codice ISSN 2239-0235
Giuseppe
Alletto
numero online dal 10/9/2015 ultimo aggiornamento il 11/12/2015
Il sommario
IL LAVORO CREATIVO,
OVVERO IL SENSO
DELL’ INCANTO
La folle corsa all’originalità a ogni costo, allo choc visivo,
all'astruseria piatta e senza senso, in un crescendo
potenzialmente infinito e sempre più inconcludente, hanno
portato a quell’impasse nella quale si trova la storia
dell’arte. Oggi il senso dell’avanguardia sembra quasi
crollato perché tutto è diventato avanguardia e quindi in un
certo senso tutto è diventato arte; ma se tutto è arte nulla
più è arte.
Le avanguardie e le post-avanguardie di oggi, con il loro
essere contro tutto, contro l’estetica, contro la forma,
contro il concetto di artista, contro il concetto di opera
stessa, si pongono in una posizione di continua auto-
negazione che sembra convincere sempre meno e che si
è convertita in semplice inibizione della potenza vitale
dell’arte come creazione incessante.
Di certo la mancanza di un contesto socio-culturale
definito è una delle principali cause dell’indeterminatezza,
per non dire dell’insensatezza di parte dell’arte
contemporanea, come profetizzato da Hegel con l’idea di
“Morte dell’Arte”.
Inoltre con l’avvento della tecnologia, la riproducibilità
tecnica delle immagini ha comportato
l’esplosione del numero delle stesse, motivo
per cui l’artista ha oggi il dovere di creare tra
la propria immagine e tutte le altre quella che
il teorico Josè Jìmenez ha definito “distanza
estetica”. Nel senso che deve infondere
all’immagine da lui creata concettualità,
poeticità ed essenzialità che siano superiori a
quelle delle altre immagini prodotte per fini
non eminentemente artistici.
Sarebbe inoltre auspicabile eliminare lo
sterile dualismo tra forma e contenuto che
caratterizza gran parte dell’arte
contemporanea.
E’ vuota retorica l’idea che l’arte di oggi sia
più concettuale di quella del passato, e che
questo giustifichi la sua minore efficacia
visiva. I grandi maestri del Rinascimento;
Leonardo, Michelangelo, Raffaello, partendo
da poetiche opposte, hanno dimostrato la
medesima cosa: che è possibile creare opere che
posseggano allo stesso tempo un profondo substrato
concettuale, un’eccellente qualità estetica e una suprema
potenza espressiva.
E’ chiaro che a dominare non potrà mai più essere il
concetto di Bello classico, che dopo una fortuna
plurisecolare, fu messo già in crisi dallo “Sturm und Drang”
e dalla nuova temperie Romantica.
Ma è forse anche più evidente come le sole
idee di novità e di originalità non possano più
essere le uniche basi per il futuro. Lo stesso
Charles Saatchi, forse uno dei maggiori
“colpevoli” dell’impasse dell’arte
contemporanea, in un’intervista al “The
Guardian”, svela la degenerazione di quel
mondo che lui stesso ha contribuito in gran
parte a creare, trasformando le mostre in riti
modaioli e glamour, facendo trionfare
banalità, kitsch e provocazione fine a sé
stessa. Per uscire da questo pantano la
ricetta non può certo essere una pittura
obsoleta che riproponga la semplice forma
esteriore degli antichi, né la piatta
riproduzione del reale, ma un’arte che
inauguri una nuova stagione, quella che
Edward Docx ha definito “Età
dell’Autenticità”; nella quale si rimettano in
primo piano i valori della consapevolezza
tecnica e concettuale.
A guidare questo processo di nuovo orientamento del
mondo dell’arte devono essere teorici e critici, in
particolare questi ultimi non devono rifuggire dall’assolvere
la propria funzione, che è quella di contestualizzare e
valutare l’opera o, come sosteneva Adorno, separare “il
contenuto di verità” delle opere dai “momenti di falsità”.
