano
cioè
la
scultura.
La
prova?
nessuno
degli
articoli
o
dei
commenti
dedicati
alle
vicende
dei
vari
imbrattamenti
e
alla
polemica
che
si
è
innescata
(questa
e
le
altre
che
sono
seguite
nel
mondo
dopo
l’assassinio
di
George
Floyd
a
Minneapolis)
dà
giudizi
estetici
sui
monumenti
né
cita
mai
gli
autori
delle
sculture,
cioè
nel
caso
milanese
il
bravissimo
Vito
Tongiani,
scultore
e
pittore
toscano
oggi
quasi
ottantenne
e
persona,
tra
l'altro,
per
come
me
lo
ricordo,
assai
lontana
per
non
dire opposta dall'orientamento politico di Montanelli...
L'artista,
quando
riceve
una
committenza
pubblica,
la
affronta
e
la
realizza
sulla
base
delle
proprie
risorse
interpretative
e
del
proprio
mondo
immaginativo,
facendone
oggetto
di
lavoro
espressivo
e
di
ricerca
sensibile.
E
in
questo
caso
Tongiani
ha
realizzato
un'opera
secondo
me
bellissima,
straordinario
incrocio
plastico
tra
tradizione
neoclassica
e
visione
contemporanea.
Ma
di
questo
nessuno
sembra occuparsi.
Dovremo
forse
un
giorno
(fatte
le
debite
proporzioni)
ripudiare
la
grandezza
di
David
perché
ha
dipinto
l'incoronazione
di
Napoleone,
fattosi
imperatore
da
generale
della
Rivoluzione,
o
dimenticare
il
genio
di
Canova
perché
ha
ritratto
Paolina
Borghese,
moglie
di
un
principe reazionario? Non lo capisco.
E
ciò
che
anche
non
si
capisce
è
perché
tutto
questo
accade
solo
ora,
quando
quel
suo
monumento
dal
lontano
2006
era
ormai
diventato
parte
integrante
del
paesaggio
urbano,
nel
suo
angolo
di
parco
all'incrocio
tra
via
Palestro
e
via
Manin
a
Milano.
Non
sarà
che
l'attualità
la
vince
sempre?
E'
proprio
vero
difatti
che
l'umanità
è
pecorona,
e
le
mode,
anche
quelle
della
giusta
indignazione
di
questi
giorni
contro
razzismo
e
crudeltà
di
poliziotti
americani,
così
come
l’esecrazione
contro
il
mercante
di
schiavi
Edward
Colston
a
Bristol,
Churchill
a
Londra
eccetera,
attecchiscono
nel
gregge
come
la
fiamma
in
un
pagliaio,
e
fanno
di
ogni
erba
un
fascio
senza
distinzioni, precisazioni, approfondimenti.
Ma
ancora
meno
riesco
a
capire
questa
specie
di
furia
iconoclasta,
di
accanimento
sui
simboli,
che
ignora
ogni
aspetto
del
monumento
che non sia solo quello meramente celebrativo.
Ovvio,
hanno
ragione
gli
amici
che
sono
intervenuti
su
Facebook
(in
primis
Gioxe
De
Micheli)
quando
indicano
nell'importanza
del
"reato"
commesso
dalla
figura
ritratta,
nella
portata
complessiva
della
sua
celebrazione
a
mezzo
statua,
e
nel
suo
significato
emblematico,
il
vero
discrimine.
Certo
molti
dittatori
(Mussolini,
Hitler,
Stalin,
Ceausescu
ma
anche
Saddam
Hussein,
Gheddafi
e
via
scalzando
fino
ai
giorni
nostri)
sono
stati
ben
decapitati
"in
simulacro".
E
personalmente,
alla
bisogna,
avrei
dato
anch'io
una
mano.
Ma
in
quelle
fattispecie
il
fatto
è
davvero
concreto,
il
simbolico
è
di
molto,
moltissimo
prevalente
rispetto
all'estetico
dell'opera
d'arte:
il
significato
prevale
sul
significante
anzi
l'annulla,
avrebbero detto Roland Barthes e Umberto Eco.
Ma
per
Montanelli?
