codice ISSN 2239-0235
numero online dal 10/9/2015 ultimo aggiornamento il 11/12/2015
Il sommario
BALTHUS
di Giorgio Seveso
Circa duecento opere, tra quadri, disegni e fotografie,
provenienti dai più importanti musei europei ed americani
oltre che da prestigiose collezioni private, compongono
un avvincente percorso in due segmenti: alle Scuderie del
Quirinale una completa retrospettiva organizzata intorno
ai capolavori più noti, a Villa Medici un’esposizione che,
attraverso le opere realizzate durante il soggiorno
romano, mette in luce il metodo e il processo creativo di
Balthus: la pratica di lavoro nell’atelier, l’uso dei modelli,
le tecniche, il ricorso alla fotografia.
Questa eccezionale mostra riunisce quasi tutte le opere
più rilevanti del Maestro, dai quasi 10 metri quadrati del
“Passage du Commerce-Saint-André” del 1952-54 a tutte
le tele che furono esposte nel corso della sua prima
mostra parigina nel 1934 alla Galleria Pierre, e che lo
imposero all’attenzione del mondo culturale
internazionale.Balthus (Balthazard Klossowski) è stato
uno tra i protagonisti indiscussi dell’arte del Novecento
ma anche, diciamolo subito, uno dei meno conosciuti dal
grande pubblico.
Pochi come lui, difatti, sono
stati così famosi tra i
contemporanei ma anche
così poco visti, così mal
conosciuti e poco frequentati
in una vera conoscenza delle
loro opere anche dagli
specialisti e dagli amatori. Di
lui, invece, più
cospicuamente ha sempre
circolato la fama, un po’
luciferina e un po’ mondana,
di raffinato intellettuale, di
misterioso esteta, di
inquietante cultore di ineffabili
bellezze e di ambigui
turbamenti. O, diciamo più
semplicemente, di erotomane
con una predilezione per le
giovanette, un po’ genio e un
po’ pedofilo. Fama che l’ha
sempre accompagnato,
viaggiando più veloce e più
lontano dell’effettiva
conoscenza dei suoi quadri,
avvolgendo del resto anche
la figura del fratello Pierre
Klossowski, romanziere e
poeta e anch’egli sottilissimo
pittore di aristocratici enigmi
erotici.
Ma su questi aspetti costruiti,
diciamo così, dallo star
system dell’informazione
artistica internazionale non
mi soffermerò: un artista, per
me, vale per la sua opera, e
la cronaca dei suoi gusti e
delle sue motivazioni è
francamente solo una
appendice, un’informazione
che contribuisce solamente
all’ubriacante girandola delle
ipotesi e all’incertezza dei
giudizi di parte.
Dunque Balthus come artista
“leggendario”, più grande per
la sua fama che per le sue
opere? Niente di più
sbagliato. Perché se è vero
che è sempre stato poco
conosciuto, se è vero che egli
stesso si è sempre
volutamente sottratto a
qualunque irruzione della
curiosità del mondo nel suo
privato (un giorno, a chi gli
chiedeva una sua biografia
da pubblicare per una grande
mostra, mandò questo
telegramma: “Balthus è un
pittore di cui non si sa niente.
E adesso guardiamo i suoi
quadri”) è anche vero che
siamo comunque di fronte ad
un formidabile, straordinario,
eccezionale pittore. Cioè ad
un artista dotato di sensibilità
ma anche e in eguale misura
di scienza e di manualità, di insuperabile equilibrio
plastico, di geniale e raffinata chimica poetica. E di
questa grandezza la mostra romana è, oggi, tangibile e
persuasiva testimonianza.
Del resto, questa sua speciale genialità, questa sua
impareggiabile personalità è frutto di un altrettanto
speciale intreccio di fattori umani e d’ambiente,
collocandosi allo sbocco di una confluenza irripetibile tra
persone, luoghi, accadimenti: come fosse stato il suo
diventare pittore (e quel pittore!), più che una vocazione o
una disposizione dell’animo, un fato ineludibile, un
destino segnato. Sulla sua infanzia, infatti, aveva vegliato
il poeta Rainer Maria Rilke, amico di famiglia e poi tenero
convivente della madre, che aveva intuito la sua acerba
genialità e che, per Balthus solo dodicenne, aveva scritto
una prefazione alla precoce mostra dei suoi primissimi
disegni. Gli anni dell’apprendistato poi, dalla prima
adolescenza, furono guidati niente meno che da Monet,
Maurice Denis, Bonnard e Derain, frequentatori quasi
quotidiani della casa parigina dei genitori, mentre più tardi
il suo lavoro fu accompagnato dall'amicizia e
dall’ammirazione di personalità straordinarie come
Antonin Artaud, Georges Bataille, Lacan, Albert Camus,
Picasso, Giacometti, Guttuso, Fellini e molti altri che gli
furono amici e vicini, tra cui anche André Malraux che nel
1961 l'avrebbe nominato direttore dell'Académie de
France e mandato a Roma a dirigere la prestigiosa sede
di Villa Medici.
Dunque davvero una situazione inarrivabile, una
condizione tale da animare e incentivare anche il più
pigro, il più restìo dei talenti nascenti.
