codice ISSN 2239-0235
numero online dal 10/9/2015 ultimo aggiornamento il 11/12/2015
Il sommario
ARTE E EXPO MILANO:
CHI L’HA VISTA?
Tra le varie altre cose, Expo ci è stata
presentata come una occasione
irripetibile per dare massima visibilità
ad alcune storiche opere d’arte
normalmente disseminate sul
territorio italiano, e
contemporaneamente ad opere
appositamente create da artisti più o
meno conosciuti. L’opportunità di
raggiungere un enorme pubblico,
proveniente da tutte le parti del
mondo, quale solo appunto per una
esposizione universale si può
ipotizzare, è apparsa a molti come
fatto assolutamente positivo, al
massimo contrastato da qualche
sovrintendente per rischi connessi ai
trasporti, alla sicurezza, ecc. A diversi
mesi dalla apertura di Expo
sembrerebbe però che la
valorizzazione delle opere d’arte che
vi si sono potute introdurre – spesso
a fatica e a caro prezzo – non sia un
fatto così semplice e scontato. Come
si percepisce avventurandosi negli
immani spazi della manifestazione, e
come si legge in qualche articolo o
breve nota nelle pagine dei
quotidiani, spesso le opere d’arte non
sono nemmeno guardate, oltre a non
essere riconosciute in quanto tali, dai
visitatori che transitano tra i padiglioni
alla ricerca di prelibatezze
gastronomiche doc e curiosità di vario tipo. “Un grande
museo a cielo aperto si apre sotto gli occhi del pubblico,
che però è spesso ignaro dell’offerta culturale”,
leggiamo in un inserto del “Corriere della sera” (lunedì
18 maggio 2015, p. 1 e p. 6), e sotto il titolo: “Tra i
padiglioni, alla scoperta delle opere poco visitate di
Expo”, troviamo una grande foto della scultura Il seme
dell’Altissimo di Emilio Isgrò; Silvia Morosi, che firma
l’articolo, osserva come la scultura – che raffigura un
gigantesco seme d’arancia – pur essendo
all’ingresso principale, poco dopo i metal
detector, non venga sostanzialmente vista o
compresa, e come “passando di fianco ai
sette metri di purissimo marmo bianco” non
tutti si accorgano di avere a che fare con
un’opera d’arte.
Un analogo problema si pone per le sculture
alte ben dieci metri di Daniel Libeskind,
collocate ai quattro lati di Piazza Italia:
solamente chi si avvicina riesce a cogliere gli
effetti luminosi e sonori delle sculture
gigantesche, mentre “i più passano davanti
indifferenti”; cosa che accade anche alle
fioriere a forma di Fiat 500, create dal
designer Fabio Novembre in scala 1 a 1.
Davanti al padiglione francese c’è poi una
scultura di Patrick Laroche costituita da tre
carciofi, uno blu, uno bianco e uno rosso, che
richiamano i colori della bandiera nazionale, ed in
questo caso l’opera è invece oggetto di attenzione e
viene spesso fotografata, non viene però vista come
opera d’arte, ma semplicemente come una delle tante
stranezze presenti nell’Esposizione.
Migliore riconoscibilità hanno, ovviamente, le opere
dipinte su tela o tavola, incorniciate ed esposte
all’interno dei padiglioni, come al padiglione Italia la
Vucciria di Guttuso e l’Ortolano ( o Ortaggi) di
Arcimboldo (che ha ispirato Foody, la mascotte
dell’intera esposizione), al padiglione della Santa Sede
l’Ultima Cena di Tintoretto, al padiglione della Coca Cola
le opere di Andy Warhol, che costituiscono
probabilmente la migliore pubblicità della celebre
bevanda; così nello spazio Eataly, nella mostra Il tesoro
d’Italia curata da Vittorio Sgarbi, sarebbe proprio difficile
non riconoscere
come arte le opere
di Mantegna,
Canaletto,
Masaccio, Vasari,
Balla, Sironi, che vi
si trovano – assieme
a quelle di molti altri
artisti -, in un
percorso suddiviso
per regioni, come
suddiviso per regioni
è lo spazio Eataly, il
cui patron Farinetti
sarebbe una sorta di
“Garibaldi che ha
unito l’Italia delle
eccellenze alimentari insieme a quelle dell’arte” (Cfr.