Siamo
davvero
così
certi
che
sia
legittima
la
stessa
deprecazione,
la
stessa
violenta
ripulsa,
lo
stesso
livore
tale
da
non
consentire
più
di
vedere
l'oggetto,
di
considerare
la
scultura
nella
sua
identità
artistica,
nel
suo
valore
estetico,
nella
sua
consistenza di testimonianza plastica?
Io
penso
che
sia
sbagliato.
Che
non
sia
razionale.
Che
sia
un
pezzetto
di
quell'imbarbarimento
semplificativo
che
sta
circolando
nei polmoni della società ben prima del Covid19... (G.S.)
Cito
qui
l’opinione
di
Tomaso
Montanari
,
apparsa
con
un
articolo
su
“Il
fatto
Quotidiano”
del
16/06/2020,
che
mi
è
sembrata, a questo proposito, assai incisiva.
Scrive
Montanari:
“Da
storico
dell’arte
trovo
appassionante
il
dibattito
che
divampa
intorno
alle
statue
civiche.
Il
punto
non
è
la
riscrittura
della
storia:
e
le
provocazioni
che
in
queste
ore
chiamano
in
causa
libri
o
film
non
hanno
alcun
senso. Perché il
vero
oggetto
di
contesa
è
lo
spazio
pubblico
come
luogo
in
cui
una
comunità
civile
costruisce
se
stessa attraverso
una
lettura
(spesso
invenzione)
del
passato,
e
indica
una
via
verso
il
futuro.
È
commovente
che
questo
accada
dopo
decenni
di
privatizzazioni
selvagge
che
tendono
a
far
letteralmente
sparire,
in
tutto
il
mondo,
il
concetto
stesso
di
spazio
pubblico.
Se
partiamo
da
qui,
si
dovrà
convenire
che
tenere
su
un
piedistallo
nella
piazza
(centro
della
polis
e
dunque
luogo
politico
per
eccellenza)
un
personaggio
significa
indicarlo
come
modello
di
virtù
civili.
È
l’equivalente
civile
della
santificazione:
“Guardatelo,
prendetelo
a
esempio,
fate
come
lui”.
Naturalmente
questo
messaggio
arriva quando
c’è
un
nesso
ancora
vivo
tra
il
personaggio
e
la
comunità
che
lo
celebra.
I
monumenti
antichi,
medioevali
e
dell’età
moderna
sono
fuori
da
questo
discorso.
Certo,
se
pensassimo
di
invadere
la
Romania,
la
Colonna
Traiana
potrebbe
recuperare
un
suo
valore
politico;
e,
se
scoppiasse
una
guerra
tra
Milano
e
Venezia,
qualche
infiltrato
meneghino
in
Laguna
potrebbe
far
brillare
il
monumento
di
Verrocchio
a
Bartolomeo
Colleoni.
Ma
non
mi
pare
questo,
il
problema.
Che
invece
riguarda
i
monumenti
eretti
in
un’età
che
sentiamo
ancora
nostra,
in
onore
di
personaggi,
remoti
nel
tempo
o
contemporanei,
che
già
in
quel
momento
erano
in
contrasto
con
i
valori
di
una
parte
della
società.
Monumenti
che
usavano
il
passato
in
un
conflitto contemporaneo.
Quest’epoca
parte
dalla
Rivoluzione
Francese
e
arriva
fino
a
noi.
La
Dichiarazione
dei
diritti
dell’uomo
del
26
agosto
1789
inizia
affermando
che
“gli
uomini
nascono
e
rimangono
liberi
ed
eguali
nei
diritti.
Le
distinzioni
sociali
non
possono
fondarsi
che
sull’utilità
comune”.
Nel
1792
la
Rivoluzione
cancellò
le
discriminazioni
razziali,
nel
1794
abolì
la
schiavitù.
E
in
quello
stesso
1794
la
Convenzione
mise
fine
alla
distruzione
delle
opere
d’arte
prodotte
dalla
monarchia
francese:
fu
coniata
la
parola vandalisme e
si
affermò
solennemente
che “solo
gli
schiavi
distruggono
i
monumenti,
gli
uomini
liberi
li
conservano”.