I suoi primi modelli erano stati Masaccio e Piero della
Francesca, di cui a diciotto anni, dopo i primi disegni
infantili, comincia ossessivamente a copiare le opere fin
dal suo primo viaggio in Italia nel 1926, quindi Poussin, il
Caravaggio, David, Courbet. I genitori, che vivevano tra
Berlino e Parigi, esponenti della piccola nobiltà polacca
originari della Slesia, erano anch'essi artisti, il padre
pittore e storico dell'arte, la madre, sotto lo pseudonimo di
Merline, autrice di delicati acquerelli.
Proprio lei, come si diceva, aveva intrecciato una
corrispondenza amorosa con Rilke, divenuto suo amante
nel 1919. A Parigi teneva un salotto nel quale si riunivano
André Gide e Valéry, Meier Graefe e Klaus Mann, Jean
Cassou e Wilhelm Uhde, Cocteau, i Maritain, Pierre Jean
Jouve...
È in questo ambiente cosmopolita, colto, raffinato, in cui
si parlava indifferentemente francese, tedesco, italiano e
inglese, che l'artista ha dunque elaborato la strana
chimica del suo universo.
Balthus espone per la prima volta da pittore presso la
Galleria Pierre a Parigi nel 1934, ed è all'origine di un
grande scandalo. Accolti con ammirazione da Artaud,
Giacometti e Jouve, acquistati pressoché in blocco da
J.T. Soby, direttore del MOMA di New York, e di
conseguenza immediatamente celebri negli Stati Uniti, i
suoi quadri, tra cui alcuni sono oggi visibili in mostra,
come “La rue”, “Alice”, “La toilette de Cathy”, suscitano
scalpore per il loro erotismo e la loro stranezza, ma,
certo, diventano un caso.
Annoverato per questo nelle file del surrealismo, mentre
apparteneva piuttosto a una temperie spirituale prossima
alla Metafisica e al Realismo Magico degli anni Trenta,
questo fraintendimento iniziale dell’opera di Balthus è
stato probabilmente una delle cause di un'eclissi tanto
lunga quanto il successo era stato immediato. E, forse,
non estraneo a questa eclissi è stato anche il senso di
ambigua sensualità che ha sempre increspato i
sentimenti e le suggestioni delle sue immagini e della sua
fantasia. Oggetti rituali, simboli imbarazzanti, sadismo e
sgomento, travestimenti di gesti e di pensieri in una
coltissima rivisitazione di De Sade alla luce di Freud e dei
poeti simbolisti: come una sorta di languido pensiero
laterale, di senso del profondo infitto tra le pieghe
sensibili dell’anima e della carne turbate dal ricordo
dell’infanzia e dagli ardori vigorosi dell’adolescenza e
dell’età adulta.
Lontano dalla mondanità dell'arte, aristocraticamente
schivo, sdegnoso delle luci della ribalta, visitato solo da
pochi amici ed eletti, Balthus continua a elaborare per
tutta la vita un'opera paziente e rara i cui capolavori
vengono distillati nel corso degli anni (i celeberrimi “La
chambre” e il già citato “Le Passage du Commerce” nel
1953, i ritratti mondani della contessa de Noailles, di
Claude Hersaint, di Pierre Matisse suo mercante
newyorkese, genere al quale restituisce nobiltà. Poi, una
volta lasciata Parigi, i mirabili paesaggi di Chassy en
Morvan e, infine, le composizioni de “La Chambre
turque” e de “L'Atelier” o le vedute di Montecalvello,
elaborate a Roma.
Questa mostra è davvero una delle più importanti mai
dedicate a questo artista, più completa della retrospettiva
allestita al Centre Pompidou e al Metropolitan Museum di
New York nel 1983, e forse anche di quella di Palazzo
Grassi a Venezia, curata magistralmente da Jean Clair
nel 2001. È inoltre un’occasione par fare luce su una
biografia finora oscura, pure se, in fondo, il “mistero” di
Balthus rimane intatto, e, crediamo, così resterà per
sempre: intrecciato profondamente e suggestivamente
agli enigmi delle sue immagini, alla seduzione della sua
irripetibile pittura.
In fondo è proprio lui, Balthus, ad avere alla fine ragione.
Difatti per capire davvero la portata reale della sua
personalità non c’è e non ci sarà mai modo migliore che
seguire proprio quella sua antica, sdegnosa
raccomandazione: “E adesso, guardate i miei quadri”!
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
Scuderie del Quirinale
Villa Medici
Roma
24 ottobre 2015
31 gennaio 2016
A cura di Cécile Debray,
curatrice del Musée National
d'Art Moderne/Centre Pompidou
di Parigi
Con una grande mostra
monografica, Roma celebra a
quindici anni dalla morte
Balthasar Klossowski de
Rola, in arte Balthus (1908-
2001), maestro tra i più
originali ed enigmatici del
Novecento, il cui rapporto con
la città eterna è stato decisivo
per gli indirizzi della sua arte.
riContemporaneo.org
opinioni, riflessioni, polemiche e proposte sull’arte contemporanea
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