codice ISSN 2239-0235  
numero  online dal 10/9/2015                                      ultimo aggiornamento il    11/12/2015
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Il sommario
La mensola di Kounellis  24 novembre 2015 Anche a voi sarà capitato di cogliere osservazioni davvero esilaranti L’altro giorno stavo montando una mensola nella stanza dove dorme la mia nipotina quando le capita di fermarsi la notte dai nonni. Alla fine del lavoro l’ho chiamata per fargliela vedere. - Nonno, ma cosa hai fatto? - Come cosa ho fatto. Non ti piace? - Si, mi piace nonno, però... - Però cosa? - Vabbè  che sei un pittore, ma perché hai firmato la mensola? Dura spiegarglielo: allora le ho letto quello che afferma Bruno Corà nel catalogo di una mostra di cui è stato curatore al Museo Carlo Bilotti (Roma: dal 21/2 al 24/6/2014): “È in questa ‘meditazione’, attraverso un gesto di rilettura, che è possibile riconoscere la grande lezione pittorico plastica e al contempo critica di Kounellis”. La mia nipotina non ha capito, ma per rispetto non mi ha detto nulla. Poi le ho mostrato la foto di quella mostra romana, che si intitolava “Mafai-Kounellis. La libertà del pittore”. I quadri che vedete, però, sono tutti di Mafai. Vi chiederete allora dove sia l’opera di Kounellis. Semplice: è costituita dalle mensole che sostengono i quadri di Mafai. Ho sentito che la mia nipotina sussurrava nell’orecchio di suo fratello: “Non dirlo a nessuno, ma il nonno dev’essere diventato matto!” *** La cultura l’è minga verdura  29 ottobre2015 Anche a voi sarà capitato di cogliere osservazioni davvero esilaranti da parte del pubblico che interviene alle mostre. Ci sarebbe da morir dal ridere se, in realtà, quelle espressioni non rivelassero la profonda ignoranza che circonda il nostro lavoro. E, tra l’altro, l’ignoranza si manifesta proprio tra coloro che intervengono alle mostre. Dovrebbero quindi essere un campione culturalmente selezionato, rispetto, per esempio, a chi frequenta una curva dello stadio. Ma tant’è. Ecco cosa è capitato a me in una mostra a Firenze di mie acqueforti: una signora mi ha fatto dei complimenti e poi ha concluso: “Certo che lei è proprio bravo a disegnare. Questi carboncini sono stupendi”. Dalle parti di Parma, invece, esponevo i miei quadri dipinti ad olio ed il commento ricevuto era rappresentato da una domanda di un signore anziano: “Maestro, mi dica, ma sono tutti fatti a mano?”. Essendo io, di solito, una persona educata, anziché innervosirmi, ho risposto: “Certo che sono fatti a mano, come tutti i dipinti”. E lui ha aggiunto: “Sa perché? Le figure sono così uguali [sic] che sembrano decalcomanie”. Vagli a spiegare cosa vuol dire essere un figurativo. Ma il colmo l’ho raggiunto nel mio studio. Quando racconto cosa mi è successo chiedo la testimonianza di mia moglie che era presente, perché molti stentano a crederci. Il fatto è questo: un amico aveva invitato al mio studio, per vedere i miei dipinti, la figlia di un noto imprenditore di una multinazionale di elettrodomestici. Ammirata dal mio lavoro mi ha chiesto il prezzo di un quadro che misurava 80x100 cm. Le ho detto quattromila  euro. E lei mi ha risposto: “Bello, soprattutto i colori. Ma in bianco e nero costerebbe meno?”. Siccome si trattava di una natura morta, avrei voluto risponderle con quell’espressione milanese che dice “la cultura l’è minga verdura!” *** Lacrime d’artista  14 ottobre2015 L’altro giorno ho portato in discarica la mia vecchia stampante. Davanti al grande contenitore di rifiuti sono rimasto un po’ in contemplazione. Dopo un poco mi sono messo a piangere a dirotto. Voi penserete che io e la mia vecchia stampante avevamo un rapporto sentimentale intenso. No. Non è così. Il fatto è che ho scoperto che solo così posso diventare un celebrato artista contemporaneo.  