codice ISSN 2239-0235
numero online dal 10/9/2015 ultimo aggiornamento il 11/12/2015
Il sommario
MA QUESTA È ARTE?
L’arte contemporanea continua a generare polemiche, a
costituire, se vogliamo, uno dei paradossi più evidenti
del clima culturale della nostra epoca. Incuriosisce,
attrae pubblico (forse mai quanto ne vorremmo, ma in
ogni caso manifestazioni fra le più importanti – come le
fiere o le aste più prestigiose, o la Biennale di Venezia –
raccolgono un numero di visitatori spesso sbalorditivo),
eppure le perplessità che da quasi un secolo la
accompagnano non sembrano esaurirsi.
Ormai da tempo, precisamente da quando, al termine
del 1800, gli artisti abbandonarono il principio di
imitazione, il linguaggio artistico è stato radicalmente
stravolto ed i principi e le regole a cui per secoli si era
attenuto sono state per lo più misconosciute.
Le avanguardie storiche hanno apertamente dichiarato
“guerra” all’immediatezza della comprensibilità dell’opera
legata ad una rappresentazione che, pur personale,
continuava a riprodurre il reale per come è ed appare,
secondo un canone che potremmo definire “descrittivo”.
Fotografia e cinema, del resto, si appropriano di un
ambito espressivo che per anni era stato di pertinenza
dell’artista. Ha inizio quella che il filosofo Heidegger
chiama “l'epoca dell'immagine del mondo”. L’arte,
estromessa dall'universo della rappresentazione, cessa
di essere lo specchio della natura, trovandosi nelle
condizioni di dover ridefinire il proprio ruolo, il proprio
territorio di appartenenza, il proprio stesso, intrinseco,
significato.
Attraverso l'autoanalisi che compie su se stessa, la
presa di coscienza della propria autonomia,
l'identificazione di proprie peculiari specificità,
dell'essenza estetica che le compete, nasce l'arte
moderna.
Lo sradicamento di determinati canoni e principi
espressivi ha anche, e comunque, una matrice storico-
sociale. Come sappiamo gli artisti – nella loro visionaria
genialità – precorrono i tempi. Tra la fine del XIX sec. e
l’inizio del '900 è forte il desiderio di contrapporsi ai
“benpensanti borghesi”, a quella classe dominante
ancora legata a stilemi che ormai sfociano
nell’accademismo e nella compiacente ripetizione di
canoni espressivi incapaci di produrre novità.
Il problema maggiore che da più di cento anni pare
accompagnare l’arte è che il pubblico si ostina a rifiutare
formule espressive che non riesce ad assimilare e nei
confronti delle quali si pone ancora senza la capacità di
superare un banale “giudizio di gusto”, quello legato ad
un “mi piace” o “non mi piace”. Mentre le opere che
riproducono il reale secondo il canone del “bello”
suscitano a una comprensione che genera sensazioni di
ordine ed armonia, l’opera che trascende questo
approccio, per spostarsi verso altri percorsi significanti,
provoca un’oscillazione del senso che pare annullare la
possibilità di sintonia e intelligibilità.
Come sottolineò Umberto Eco nel proprio “Trattato di
semiotica generale” (1975), ci si dovrebbe sforzare di
comprendere che il linguaggio estetico comporta un
processo comunicativo e significativo che non si
esaurisce nel mero passaggio di informazioni. Esso
sollecita il destinatario, più di ogni altro, ad elaborare e
compiere un percorso interpretativo che è parte
intrinseca e necessitante del processo medesimo.
“Il destinatario è stimolato a interrogare le flessibilità e le
potenzialità del testo che interpreta come quelle del
codice a cui fa riferimento.” Senza addentrarci in
complesse questioni semiologiche, che indubbiamente
aiuterebbero a chiarire ulteriormente un tema così
articolato quale quello che stiamo cercando di affrontare,
ci limitiamo perciò a sottolineare come la produzione di
un’opera d’arte richieda una duplice fatica. Affinché,
infatti, l’autore possa trovare un riscontro nel
destinatario, nel momento in cui deciderà di non
utilizzare codici usuali ed assimilati, dovrà fornire ad
esso delle chiavi di lettura ed esegesi. Quanto il fruitore
spesso dimentica è che con l’arte contemporanea
l’opera è divenuta – a tutti gli effetti – il luogo dell’artista.
Attraverso essa ci viene presentato un personale modo
di interpretare il reale.
A caratterizzare, pur nelle sue differenti e molteplici
esperienze, l’arte contemporanea è il fatto che non ci si
accontenta più di raccontare quello che vedono gli occhi.
Sulla tela si desidera restituire un punto di vista multiplo
e relativo. Ecco che, talvolta, l’osservatore la vive come
se non possedesse le lenti giuste per poterla leggere. Lo
sforzo deve consistere, allora, nel cercare non la
“bellezza” tout court, quanto dei messaggi da decifrare,
cercando di accostarsi all’autore in quel percorso di
lettura del reale che porta a sezionarlo, smontarlo,
ricrearlo ex novo. Un’opera ci costringe costantemente a
riconsiderare i codici comunicativi ed i linguaggi con cui
siamo abituati a confrontarci, portandoci a comprendere
che nulla è definitivo, tanto meno l’impostazione del
mondo a cui siamo assuefatti. Essa è, come tutto, una
costruzione interpretativa, in quanto tale mai definitiva e
data una volta per sempre. Quando il pubblico non
accetta il codice dell’emittente, compie un’operazione di
chiusura e ripudio che in realtà limita la sua medesima
libertà conoscitiva ed intellettuale.
