codice ISSN 2239-0235  
Copertina d’artista
numero  online dal 10/9/2015                                      ultimo aggiornamento il    11/12/2015
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Il sommario
DANIEL BEC Nato a Cannes nel 1940, Daniel Bec è stato pittore, disegnatore e incisore di grande talento e forte personalità. Formatosi tra Nizza e Parigi, nel 1964 si trasferisce in Italia ad Albisola, dove tiene le prime mostre, e successivamente a Genova. Nel 1965 viene invitato da Enrico Crispolti alla rassegna "Alternative attuali" a L'Aquila. Tra il 1966 e il 1969 la sua presenza è frequente a Macerata, dove espone presso l'allora Galleria d'Arte di Franco Cicconi. Nel 1970 viene invitato da Mario De Micheli a partecipare alla rassegna Arte Contro e da allora il critico milanese ne seguirà assiduamente il lavoro. Espone poi regolarmente con la Galleria Il Portico di Carlo Pieri a Cesena e successivamente con le Gallerie San Marco dei Giustiniani e La Maddalena di Genova. Tra le principali rassegne cui ha partecipato si ricordano "Arte e città", Genova, Palazzo Reale, Teatro dei Falcone, 1980; Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 1984; Centro "La Maddalena", Genova, 1985 e 1986; Galleria "Il Punto", Genova, 1986,1988,1990; Galleria "Cona", Savona, 1989,1991; Galleria "Ciovasso", Milano, 1992. E' scomparso a Genova nel 2008, stroncato da una malattia incurabile Pubblichiamo qui, da un vecchio numero dell’Unità, la prima recensione dedicata alla pittura di Bec. E’ firmata da Mario De Micheli che, da allora, ne seguirà assiduamente il lavoro. Il pittore francese Daniel Bec ad Albissola Una delle ragioni e non l’ultima per cui oggi parecchi giovani artisti accolgono volentieri le suggestioni del surrealismo è quella di poter unire un massimo di libertà fantastica con un massimo di oggettività. È il caso di Daniel Bec che espone in questi giorni ad Albisola, capitale della ceramica ligure e vivace centro culturale della stagione estiva. Bec è francese e ha appena compiuto ventitre anni. La sua penna sfiora il virtuosismo, il suo disegno è sottile e sicuro, la sua cultura figurativa eccellente. Queste qualità sono appunto quelle di cui la sua pittura ha bisogno. Non si tratta infatti di una pittura approssimativa bensì di una pittura raffinatamente elaborata, curata in ogni particolare, intessuta di citazioni classiche che vanno da Michelangelo ai manieristi fiorentini. È all’interno di queste qualità e di queste inclinazioni che agiscono i suoi umori surrealisti. Per taluni aspetti Bec si giova di certe impostazioni che appartengono addirittura al gusto del primo surrealismo e ciò accade in quelle tele dove si compiace di un eccessivo fisiologismo. Ma nelle tele più recenti egli dimostra di sapersi liberare felicemente da tali impacci acquistando una maggiore purezza di immagine, una misura intellettuale più nitida e poetica. In queste tele egli riprende il motivo michelangiolesco della creazione dell’uomo, il tema della mano onnipotente che comunica all’uomo la vita.  Ma non è certo  l’elemento biblico religioso che interessa Bec nell’affrontare questo soggetto. Egli si cimenta col tema da un altro punto di vista. Vuole cioè rappresentare attraverso la libera interpretazione della figurazione michelangiolesca, il flusso vitale delle energie che pervadono l’universo, impulso che nell’uomo diventa senso e sentimento. II suo è dunque un Michelangelo letto in chiave laica. Ma il risultato migliore di Bec è senza dubbio la “Natura morta N 2”, un quadro di quest’anno dove egli raffigura un uomo nudo e un grosso uccello legati a testa in giù sopra una tavola. Dal punto di vista formale l’attacco ci porta dritti al manierismo cinquecentesco del Pontormo per i modi con cui la figura dell’uomo è allungata e snodata e per il carattere insieme inquieto e raffinato dell’immagine. Questa lucida fantasia intellettuale costituisce la dote fondamentale di Bec e su questa mi sembra che egli debba puntare lasciando da parte talune sofisticate morbosità che gli aggravano l’ispirazione e gli gremiscono inutilmente il quadro. Ora appunto penso che la “Natura morta N 2”, sia un passo sicuro in questa direzione. Mario De Micheli (da L’Unità, sabato 28 agosto 1965, pag.6) Ecco un’altra presentazione che risale ai primi anni dell’impegno pittorico di Bec, firmata da Enrico Crispolti. La prospettiva visionaria di Daniel