Infatti a Yokohama, in Giappone, è stata allestita mesi fa la mostra della collezione privata di Takashi Murakami il noto artista giapponese che realizza opere dai colori vivaci che ricorrono alle icone della cultura di massa (soprattutto gli smiles, le iconcine dei messaggini). L’artista ha dichiarato a Il Giornale dell’Arte che la sua collezione sembra tutta fatta di spazzatura (un migliaio di pezzi). Nella mostra sono molte le opere di Anselm Kiefer (quello delle Torri Celesti alla Bicocca a Milano) di cui Takashi è innamorato dopo che ha visto l’artista giapponese Shinro Ohtake che lo imitava e che ha dichiarato: “Quando sono andato per la prima volta a New York ho finalmente visto al MOMA un vero Kiefer e davanti all’opera mi sono messo a piangere”. Forse io ci metterò un po’ più di tempo, ma vi assicuro che le mie lacrime di pittore erano vere e copiose. Certo dovrò aspettare. Ma forse mi illudo, perché, come si dice oggi, ho sbagliato location: non piangevo al MOMA, ma davanti alla discarica di spazzatura in un comune della bassa padana. *** L’enigma  1 ottobre2015 Se non lo avete ancora fatto vi consiglio di andare in Duomo a Milano per ammirare quella mastodontica opera (che si vorrebbe d’arte) alta oltre 4 metri della pittrice francese Kathy Toma. Si intitola “Enigma primordiale”, un pannellone sagomato dipinto con scadentissima qualità pittorica. Interpellato, Philippe Daverio (che del Museo del Duomo è consigliere e già presidente) ha detto di non saperne nulla e di non essere stato neppure avvertito dell’iniziativa. All’inaugurazione erano presenti alcuni direttori dei musei milanesi, e la loro espressione perplessa era davvero eloquente. Il prof. Gianni Baratta, direttore della Veneranda Fabbrica, affermava: “Di fronte a quest’opera ognuno di noi può ricontattare un sentire inconsapevole, ancestrale…” Io non so dove sia questo “sentire inconsapevole” per poterlo contattare, ma se potessi vorrei dirgli che la pittura, per favore, è cosa più seria. Capisco che non siamo più nel Rinascimento ma, senza scomodare la Cappella Sistina, sarebbe il caso che la contemporaneità  riflettesse almeno un poco prima di provarsi a sfidare le volte secolari del Duomo di Milano. A proposito, per chi fosse interessato, il sito internet recita testualmente: “l’opera è visitabile con il biglietto d’accesso al Duomo di Milano di € 2,00 o con Duomo Pass. Il biglietto dà anche diritto all’accesso al Grande Museo del Duomo (Palazzo Reale – Piazza del Duomo, 12) e alla mostra Immagini del Novecento. Omaggio alla Madonnina, alla Chiesa di San Gottardo in Corte e alla mostra Nicola e Giovanni Pisano. Le origini della scultura moderna, a Rest@Duomo, Punto Ristoro della Veneranda Fabbrica (Piazza del Duomo, 14/a) ed è valido per 72 ore a partire dall’obliterazione”. Capito? *** Falsi fotografi e altre cose  1 settembre 2015 Qualora non lo conosceste già, “Brutti & Cattivi” si permette di segnalare un testo di critica feroce al sistema dell’arte contemporanea. Il titolo è “Ars Attack. Il bluff del contemporaneo”, edito da Johan & Levi Editore. L’autore è Angelo Crespi, presidente del Centro internazionale d’arte e cultura di Palazzo Te di Mantova e collaboratore alle pagine “Commenti e Opinioni” del Corriere della Sera. Il testo non risparmia nessuno (con nomi e cognomi). I critici: da Achille Bonito Oliva a Massimiliano Gioni (il curatore della Biennale di Venezia 2013), da Francesco Bonami a Giancarlo Politi (quello di Flash Art), oltre a vari nomi di fama internazionale. Gli artisti: da Damien Hirst a Maurizio Cattelan, da Piero Manzoni a Marina Abramovic, da Paul McCarthy a Andy Warhol e via così. I galleristi: da Gagosian a Saatchi & Saachti, oltre ad altri “minori” italiani. Il testo mostra spunti di elevati referenti culturali, ma si presenta leggibilissimo e godibile. Ecco un piccolo estratto: «Il critico contemporaneo cool si comporta come l’entomologo, si innamora del proprio oggetto di studio. [...] Si entusiasma del colore del carapace o della livrea di una blatta o di un coleottero, e a nulla vale far notare che è pur sempre uno scarafaggio.» Un passo gustosissimo è rappresentato poi da La Beffa di Tirana, in cui si racconta come Giancarlo Politi e la sua rivista Flash Art siano incorsi in un esilarante, formidabile e magnifico tranello degno della beffa