Sempre Eco, nell’opera sopra citata, sottolinea come,
nei confronti dell’opera d’arte, il destinatario “deve
intervenire a colmare i vuoti semantici, a ridurre la
molteplicità dei sensi, a scegliere i propri percorsi di
lettura, a considerarne molti a un tempo – anche se
incompatibili – e a rileggere lo stesso testo più volte,
ogni volta controllando presupposizioni contraddittorie”.
Questo lo rende un “collaboratore responsabile”. Quale
esperienza può costituire un viaggio più affascinante?
Per recepire l’arte dell’ultimo secolo, inoltre, non
possiamo prescindere anche da una precisa
considerazione storico-filosofica. Tutta l’intera cultura del
‘900 ha inizio da dal crollo delle certezze su cui si era
fondata la cultura positivistica. Viene meno la fiducia
nella possibilità di conoscere e misurare la realtà
attraverso metodi empirici. Questo comporta la fine di
tutti i verismi e naturalismi, di quell’humus culturale sulla
cui crisi nascono la teoria della relatività e la visione
antropologica freudiana. Il '900 si apre come il secolo
delle non certezze, e questo è fondamentale per
intendere le modalità attraverso cui la cultura si esprime.
La modernità si è quindi proposta con una serie di teorie
destabilizzanti, le quali, nel tempo, hanno mutato
convinzioni e paradigmi interpretativi, ma - soprattutto -
frantumato verità. Tutto ciò non poteva che avere delle
precise conseguenze anche nell’ambito della storia
dell’arte, che è divenuta sempre meno certa dei suoi
momenti fondamentali.
Partendo da tali presupposti possiamo meglio intendere
la ragione per cui molti dei più noti artisti del secolo
scorso abbiano vissuto ed esperito, pur secondo
modalità differenti, la tentazione di ridurre l’opera d’arte
quasi ad uno “zero”, ad una negazione, che può
coincidere tanto con l’assoluto quanto con il nulla. Essa
ha cominciato ad esistere non più soltanto come
oggetto, ma come concetto, atto conoscitivo, azione.
Non deve stimolare soltanto i sensi, ma – soprattutto – la
riflessione. Non va più semplicemente guardata, ma
“letta”, alla stregua di un testo, che comporta uno sforzo
interpretativo. Occorre superare l’iniziale chiusura che
talvolta porta a domandarsi cosa possa non solo
rappresentare, ma addirittura essere. “Cos’è quella cosa
lì? Ma la saprei fare anch’io”. Ecco quanto da troppi anni
sentiamo affermare in gallerie e musei. Ieri magari di
fronte alle geometrie di Mondrian, ai “ready made” di
Duchamp, all’informale di Burri, ai tagli di Fontana, oggi
di fronte al kitsch di Jeff Koons, agli animali in formalina
di Hirst o alle provocatorie sculture del nostrano
Cattelan.
Non è il luogo per poter analizzare nel concreto le
“formule espressive” di oltre un secolo di storia dell’arte.
Mi limito a porre questo interrogativo. Come accostarci
ad essa?
In primis dobbiamo ricordare che quasi tutti gli artisti che
definiamo “contemporanei” hanno avvertito la necessità
di “sfidare” il limite, violare le regole. Questo,
ovviamente, a livello di canoni comunicativi ed
espressivi. Obbligandoci, perciò, a riconsiderare i nostri
schemi mentali, sfidando i codici noti, ci obbligano ad
un’operazione di arricchimento dei nostri paradigmi, non
solo linguistici, ma esistenziali.
Se di fronte ad un quadro, una scultura, un’istallazione
riusciamo a superare il rifiuto per tentare di incontrare “il
vocabolario” dell’artista (il che non significa accettarlo,
ma sforzarsi di “ascoltarlo”), noi avremo conquistato la
possibilità di possedere una “nuova visione” del mondo.
L’arte oggi riesce ad esistere ancora, ma non più nel
proprio essere oggetto, ma soggetto, o azione. Non
esprime più punti di vista eterni, ma precarietà, quella
che accompagna da lustri il nostro tempo. Non deve più
raccontarci la bellezza ovvia. Ci rivela invece come la
materia che ci circonda possa essere utilizzata e
plasmata per costruire nuove realtà, non oggettive, ma
relative. L’opera può essere realizzata con tutto. Non
esistono – ripetiamo – limiti nel cercare nuove
grammatiche comunicative.
Il problema diventa perciò nostro. Non dobbiamo
domandarci, o almeno non solo, “ma questa è arte?”.
Per poterci - infatti – dare una risposta, occorre compiere
lo sforzo di entrare nel processo costitutivo ed
affermativo dell’opera, in quell’atto filosofico, quindi di
pensiero, che ne è lo statuto determinante. Solo a
posteriori rispetto a questo nostro gesto di umiltà
potremo, forse, trovare risposte. Ma non saranno mai
definitive ed unanimemente condivise. Ecco il grande
merito dell’arte contemporanea: obbligarci al dubbio che
ci spalanca agli interrogativi, al dibattito, allo
sradicamento di convinzioni date una volta per tutte.
Con questo, io stessa fatico a riconoscere un’opera
d’arte in un letto disfatto con i segni di un rapporto
appena consumato (“My bed” di Tracey Emin).
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Nata a Rho nel 1971 è
laureata in Lettere moderne
alla Cattolica di Milano.
Gallerista sulle orme del
padre, è curatrice,critica d’arte
e saggista.
Ha aperto online da qualche
tempo un suo blog magazine
d’argomento artistico.
Cristina
Palmieri
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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