Era
la
saggia
decisione
di
coloro
che
si
sentivano
definitivamente
vincitori,
e
pensavano
di
non
aver
nulla
da
temere
da
monumenti
passati
cui
sottraevano
il
significato
originale,
e
ne
imponevano
uno
puramente
culturale,
repubblicano.
Nasceva
il
Musée
des
monuments
e
con
questa
operazione
di
“patrimonializzazione”
anche
l’idea
stessa
di
patrimonio
culturale:
quella
per
cui
oggi
amiamo,
per
esempio,
le
statue
di
Cosimo
I
anche
se
ne
esecriamo
le
gesta
contro
la
libertà fiorentina.
Ma
la statua
abbattuta
a
Bristol
pochi
giorni
fa era
stata
dedicata
al
mercante
di
schiavi
Edward
Colston
(1636-1721)
–
le
cui
navi
trasportarono
dalle
coste
africane
all
’America
almeno
100.000
persone
rapite
ai
loro
villaggi
e
ai
loro
affetti
–
solo
nel
1895:
un
secolo
dopo
l
’
abolizione
della
schiavitù!
Era
nata,
ed
era
poi
sempre
stata
difesa,
come
un
segno
del
perdurante
razzismo
della
società
inglese. Nata
e
difesa
per
usare
il
passato
nelle
lotte
del
presente:
e
perita
per
lo
stesso
motivo. Negli
ultimi
vent’anni
su
quel
bronzo
si
era
aperto
un
duro
confronto:
una
petizione
per
la
rimozione
ha
raccolto
11.000
firme,
e
solo
installazioni
artistiche
non
autorizzate
hanno
reso
visibile
intorno
alla
figura
di
Colston
l’immane
tragedia
che
egli
provocò,
un
po’
come
ora
propone
di
fare
Banksy.
Ma
i
sindaci
di
Bristol
hanno
impedito
perfino
che
una
targa
mutasse
il
segno
del
monumento,
inchiodando
Colston
alla
verità
storica.
Così
quelle
autorità
non
hanno
difeso
la
storia,
ma
hanno
usato
la
statua
come
pedina
di
una
battaglia
attuale.
Facendo
così,
hanno
condannato
quel
bronzo
a
essere
gettato nel fiume.
Non
ci
nascondiamo
dietro
un
dito:
se
masse
oppresse
in
tutto
l’Occidente
non
riescono
a
condividere
la
saggia
svolta
contro
il
vandalismo
compiuta
dalla
Rivoluzione
trionfante,
è
appunto
perché
sono
tuttora
oppresse,
e
sconfitte.
La
loro
battaglia
non
riguarda
la
storia,
ma
il
futuro:
ed
è
sacrosanta.
Credo,
dunque,
che la
risposta
più
saggia
per
le
statue
controverse
dell’8-900
sia
la
loro
musealizzazione. Nei
musei
possono
e
devono
vivere
come
documenti
di
una
storia
che
non
si
cambia:
qui
i
cittadini
possono
e
devono
conoscerle,
fin
dalla
scuola.
Ma le
vie
e
le
piazze
sono,
per
fortuna,
ancora
luoghi
di
conflitto,
e
i
loro
piedistalli
(come
le
loro
intitolazioni)
sono
nodi
del
discorso
pubblico che
costruisce
la
via
verso
il
futuro.
L’ultima
cosa
che
dobbiamo
fare
è
usare
l’arte
e
la
storia
contro la giustizia e l’eguaglianza.”
ri
Contemporaneo
.org
|
opinioni, polemiche, proposte sull’
arte contemporanea
29/06/2020
LE STATUE
CONTROVERSE
Prima
del
monumento
viene
l’opera. Oppure no?
I
fatti
sono
noti:
in
queste
settimane
è
stato
chiesto
da
più
parti
(i
Sentinelli,
gruppi
di
cittadini,
organizzazioni
femministe
ecc.)
di
rimuovere
il
monumento
che
la
giunta
Albertini
aveva
dedicato
a
Indro
Montanelli
nei
giardini
di
Porta
Venezia
a
Milano.
Motivo?