di Livorno delle false teste di Modigliani. Il fatto è questo: un finto Oliviero Toscani (il celebre fotografo delle pubblicità Benetton) nel 2001 scrive ripetute lettere di feroci critiche alla rivista del Politi. Ma Politi reagisce (data la notorietà del personaggio che gli scrive) invitandolo ad assumere l’incarico di curatore della Biennale di Tirana organizzata dalla sua rivista Flash Art. Il finto Toscani, per questo, inventa quattro artisti (naturalmente inesistenti e con nomi di fantasia) fabbricando curricula artistici stellari, descrivendo impensabili opere d’arte contemporanea dei medesimi. Politi li invita ad esporre a Tirana assieme “ai migliori del mondo” [sic] e sostenuti dalla “prima rivista d’arte europea”, come lui stesso definisce Flash Art. I nomi? Eccoli: la nigeriana Bola Ecua, l’arabo Hamid Piccardo, l’italiano Carmelo Gavotta e lo slavo Dimitri Bioy. Tutti inesistenti ma che Politi promuove ad autentiche promesse del panorama internazionale, scrivendo un testo critico sui quattro in cui si spertica in lodi e ammirazione. Poi, non pago della sua “scoperta” si spinge a scrivere al fantomatico Dimitri Bioy segnalando gallerie interessate al suo lavoro e a quello dei suoi colleghi. Il vero Oliviero Toscani, scoperta la cosa, querela Politi. Per cercare di salvare la reputazione, il credulone Politi chiede a Cattelan di prendersi cura della Biennale di Tirana. Cattelan rifiuta. Il povero Politi resta solo, e scrive sulla sua rivista che a lui «interessa solo entrare in contatto con quello splendido [sic] artista che è il falso Toscani» il quale, ovviamente, non si fa più vivo. Nel mondo dell’arte contemporanea viene alzato un fumo di sbarramento: nessuno divulga sulla stampa di settore il fattaccio. A tredici anni di distanza dai fatti, il “talent scout” Politi persevera nelle sue iperbole spudorate sulla qualità dell’arte contemporanea con i redazionali della sua rivista, senza che nessuno dubiti della sua attendibilità e della sua competenza, atteso che si è visto come Politi, se non proprio ingenuo, è almeno di bocca buona e credulone. O forse inventarsi boiate pazzesche e farle passare per arte contemporanea è fin troppo facile: come sparare sulla Croce Rossa. *** Istruiti in fuga  27 maggio 2014 Tutti sappiamo come maghi e fattucchieri prosperino presso gli ignoranti. Ecco allora come furbetti curatori di mostre d’arte contemporanea hanno ricevuto un aiuto poderoso da parte dell’ex ministro Gelmini. Forse non ci ricordiamo, ma quand’era ministro con la sua riforma è successo che: -ha abolito gli Istituti d’Arte -ha ridotto le discipline artistiche nei nuovi Licei artistici -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio dei Licei Classici -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio dei Licei Linguistici -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio degli Istituti per il Turismo -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio degli Istituti per la Grafica -ha cancellato la Storia dell’arte (zero ore) per i Geometri -ha cancellato la Storia dell’arte dal biennio dei Licei di Scienze Umane -ha abolito la disciplina di Disegno e Storia dell’arte nel nuovo Liceo Sportivo Adesso i giovani studenti italiani possono tranquiollamente diventare preda di qualunque imbonitore che spacci qualunque cosa per artistica. All’estero saranno più competenti. A noi, quindi, non resta che la fuga. Magari attraverso quel tunnel del Gran Sasso dove corrono i neutrini fino a Ginevra. *** Mangiare con la cultura  20 maggio 2014 Ora vi scandalizzerò. Perché non resisto  ad aggredire un mostro sacro della storia dell’arte. Si tratta di quel quadro di Gauguin, ritrovato più o meno il mese scorso (il qiorno 1° aprile, ma non è un “pesce”, visto che per l’entusiasmo della scoperta si è scomodato persino Franceschini, il nostro ministro della cultura) e “scoperto” da uno studente della facoltà di architettura appassionato di storia dell’arte, figlio di un siciliano immigrato a Torino . Il quadro era nella cucina del fortunato lavoratore siculo, che l’aveva