Bec Molto particolare è la situazione di Daniel Bec, giacché egli opera quasi in un isolamento volontario, lontano cioè dai clamori della società artistica e delle sue mode, avendo rinunciato insomma all'approdo parigino, alla 'bagarre' per arrivare e farsi conoscere, od a trasferirsi a Milano o a Roma, alla collo¬cazione nel quadro di una tendenza ben definita, acquistandovi la tessera di un “partito” artistico. Bec invece ha operato una scelta di libertà, ha preferito una misura di lavoro a lunga scadenza; una naturale solitaria maturazione immaginativa, un insofferente distacco della faciloneria arrivistica corrente, non intendendo piegare le proprie necessità a norme etero dirette. Non è facile incontrare un giovane che abbia altrettanta fiera consa¬pevolezza della necessità di una propria autonomia di ricerca e di progettazione del “tempo” di questa. E non c'è che da ralle¬grarsene, come mi è capitato, seguendo il suo lavoro, dopo il primo incontro, in una sua puntata a Roma, assieme a Bonelli, avvertendone il consolidarsi immaginativo, la limpidissima qualità, l'esattezza della dizione, l'impegno, anch'esso ben raro, nel lavoro, assecondato da una abilità strumentale spesso prestigiosa. (...) Le scelte di Bec propendono per una utilizzazione dell'immediatezza oggettiva, concreta e reale dell'immagine, per una sua lucidissima proiezione in una profonda, allarmante, rivelatoria incongruenza. Non ricorsi simbolici, non intrusioni fantastiche, ma una lucidissima possibilità di constatazione della misura originaria di concretezze e verità, esaltata al livello dell'evidenza dell' incongruenza “nel mondo materiale dei significati”, come ha scritto lui stesso. Quell' incongruità allarmante assume così un'imperiosa assolutezza, nella sua inderogabile evidenza, nella efficacissima sua lucidità. Naturalmente tale lucidità porta ossessivamente la misura dell'evidenza reale, della “verità”, ad un limite di sconnessione, e già vi si profilano monumentali ipertrofie, anche se controllatissime e quasi “logiche”. Nasce una sorta di rappresentazione di un'azione, un teatralismo scenico, quasi rappresentazione allegorica - non simbolica - di una destinazione dell'uomo di oggi, individuale prima che collettiva, ma dalla contingenza spesso quasi auto¬biografica, aperta verso insinuazioni d'ordine più generale, quasi d'intenzione ontologica. In questo “teatro” l'incongruenza, l'ipertrofia provoca a volte una sorta di parossismo farsesco (lucidissimo però sempre, e dunque lontano quanto più forse non potrebbe dall'invito che rivolgerebbe un Baj), tutto mentale insomma, direi anzi concettuale, estraneo al gioco, come all'implicazione sensibile; mentre altre volte suggerisce subitanee proiezioni quasi mistiche, ma anch'esse senza intercessione passionale, senza rapimento sentimentale, né intervento sensitivo, tutte mentali anch'esse, o meglio concettuali, nella sconvolgente lucidità. Ed è qui appunto che si fonda l'efficacia suggestiva di queste immagini assolute di una irrazionalità dominata, lucidissimamente controllata, sino all'estrema tensione visionaria. Un controllo che è, beninteso, anzitutto assoluto dominio strumentale dell'immagine stessa. E d'altra parte l'illuministica volontà di chiarezza pone queste immagini su un terreno assai diverso da quello che occupano le dilaniate, spesso sensuose, immagini del visionarismo complesso e diramato di un Fieschi, alla cui alta misura di sollecitazione immaginativa è quasi d'obbligo far riferimento parlando d'un giovane operante in tali termini, oggi, non lontano da Genova. Eppure se la chiarezza che spesso Fieschi propone come antitetica e quasi antinomica polarità dell'involgimento passionale e sensuale è si concettuale, la sua più autentica motivazione è di tensione mistica, di irrazionalistica dedizione, anziché di volontà laica e quasi appunto illuministica come nella lucidità  di Bec, la cui limpidezza si potrebbe dire programmatica è un estremo atto di fede nella possibilità della “ragione”. Enrico Crispolti
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Daniel Bec  alla fine degli anni 60 Daniel Bec, "Hubert", 1994, olio su tela, 140x90 Daniel Bec, "Maternità", 1991, olio su tela, 90x110 Daniel Bec, "Bacco", 1990, olio su tela, 140x90 Daniel Bec,"Natura morta n.2",  1964, olio su tela
Cannes (Francia) 1940, Genova 2008
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