codice ISSN 2239-0235
numero online dal 10/9/2015 ultimo aggiornamento il 11/12/2015
Il sommario
Per una riflessione «di sinistra» sull’arte
contemporanea
DIFFERENZE
È del tutto evidente come sia possibile oggi definire
genericamente “di sinistra” una certa visione
dell’economia, della crescita, delle scienze umane,
dello sviluppo del pianeta o altro (vedi anche ecologia,
urbanistica, diritti umani e via dicendo) contrapponendo
tale visione a una altrettanto genericamente definibile
“di destra”.
È un fatto incontestabile, anche se certo è qualcosa di
complesso e problematico, che porta inoltre fatalmente
(ogni volta che si tenta di farlo) a tutta una serie di
distinguo infiniti, riserve e polemiche…
Sarebbe però altrettanto possibile fare la stessa cosa
per l’arte contemporanea? Esiste un atteggiamento che
possa dirsi “di sinistra” nei confronti della pittura e della
scultura, delle installazioni e delle istituzioni artistiche di
oggi?
Insomma, c’è una differenza tra modalità “di sinistra” e
modalità “di destra” nel gran circo così spesso ludico e
superficiale dell’arte contemporanea?
Ciò che accade in questi nostri anni confusi (e non solo
sul piano dell’arte) è – intanto – che ogni idea, ogni
posizione, ogni atteggiamento non sembrano più
soggiacere al principio di responsabilità, non sembrano
più rispondere a niente né a nessuno. Nell’enorme
frastuono della cultura dell’effimero e dell’apparente che
invade gli spazi d’ascolto della nostra epoca, ogni cosa
ormai ne vale un’altra, e ha lo stesso suono. Tutto si
sovrappone e si mescola in un preteso crollo delle
ideologie per venirsi a posare sulla popolarità
inarrestabile del pensiero unico.
Dunque la domanda di partenza non è più sciocca o
inutile di un’altra. Esiste una visione dell’arte e del suo
ruolo nella nostra vita diversa da quella che oggi è
dominante, e che possa in qualche modo dirsi “di
sinistra”? Come si può declinare oggi la parola “arte”,
così banale e continuamente evocata eppure anche
così sfuggente, polivalente e ambigua? Tutti ne
parlano, tutti la evocano ma… come si può definirla nel
quotidiano? Vedremo subito che questa domanda ne
apre molte altre.
Prima di tutto bisogna dire che al momento attuale per
la quasi totalità degli intellettuali e degli operatori del
settore (critici d’arte, mercanti e Galleristi, direttori di
musei, responsabili di spazi espositivi ecc.) il comune
senso del mestiere non considera arte contemporanea
tutto ciò che si fa oggi, ma esclusivamente ciò che si
serve di linguaggi, tecniche e modalità di un certo tipo.
Quelle, e non altre. Sono cose, del resto, che il
riContemporaneo sostiene da tempo.
Secondo questa visione, ormai quasi universalmente
accettata e applicata, l’arte acquisisce qualità di
contemporanea solo se segue i diktat delle tendenze
oggi alla moda. E ciò esclude, fatalmente, tutto ciò che
non è omologato, o rassegnato, o parallelo al sistema
dominante.
Evidentemente non è questione qui di stabilire ciò che è
arte e ciò che non lo è. Per immaginargli un ruolo, una
dimensione, uno spessore sociale e progressivo, vale a
dire una visione “di sinistra”, ruolo che non è
necessariamente di opposizione ma piuttosto di
proposta, occorre prima di tutto assicurare una vera,
autentica libertà di creazione, circolazione,
comunicazione e scambio nella dimensione sia privata
che pubblica.
Occorre cioè mirare a una reale politica per l’arte di
oggi a livello delle istituzioni europee, capace di
orientare, coordinare e correggere le politiche regionali
in questo campo. Una politica pubblica che oggi è quasi
totalmente assente dai nostri scenari. Perché anche qui
– come del resto in molti altri comparti – gli
orientamenti e i comportamenti del mercato non
possono da soli bastare allo scopo. Tutto ciò che non è
omologato agli orientamenti momentanei dei grandi
cartelli dell’arte contemporanea (fondazioni, lobbies dei
dirigenti dei grandi musei e istituzioni internazionali,
grandi mercanti e collezionisti-speculatori ecc.) rischia
davvero di ritrovarsi marginalizzato quando non
addirittura di scomparire.
Ma lasciamo la politica ai politicanti e ai fabbricanti di
leggi. Da parte nostra, sappiamo che almeno dall’inizio
della seconda metà del XIX secolo il sistema
tradizionale dell’arte è entrato in crisi. Nuove forme di
comunicazione e di creazione artistica sono comparse,
come la fotografia e il cinema e poi la televisione e
internet, al punto che in serie si sono manifestate tutta
una serie di modificazioni profonde dell’esperienza
estetica e dell’immaginario collettivo.