L'episodio
a
dir
poco
ignobile,
ma
sempre
orgogliosamente
rivendicato
dal
grande
giornalista,
di
aver
comprato
e
sposato
una
bambina
eritrea
di
dodici
anni
perché
gli
facesse
da
schiava
sessuale,
mentre
era
ufficiale
dell'esercito
durante
l'aggressione
del
regime fascista all'Etiopia.
Ora,
se
è
condivisibile
l'indignazione
per
un
simile
comportamento
e
per
l'ostinazione
a
non
pentirsene
-
e
personalmente
la
condivido
pienamente
-
una
cosa
però
mi
colpisce
molto.
Il
fatto
cioè
che
in
quel
monumento
(così
come
per
ogni
altra
statua
delle
nostre
città)
i
più
vedano
soltanto
il
soggetto
raffigurato,
la
carica
simbolica,
il
portato
celebrativo...
ma
non
vedano
l'opera,
non vedano cioè la scultura.
La
prova?
nessuno
degli
articoli
o
dei
commenti
dedicati
alle
vicende
dei
vari
imbrattamenti
e
alla
polemica
che
si
è
innescata
(questa
e
le
altre
che
sono
seguite
nel
mondo
dopo
l’assassinio
di
George
Floyd
a
Minneapolis)
dà
giudizi
estetici
sui
monumenti
né
cita
mai
gli
autori
delle
sculture,
cioè
nel
caso
milanese
il
bravissimo
Vito
Tongiani,
scultore
e
pittore
toscano
oggi
quasi
ottantenne
e
persona,
tra
l'altro,
per
come
me
lo
ricordo,
assai
lontana
per
non
dire
opposta
dall'orientamento
politico di Montanelli...
L'artista,
quando
riceve
una
committenza
pubblica,
la
affronta
e
la
realizza
sulla
base
delle
proprie
risorse
interpretative
e
del
proprio
mondo
immaginativo,
facendone
oggetto
di
lavoro
espressivo
e
di
ricerca
sensibile.
E
in
questo
caso
Tongiani
ha
realizzato
un'opera
secondo
me
bellissima,
straordinario
incrocio
plastico
tra
tradizione
neoclassica
e
visione
contemporanea.
Ma
di
questo
nessuno
sembra occuparsi.
Dovremo
forse
un
giorno
(fatte
le
debite
proporzioni)
ripudiare
la
grandezza
di
David
perché
ha
dipinto
l'incoronazione
di
Napoleone,
fattosi
imperatore
da
generale
della
Rivoluzione,
o
dimenticare
il
genio
di
Canova
perché
ha
ritratto
Paolina
Borghese,
moglie
di
un
principe reazionario? Non lo capisco.
E
ciò
che
anche
non
si
capisce
è
perché
tutto
questo
accade
solo
ora,
quando
quel
suo
monumento
dal
lontano
2006
era
ormai
diventato
parte
integrante
del
paesaggio
urbano,
nel
suo
angolo
di
parco
all'incrocio
tra
via
Palestro
e
via
Manin
a
Milano.
Non
sarà
che
l'attualità
la
vince
sempre?
E'
proprio
vero
difatti
che
l'umanità
è
pecorona,
e
le
mode,
anche
quelle
della
giusta
indignazione
di
questi
giorni
contro
razzismo
e
crudeltà
di
poliziotti
americani,
così
come
l’esecrazione
contro
il
mercante
di
schiavi
Edward
Colston
a
Bristol,
Churchill
a
Londra
eccetera,
attecchiscono
nel
gregge
come
la
fiamma
in
un
pagliaio,
e
fanno
di
ogni
erba
un
fascio
senza
distinzioni,
precisazioni, approfondimenti.
Ma
ancora
meno
riesco
a
capire
questa
specie
di
furia
iconoclasta,
di
accanimento
sui
simboli,
che
ignora
ogni
aspetto
del
monumento
che
non
sia
solo quello meramente celebrativo.
Ovvio,
hanno
ragione
gli
amici
che
sono
intervenuti
su
Facebook
(in
primis
Gioxe
De
Micheli)
quando
indicano
nell'importanza
del
"reato"
commesso
dalla
figura
ritratta,
nella
portata
complessiva
della
sua
celebrazione
a
mezzo
statua,
e
nel
suo
significato
emblematico,
il
vero
discrimine.