acquistato anni fa per 45 mila lire (circa 23 euro) al dopolavoro ferroviario tra gli oggetti smarriti in treno e finiti all’asta. Il figlio studente di architettura, sospetta che sia una cosa importante: fa ricerche e scopre che si tratta proprio di un Gauguin, rubato nel 1961 in Inghilterra. A quanto pare, secondo fonti giornalistiche, giuridicamente il padre dello studente rimarrà proprietario del dipinto, che oggi è valutato 10 milioni di euro. Se ne deduce che sia chi l’ha ritrovato che gli organizzatori dell’asta e il pubblico dei visitatorii non hanno riconosciuto nell’opera il capolavoro che era. Tre considerazioni. La prima: ancora una volta se un’opera non sta in un museo o in una galleria prestigiosa, nessuno la riconosce come capolavoro. E questa volta non si tratta di un pezzo di ferro “concettuale” o di un apriscatole (vedi più sotto). È una semplice natura morta. La seconda: in cucina quel quadro meritava di stare per la modestia del soggetto e della pittura che potrebbe essere simile a qualsiasi altra “naturella mortina” che si trova oggi sui navigli di Milano.  Ma il feticismo della “firma” fa diventare capolavoro qualsiasi parto seppur misero di un grande artista. Quanti di voi, ogni tanto, fanno qualche opera che poi risulta modesta? Senza alcun problema, sSerenamente la si cambia o la si butta. La terza considerazione è che il figlio dell’immigrato siciliano, appassionato e studioso di storia dell’arte, riconoscendo il dipinto, ha fatto fare al padre un formidabile affarone.. Da cui si deduce che non è vero che con la cultura non si mangia. E non solo perché il quadro stava in una cucina... *** Un amore tagliente  2 maggio 2014 Provate a leggere quello che segue. Vi prego: non annoiatevi. cercate di bere fino in fondo questo bicchiere che contiene una sorprendente descrizione di un’opera d’arte. Le parole sono combinate con il collaudato linguaggio del “critichese” che non disdegna neppure alcune allusioni erotiche, tanto per spruzzarci sopra un po’ di ...pepe. Ripeto: non vi annoiate. Alla fine vi dirò cos’è l’opera a cui si riferisce.  «La particolare nudità della sua estremità corta, brutta, simile a una lama e sorprendentemente minacciosa incarna una mascolinità aggressiva, ulteriormente sottolineata dal suo contrasto formale e simbolico con una spirale frivola e declinante, la quale ruota liberamente intorno a un unico asse che la schiavizza, rappresentando così una pura femminilità inutile. Questi due motivi sono sostenuti simbioticamente in un'unica e potente composizione, non per questo meno universale e promettente, nonostante la sua dimensione miniaturistica e il materiale banale. Se avesse posseduto una preziosità commisurata alla sua grandezza, come un esemplare di oreficeria, avrebbe smarrito il suo scopo, perché il suo messaggio riguarda sia gli uomini che le donne, come comune denominatore della condizione umana. E se fosse stata gigantesca (e occorre ammettere la sua essenziale monumentalità) avrebbe esagerato, rendendola eroica, la banalità cosmica del suo tema. No, misura e sostanza, insieme, ne rafforzano l'immagine e il senso: un capolavoro di condensazione, una grande affermazione [dell’artista], dal cui fertile genio sono scaturite tante opere notevoli, degni membri di quel circolo di opere urgenti e insistenti definito dal San Giorgio di Donatello e dalla Mademoiselle Pogany di Brancusi». L’articolo è apparso sulla rivista Chronique des Beaux-Arts. Visto i paragoni? L’opera sfida mezzo millennio d’arte plastica (da Donatello a Brancusi). Sarebbe stata venduta, anni fa, alla Frankfurter Kunsthalle per un  milione di marchi. Si tratta di un apriscatole. Viste le allusioni erotiche dell’inizio della descrizione critica possiamo anche noi commentare che ci hanno rotto… le scatole?
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BRUTTI&CATTIVI
di PICTOR ANONYMUS Diari, aneddoti e riflessioni di un pittore tanto arguto quanto malizioso...
L'opera in duomo e la sua autrice La mostra di Mafai e Kounellis
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