A lungo – ha osservato Walter Benjamin – uno degli
aspetti particolari dell’opera d’arte è stato quello della
sua unicità, della sua non riproducibilità. Ma con le
nuove tecniche tutto è cambiato, introducendo nelle
consapevolezze di un pubblico pressoché universale un
diverso sentimento di ciò che viene avvertito come
artistico. Sono cose risapute, e dunque possiamo dire
che a questa “discesa in terra” ha fatto seguito in un
certo modo la fine di una concezione aristocratica
dell’arte, come privilegio elitario, come valore eterno o
mito puro, incontaminato, superiore alle contingenze del
mondo?
In fondo, è a partire da lì che le frontiere del saper fare
artistico sono cadute rovinosamente. Da quel momento
un oggetto che non è “arte” può diventarlo se viene
esposto come tale su mandato di una qualche autorità,
di un ambiente di prestigio, di un contesto capace di
forti influenze. Ma ecco che dalla formidabile libertà
creativa che discende da questa “rivoluzione” e che
chiude un’epoca aprendone una nuova, si passa
immediatamente agli eccessi e all’arbitrio, alla licenza
ingiustificata che sostituisce o appanna la libertà. La
gran massa dei mediocri, dei poco capaci, degli
incompetenti o semplicemente degli opportunisti privi di
talento si tuffa a cogliere l’opportunità che si è aperta.
Finalmente potranno considerarsi e farsi considerare
“maestri”. Di una trovata, di un’idea plastica o
concettuale qualunque (magari l’unica di tutta la loro
vicenda creativa) faranno una carriera, definiranno una
identità. Ed è proprio da qui che, come impreviste
conseguenze, come effetti collaterali delle avanguardie
artistiche del XX secolo, si apre il ventaglio delle ragioni
che stanno alla base della penosa situazione del
contemporaneo.
Ora, una concezione artistica “di sinistra” non può
ignorare appunto tali ragioni, e deve saper trasformare
la domanda posta più sopra in un’altra, che è la
seguente: è davvero accettabile che validità e valore di
un’opera d’arte plastica di oggi possano essere
determinate e misurate esclusivamente dal loro
successo commerciale? È accettabile questo regime
assoluto, o è invece auspicabile intervenire, riformare,
sovvenzionare come si fa per molte altre forme
d’espressione culturale, come il cinema, il teatro, la
letteratura, la poesia ecc.? E ancora, in che consiste la
qualità di un’opera d’arte attuale per una visione “di
sinistra”?
Viviamo un’epoca che ha reso quasi universale
l’esistenza del “sigillo di garanzia” per ogni genere di
prodotti, a difesa e garanzia dei consumatori. Ma si
tratta beninteso di una pratica commerciale che mal si
adatta al campo artistico, e che del resto (l’abbiamo
sotto gli occhi!) può avere conseguenze nefaste, perché
porta alle spersonalizzazione degli artisti e alla loro
omologazione, all’uniformazione dei linguaggi e delle
poetiche, alla banalizzazione del pensiero e della
pratica estetici, trasformando il talento individuale in
brand, in marchio standardizzato e riconoscibile al
servizio delle mode del gusto e delle loro oscillazioni.
Una visione “di sinistra” di tali questioni consiste in una
visione di progresso, di superamento delle stesse. Per
costituirsi, dovrà passare da un impegno culturale
capace di operare perché tutti i protagonisti (critici,
operatori, grande pubblico e soprattutto loro, gli artisti
plastici) ritrovino un senso vero all’opera d’arte. Un
senso di sostanze reali, una dimensione in sé e non
una dimensione esclusiva di merce, puro feticcio, status
symbol o recipiente di valori effimeri.
Ma in quale direzione agire per questo? Come operare
per correggere, per cambiare, per perseguire una sorta
di decrescita felice dei falsi valori dell’arte attuale?
Come lavorare perché essa possa divenire in qualche
modo una sorta di “lente d’ingrandimento”, un attrezzo
poetico a disposizione del pubblico, capace di meglio
penetrare nella complessità umana e fenomenologica
della realtà, per meglio comprenderla?
Certo non è il più urgente né il più grave dei problemi
che inquietano il nostro presente. ma bisognerà pur
prendere coscienza del fatto che le generazioni future,
quando guarderanno alla nostra cultura artistica e alla
memoria della grandissima maggioranza dei nostri
musei e delle nostre mostre, troveranno documenti ben
bizzarri, testimonianze stravaganti di una frattura
drammatica tra la nostra dimensione estetica e le
circostanze della realtà che stiamo vivendo, tra la vita
reale delle donne e uomini del pianeta e le
testimonianze di immagini, evocazioni e simulacri che
lasceremo loro in eredità.
Sembrerà un’archeologia della follia, del cinismo e del
disimpegno, aggravata dalla valorizzazione solo
commerciale e speculativa; sarà lo specchio
deformante e deformato – parafrasando Herbert
Marcuse – di un secolo che non ha saputo esprimere
altro di sé che una sola dimensione.
(traduzione dal francese di G.Seveso)
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Critico d’arte, poeta e
collezionista francese di
incerta origine ed età,
vive in modo
volontariamente defilato
tra Parigi e la Costa
Azzurra, viaggiando
spesso anche in Italia.
Si occupa solo delle
vicende artistiche di cui
periodicamente
s’innamora.
Louis
De Combremont
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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