Certo
molti
dittatori
(Mussolini,
Hitler,
Stalin,
Ceausescu
ma
anche
Saddam
Hussein,
Gheddafi
e
via
scalzando
fino
ai
giorni
nostri)
sono
stati
ben
decapitati
"in
simulacro".
E
personalmente,
alla
bisogna,
avrei
dato
anch'io
una
mano.
Ma
in
quelle
fattispecie
il
fatto
è
davvero
concreto,
il
simbolico
è
di
molto,
moltissimo
prevalente
rispetto
all'estetico
dell'opera
d'arte:
il
significato
prevale
sul
significante
anzi
l'annulla,
avrebbero
detto
Roland
Barthes
e
Umberto Eco.
Ma
per
Montanelli?
Siamo
davvero
così
certi
che
sia
legittima
la
stessa
deprecazione,
la
stessa
violenta
ripulsa,
lo
stesso
livore
tale
da
non
consentire
più
di
vedere
l'oggetto,
di
considerare
la
scultura
nella
sua
identità
artistica,
nel
suo
valore
estetico,
nella
sua
consistenza di testimonianza plastica?
Io
penso
che
sia
sbagliato.
Che
non
sia
razionale.
Che
sia
un
pezzetto
di
quell'imbarbarimento
semplificativo
che
sta
circolando
nei
polmoni
della
società
ben prima del Covid19... (G.S.)
Cito
qui
l’opinione
di
Tomaso
Montanari
,
apparsa
con
un
articolo
su
“Il
fatto
Quotidiano”
del
16/06/2020,
che
mi
è
sembrata,
a
questo
proposito,
assai
incisiva.
Scrive
Montanari:
“Da
storico
dell’arte
trovo
appassionante
il
dibattito
che
divampa
intorno
alle
statue
civiche.
Il
punto
non
è
la
riscrittura
della
storia:
e
le
provocazioni
che
in
queste
ore
chiamano
in
causa
libri
o
film
non
hanno
alcun
senso. Perché il
vero
oggetto
di
contesa
è
lo
spazio
pubblico
come
luogo
in
cui
una
comunità
civile
costruisce
se
stessa attraverso
una
lettura
(spesso
invenzione)
del
passato,
e
indica
una
via
verso
il
futuro.
È
commovente
che
questo
accada
dopo
decenni
di
privatizzazioni
selvagge
che
tendono
a
far
letteralmente
sparire,
in
tutto
il
mondo,
il
concetto
stesso
di
spazio
pubblico.
Se
partiamo
da
qui,
si
dovrà
convenire
che
tenere
su
un
piedistallo
nella
piazza
(centro
della
polis
e
dunque
luogo
politico
per
eccellenza)
un
personaggio
significa
indicarlo
come
modello
di
virtù
civili.
È
l’equivalente
civile
della
santificazione:
“Guardatelo,
prendetelo a esempio, fate come lui”.
Naturalmente
questo
messaggio
arriva quando
c’è
un
nesso
ancora
vivo
tra
il
personaggio
e
la
comunità
che
lo
celebra.
I
monumenti
antichi,
medioevali
e
dell’età
moderna
sono
fuori
da
questo
discorso.
Certo,
se
pensassimo
di
invadere
la
Romania,
la
Colonna
Traiana
potrebbe
recuperare
un
suo
valore
politico;
e,
se
scoppiasse
una
guerra
tra
Milano
e
Venezia,
qualche
infiltrato
meneghino
in
Laguna
potrebbe
far
brillare
il
monumento
di
Verrocchio
a
Bartolomeo
Colleoni.
Ma
non
mi
pare
questo,
il
problema.
Che
invece
riguarda
i
monumenti
eretti
in
un’età
che
sentiamo
ancora
nostra,
in
onore
di
personaggi,
remoti
nel
tempo
o
contemporanei,
che
già
in
quel
momento
erano
in
contrasto
con
i
valori
di
una
parte
della
società.
Monumenti
che
usavano
il
passato
in
un
conflitto
contemporaneo.
Quest’epoca
parte
dalla
Rivoluzione
Francese
e
arriva
fino
a
noi.
