codice ISSN 2239-0235
numero online dal 10/9/2015 ultimo aggiornamento il 11/12/2015
Pablo
Echaurren
Il sommario
1 UN’EPOCA DI GIGANTI
Ok, ci siamo. C'era da aspettarselo. Prima o poi sarebbe
accaduto. Era solo questione di tempo. Il grande artista
americano avrebbe conquistato definitivamente la gloria
imperitura sfidando in campo aperto i giganti della
scultura universale.
Eccolo dunque: Jeff Koons in piazza della Signoria a
Firenze. Finalmente gli hanno concesso di portare il suo
caccolone d'oro burino a dialogare a bischero sciolto col
David di Donatello. La consacrazione dell'arte come
ideologia, come falsa coscienza di sé, come visione della
realtà espressa da una classe dominante.
Ma qual è la classe dominante nel mondo dell'arte? Qual
è l'ideologia dominante nel mondo dell'arte? Non è chi
possiede le idee più avanzate, più innovative, più
sovversive, ma chi possiede più schei. E Koons lo ha
dimostrato appieno di essere l'artista che possiede e che
fa girare più schei.
The most expensive living artist. Con risultati d'asta di
oltre i 50 milioni di dollaroni a pezzo. La sudditanza dei
media e delle amministrazioni (nostrane),
l'autocompiacimento dell'esibizione del valore inteso
come prezzo, hanno annullato ogni critica negativa
bollata all'occasione come retrograda e reazionaria.
Ma qui di reazionario c'è solo
quest'arte sfarzosa, costosa, invasiva.
Tutto risale a quando gli investitori
dell'epoca non capirono l'importanza
degli Impressionisti e li considerarono
una monnezza. Non ci si buttarono a
pesce, non li presero a due soldi
quando potevano. Ne derivò un
complesso di inadeguatezza, un'ansia
da carenza di lungimiranza, una vera e
propria "sindrome" della crosta
mancata.
Ebbene, gli investitori hanno capito
che non possono stare a fidarsi del
proprio fiuto, né aspettare di capire le oscillazioni del
gusto, hanno perciò deciso di giocare d'anticipo, che
tanto vale prodursela da soli l'arte da sfruttare. La creano
dal nulla creando delle cordate, facendola lievitare (e
levitare) in asta (Corpus Christie's et Corpus Sotheby's) e
poi comunicando al mondo che è nato il nuovo genio. In
certi casi il genio lo mettono a confronto coi geni del
passato, così, senz'ombra di vergogna. I soldi non
puzzano e non fanno arrossire nessuno degli interessati.
Le marché c'est moi! Ma non è l'uomo fatto per l'arte
bensì l'arte fatta per l'uomo. Per cui non è che noi ci si
debba adattare per forza a ogni follia, a ogni idiozia, a
ogni bizzarria dorata.
2 C'ERA UNA VOLTA IL
CRITICO
C’era una volta il critico. Una volta. Ora non c'è più.
Svanito nel nulla, anzi no, riconvertito, geneticamente
modificato per essere adattato alle nuove esigenze. Una
volta, quando c'era, il critico era uno storico (parola
grossa, oggi desueta) se non addirittura un letterato (un
poeta, uno scrittore). Era insomma un intellettuale.
Adesso non è più così, il critico ha subito una profonda
metamorfosi.
Si è evoluto imprenditorialmente, si è alterato
strutturalmente, si è legato al mercato il più bacato. A
voler essere precisi il critico è stato sostituito dal Curator
uno suo parente non troppo stretto. Curator (variante
anglofona del curatore) è colui che gestisce una di quelle
istituzioni pubbliche o private dedicate all'arte
contemporanea che sono divenute il fiore all'occhiello di
ogni città che si rispetti.
Il Curator è il dominus, il centauro moderno, una figura
mitoillogica, mezzo critico e mezzo amministratore, che
occupa la scena come un prim'attore. È più importante lui
delle opere che intende rappresentare. È lui che fa la
mostra, è lui che ne decide il taglio e ne sancisce il
successo. L'artista, gli artisti chiamati a esibirsi sono
un'appendice, una variabile risibile.
Il Curator è un vero e proprio manager inserito in una rete
di colleghi (e amici degli amici) che lo sostengono in
nome di una reciprocità senza la quale l'intero sistema
cadrebbe in pezzi. Il Curator è legato a doppio filo alle
aste che alimenta e da cui dipende la verifica della sua
proposta "critica". Le aste determinano l'evoluzione
dell'intero panorama per mezzo della loro consacrazione
in termini di super valutazione del prodotto, sono
insomma il Corpus Christie's e il Corpus Sotheby's con
cui regolarmente ci si comunica per rinsaldare il vincolo
comunitario che tiene insieme mercanti, investitori,
collezionisti. E artisti (ma questi ultimi sono
intercambiabili).
In questo mondo rovesciato è il prezzo che determina il
valore e non viceversa. In questo universo invertito il
Curator si occupa principalmente di soddisfare il gusto
corrente non certo di contraddirlo con scelte di disturbo.
Egli è il sostenitore, il promulgatore e il protettore di una
scalata sociale che si autolegittima attraverso lo status
symbol. E l'arte contemporanea con le sue cifre da
capogiro, con i suoi record, con i suoi intercambiabili Most
Expensive Living Artist, sembra svolgere alla perfezione
la funzione di status symbol. È la scala nobile con cui
ascendere al regno dei fortunati illuminati, in verità più
prossimi ai Lehman Brothers che non alla De' Medici
Family.
"L'art c'est moi!". Proclama orgoglioso & spocchioso il
CuratoRe. Il che costituisce un ulteriore sfaldamento
dell'idea stessa di cos'è o cosa non è arte. Arte non è più
la secrezione cerebrale di chi la concepisce e la produce
ma emana direttamente e esclusivamente dal pensiero
manageriale curatoriale. Nulla esiste, nulla si muove,
nulla merita attenzione senza la sua benedizione.
Ma a peggiorare la già precaria situazione è intervenuto
un altro fattore, quello che supera d'importanza perfino il
re, ovvero l'imperatore: il Big Spender. Non solo più il
Curator determina dunque gli orientamenti del mercato
ma è il compratore in prima persona a dettare legge
essendo lui in definitiva il possessore e amministratore
dei propri denari. Ecco dunque che i gusti del Big
Spender diventano legge, influiscono sulle nuove
tendenze, indirizzano l'attenzione verso questa o quelle
scemenze. Coperto di pacchetti azionistici, onusto di titoli
tossici, carico di carte di credito illimitato peggio della
Madonna di Pompei, il Big Spender si aggira fra gli stand
delle varie Kunstmesse (oro pro nobis), nelle esclusive
sale party di Miami o Hong Kong Art Basel raccogliendo
suppliche e preghiere. A lui si rivolgono ossequiosi i
devoti della Auction Painting, siano essi artisti o Curator.
Senza il suo intervento ogni manovra sarebbe vana.
Qualche Big Spender poi s'è addirittura comprato la casa
d'aste da cui manovra l'intero comparto.
Figuriamoci dove sono andati a finire i critici. I pochi
rimasti sopravvivono in clandestinità aspettando che la
bolla speculativa esploda mettendo a nudo tutta la sua
falsità.
Figlio d'arte, Pablo
Echaurren nasce a Roma
nel 1951 da Angela
Faranda, attrice italiana, e
dal pittore cileno Roberto
Sebastian Matta Echaurren.
Inizia a dipingere a diciotto
anni.
Per gentile concessione
dell’autore.
Interventi pubblicati su
L’Huffington Post online
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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