Oriana Liso, L’arte italiana di Sgarbi: Il Louvre a Rho-
Pero, “La Repubblica”, Milano cronaca, sabato 23
maggio 2015, p. 1). Qui il visitatore può però
ugualmente imbattersi anche ne l’Esibizionista di Athos
Ongaro, per quanto la statua nei giorni successivi
all’inaugurazione sia stata girata “di spalle” e nascosta
in fondo ai giardinetti in quanto poco consona al
pubblico dell’evento, composto soprattutto da famiglie e
scolaresche ( Cfr. “Corriere della sera”, Giovedì 21
maggio 2015, p. 7); mentre il selfie più ricercato è quello
in posa con la statua di Lucio Dalla, opera di Carmine
Susinni.
Ci si può però chiedere se sia giusto “avvicinare”
l’arte agli spettatori, in un percorso così
radicalmente facilitato, e se non si debba invece
pretendere che sia chi la vuole vedere e
comprendere a dover compiere un percorso di
avvicinamento, sia logistico che culturale. Ci si
può chiedere quali siano le condizioni per poter
fruire dell’arte visiva. Infatti un romanzo necessita
di essere letto in tranquillità, in momenti
successivi, con una discreta costanza e
continuità; un concerto necessita di silenzio,
concentrazione, possibilmente di una posizione
comoda per l’ascolto; in ogni caso è sempre
prevista la conoscenza del linguaggio, verbale o
sonoro, in cui l’opera si pone, mentre per l’arte
visiva – forse per l’immediatezza con cui si
presenta – si può pensare che chiunque possa
comprenderla e fruirne in qualsiasi situazione:
con un trancio di pizza in mano, il bambino che si
è stancato di camminare e vuole andare a casa,
una fisiologica stanchezza, nessuna specifica
informazione o preparazione utile a rapportarsi
con ciò che si sta vedendo; ma non è così, né per l’arte
contemporanea, né, tanto meno, per quella dei secoli
passati.
Se un secolo fa un oggetto di uso quotidiano veniva
nominato da Duchamp opera d’arte ed entrava nel
museo, ora assistiamo a un percorso inverso, in cui
l’arte viene calata in contesti di quotidianità ove non
viene più obbligatoriamente riconosciuta come tale; e se
l’artista nella sua esecuzione è riuscito a tenere ben
conto di questo fattore si possono avere conseguenze
rilevanti, altrimenti no, ed il risultato può essere
fallimentare. Forse sarebbe meglio
allora collocarvi la scritta di Giuseppe
Chiari: “Opera d’arte: Avete capito
bene, opera d’arte”, ben incorniciata
come un quadro.
Per altri aspetti, fino a metà del
secolo scorso secondo la maggior
parte degli intellettuali l’arte era e
doveva restare lontana dalle “masse”,
poi la spinta ideologica verso una
cultura più democratica ha portato ad
una sua progressiva divulgazione, ma
contemporaneamente vi è stata
anche una sua mercificazione e
banalizzazione. La comunicazione
globale non ha quindi spalmato o
distribuito ovunque gli stessi gusti e le stesse idee, ma
ha prodotto piuttosto una deviante semplificazione, che
appiattisce, cancella, talvolta distorce. Sembra oggi che
la visibilità e la notorietà siano un presupposto
indispensabile: non si esiste se non si appare; se
qualcosa o qualcuno non è noto, se non è andato in TV
o non ha molti followers sui socials, è un suo limite, e
nella notorietà sarebbe invece il presupposto intrinseco
del valore. Questo sostanziale condizionamento
percettivo è ormai talmente diffuso da venir avvertito
come la norma. Della Expo sembra che contino anzitutto
i numeri: quelli dei visitatori (oltre a quelli dei costi e dei
ricavi). Sicuramente un grande numero di visitatori può
servire alla diffusione del consumo di prodotti come i
gelati e i vini, con i loro marchi di produzione, ma per
altre cose sono meglio le zone d’ombra che i riflettori.
Riguardo al visto negato al trasporto ad Expo dei Bronzi
di Riace, Sgarbi osserva “la gente viene qui, non va a
Reggio Calabria a vedere i Bronzi, non va a Sondrio e
non va a Urbino” (Cfr. Oriana Liso, cit.). Certo. Perfino i
negozi del centro di Milano lamentano scarsa affluenza.
Proprio per questa richiesta di “avvicinamento” allo
spettatore anche la Madonnina, che pure luccica
sempre in cima al Duomo, in una copia un poco ridotta è
stata portata all’interno del padiglione della Veneranda
Fabbrica, ove anche lei comunque non sembra
suscitare grande attenzione.
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