La
Dichiarazione
dei
diritti
dell’uomo
del
26
agosto
1789
inizia
affermando
che
“gli
uomini
nascono
e
rimangono
liberi
ed
eguali
nei
diritti.
Le
distinzioni
sociali
non
possono
fondarsi
che
sull’utilità
comune”.
Nel
1792
la
Rivoluzione
cancellò
le
discriminazioni
razziali,
nel
1794
abolì
la
schiavitù.
E
in
quello
stesso
1794
la
Convenzione
mise
fine
alla
distruzione
delle
opere
d’arte
prodotte
dalla
monarchia
francese:
fu
coniata
la
parola vandalisme e
si
affermò
solennemente
che “solo
gli
schiavi
distruggono
i
monumenti,
gli
uomini
liberi
li
conservano”.
Era
la
saggia
decisione
di
coloro
che
si
sentivano
definitivamente
vincitori,
e
pensavano
di
non
aver
nulla
da
temere
da
monumenti
passati
cui
sottraevano
il
significato
originale,
e
ne
imponevano
uno
puramente
culturale,
repubblicano.
Nasceva
il
Musée
des
monuments
e
con
questa
operazione
di
“patrimonializzazione”
anche
l’idea
stessa
di
patrimonio
culturale:
quella
per
cui
oggi
amiamo,
per
esempio,
le
statue
di
Cosimo
I
anche
se
ne
esecriamo
le
gesta
contro
la
libertà
fiorentina.
Ma
la statua
abbattuta
a
Bristol
pochi
giorni
fa era
stata
dedicata
al
mercante
di
schiavi
Edward
Colston
(1636-1721)
–
le
cui
navi
trasportarono
dalle
coste
africane
all
’America
almeno
100.000
persone
rapite
ai
loro
villaggi
e
ai
loro
affetti
–
solo
nel
1895:
un
secolo
dopo
l
’
abolizione
della
schiavitù!
Era
nata,
ed
era
poi
sempre
stata
difesa,
come
un
segno
del
perdurante
razzismo
della
società
inglese. Nata
e
difesa
per
usare
il
passato
nelle
lotte
del
presente:
e
perita
per
lo
stesso
motivo. Negli
ultimi
vent’anni
su
quel
bronzo
si
era
aperto
un
duro
confronto:
una
petizione
per
la
rimozione
ha
raccolto
11.000
firme,
e
solo
installazioni
artistiche
non
autorizzate
hanno
reso
visibile
intorno
alla
figura
di
Colston
l’immane
tragedia
che
egli
provocò,
un
po’
come
ora
propone
di
fare
Banksy.
Ma
i
sindaci
di
Bristol
hanno
impedito
perfino
che
una
targa
mutasse
il
segno
del
monumento,
inchiodando
Colston
alla
verità
storica.
Così
quelle
autorità
non
hanno
difeso
la
storia,
ma
hanno
usato
la
statua
come
pedina
di
una
battaglia
attuale.
Facendo
così,
hanno
condannato
quel
bronzo
a
essere gettato nel fiume.
Non
ci
nascondiamo
dietro
un
dito:
se
masse
oppresse
in
tutto
l’Occidente
non
riescono
a
condividere
la
saggia
svolta
contro
il
vandalismo
compiuta
dalla
Rivoluzione
trionfante,
è
appunto
perché
sono
tuttora
oppresse,
e
sconfitte.
La
loro
battaglia
non
riguarda
la
storia,
ma
il
futuro:
ed
è
sacrosanta.
Credo,
dunque,
che la
risposta
più
saggia
per
le
statue
controverse
dell’8-
900
sia
la
loro
musealizzazione. Nei
musei
possono
e
devono
vivere
come
documenti
di
una
storia
che
non
si
cambia:
qui
i
cittadini
possono
e
devono
conoscerle,
fin
dalla
scuola.
Ma le
vie
e
le
piazze
sono,
per
fortuna,
ancora
luoghi
di
conflitto,
e
i
loro
piedistalli
(come
le
loro
intitolazioni)
sono
nodi
del
discorso
pubblico che
costruisce
la
via
verso
il
futuro.
L’ultima
cosa
che
dobbiamo
fare
è
usare
l’arte
e
la
storia
contro la giustizia e l’eguaglianza.”
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