Vale a dire che è necessario stabilire criteri in base ai quali
distinguere ciò che è accessorio o scandaloso dagli aspetti
di coerenza poetica e autenticità che costituiscono il
sostrato del valore reale dell’opera.
Al contrario, la critica spesso sembra nascondersi dietro il
paravento della pluralità della rappresentazione e della
mancanza di valori dell’era contemporanea, pur di non
delimitare delle linee di demarcazione tra ciò che è vera
arte e ciò che non lo è. E’, al contrario, proprio l’assenza di
parametri culturali e estetici che deve spingerci a crearne
di nuovi, a ogni costo.
Oggi la critica perlopiù non propone giudizi
sulle opere ma si limita a una mera cronaca
sul divenire autoregolato dell’arte e, nel
timore di intervenire davvero nel dibattito
culturale, altro non fa che tradire il senso
stesso della critica militante.
Due sono le direzioni fondamentali che ha
seguito, alternativamente, gran parte della
critica contemporanea: o la concezione della
critica stessa come arte, da porre sotto la
protezione di una fantomatica “Decima
Musa”, e in questo caso l’attività critica
sarebbe intesa come traduzione, sotto forma
di metafore poetiche e concetti intellettuali,
dei simboli e delle creazioni del pittore (tra i
suoi sostenitori troviamo Herbert Read e
Eugenio D’Ors); oppure, d’altra parte, è stata
sostenuta l’idea dell’inutilità della critica a
fronte di una presunta trasparenza estetica
delle opere, che parlerebbero da sé, rendendo superflua
una qualsiasi retorica di accompagnamento (fautori ne
furono Roland Barthes e Susan Sontag con il suo saggio
“Contro l’interpretazione” 1964).
In entrambi i casi, i due diversi atteggiamenti
comportarono il medesimo risultato: la progressiva
dissoluzione dell’attività di valutazione e inquadramento
delle opere che ha prodotto un’espansione inusitata del
credo per cui oggi nell’arte “tutto vale”, situazione della
quale sembrano aver cinicamente approfittato diversi
operatori del settore.
D’altro canto, dal punto di vista della pratica artistica in
senso stretto, la guerra alla volgarità, alla mediocre
improvvisazione antiestetica, potrà essere capeggiata
dalla Pittura se nel futuro essa riuscirà, rompendo
l’accerchiamento degli altri medium visivi, a mantenere
alto il livello di un vero valore poetico, non tralasciando,
anzi quasi riscoprendo il proprio valore estetico.
Sarà necessario andare oltre la vacuità contemporanea e
condannare all’oblìo certe manifestazioni voyeuristiche e
morbose, che pretendono di vendere come arte, oggetti e
pratiche appartenenti da secoli ad altri ambiti.
Per ridare slancio all’arte e quindi alla vita dovremo andare
al di là dell’atteggiamento mercificatorio che svilisce ogni
cosa. Potrebbe essere infatti quella che il pittore e teorico
polacco Witkiewicz chiama “perdita dell’inquietudine
metafisica”, tipico fenomeno dell’aridità moderna, tra
capitalismo, consumismo, ipertrofia tecnologica e
quant’altro, ad averci fatto smarrire la via della grandezza
espressiva.
Forse riscoprendo una nuova tensione verso l’assoluto,
una nuova spiritualità laica che dia valore alle cose e non
un prezzo, ovvero un nuovo e diverso ritorno al senso
dell’Incanto primigenio, potremo colmare la distanza che
esiste tra il nostro sentire e lo spirito altissimo e immortale
degli Antichi.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Nasce a Palermo nel
1990. Artista e curatore,
vive a Bagheria, in
provincia di Palermo.
Dopo aver conseguito la
maturità classica con il
massimo dei voti,
frequenta Storia dell’Arte
presso la facoltà di
Lettere e Filosofia
dell’Università di Palermo
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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