codice ISSN 2239-0235  
 Giorgio  Seveso
Interventi
numero  online dal 10/9/2015                                      ultimo aggiornamento il    11/12/2015
Critico d’arte, curatore e giornalista, vive e opera a Milano dal 1969. Fondatore e conduttore di questo blogMagazine, è stato critico de l’Unità per oltre vent’anni. E’ nato a Sanremo nel 1944.
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Il sommario
Giorgio Seveso
VOGLIA DI UN DIVERSO CAMMINO Il bisogno di affermare una differenza risponde a un’idea del mondo Si, siamo diversi per scelta di atteggiamento culturale. Non necessariamente migliori, ovvio, ma certo differenti dalla mandria grande degli officianti e praticanti dell’arte contemporanea, quando l’aggettivo “contemporanea” venga inteso solo come un insieme di mode e di stili, e non invece – come apparirebbe più giusto –  quale sommatoria problematica e composita di ciò che si viene facendo oggi nel campo dell’arte. Ma chi è diverso da chi? Certo, tra i lettori e frequentatori di questo blogMagazine porre una domanda come questa è addirittura inutile o pleonastico. È pacifico infatti che chi non si riconosce (in parte o totalmente) negli attuali meccanismi della cultura artistica, chi ha posizioni di dissenso o divergenza da questi, si senta oggi diverso, quando addirittura non marginalizzato o perfino escluso.  Così come, beninteso, è parimenti pacifico che una diversità, una alterità siano altrettanto avvertite anche da chi in questo momento del “sistema”, pur vedendo comunque riconosciuto un suo ruolo e un suo spazio agibile, dissenta anche lui culturalmente, politicamente, eticamente dagli orientamenti prevalenti della società attuale. E dunque questo “sentirsi diversi” si misurerebbe per alcuni con il rifiuto di aderire a una certa ideologia oggi maggioritaria dell’arte, che può comportare o essere conseguenza anche di un insuccesso, di una mancata affermazione di mercato. Oppure, per altri, con un sentimento di totale e complessiva estraneità diciamo esistenziale con i sedicenti valori espressi dalla storia in atto. Sono due modalità d’essere che hanno motivi e ragioni diverse, ma che tuttavia convergono nel medesimo rifiuto, nel disgusto avvertito verso uno status quo che non soddisfa, vissuto come frustrante, minimalizzante, come provvisorio ed effimero, come espressione debilitante di un conformismo inaudito. E questa diversità, questo non allineamento, questo disgusto si misurano ovviamente nelle dichiarazioni, ma soprattutto nei comportamenti, in ciò che si fa, in come lo si fa...  Ma attenzione. Non basta dissentire. Ci vuole anche qualcosa di solido e risolto nel proprio lavoro, nella propria ricerca. Perché è ben vero che un poeta una volta ha scritto: “Se non comprendi le mie parole non sono queste a dover cambiare, ma gli occhi tuoi e il cuore”, ma è anche ancora più vero che tali parole, per essere comprese, non possono essere biascicate senza voce, improvvisate o arbitrarie, prive di suono, di qualità e di spessore. Per comprendere chi sia diverso da chi, è soprattutto qui che dobbiamo guardare. Dimmi quello che fai e ti dirò chi sei. Dobbiamo evitare, insomma, gli atteggiamenti aprioristici, le diplomazie e i possibilismi; essendo la materia di cui ci occupiamo giocata tutta sulla qualità delle cose che si fanno, dobbiamo imparare davvero a dire pane al pane e merda alla merda! Anche (ma meglio dire soprattutto) quando si prendono in considerazione opere e realizzazioni artistiche che in qualche modo sono nel “nostro” campo: sono cioè, o si dichiarano, antagoniste o diverse rispetto alle tendenze prevalenti. L’assenza di talento o di poetica, l’opportunismo e la faciloneria, l’approssimazione e la mancanza di sincerità, la caduta di qualità nell’espressione e nella ricerca, la voglia di piacere a ogni costo, si possono incontrare sotto ogni latitudine dell’arte di oggi. E sono equamente distribuite in ogni campo e ogni tendenza della cultura artistica, tanto da rendere evidente come le sue contraddizioni siano ormai troppo acute e troppo laceranti da reggere ancora all’obiettività apparente di uno sguardo sopra le parti, o alla sciocchezza di una difesa aprioristica di tendenza o di “scuderia”.  Lo dico, certo, fondandomi sulla personale, lunga esperienza di critico militante, convinto anche della necessità che una simile radicalizzazione intransigente del pensiero e dei giudizi sia altrettanto utile nei confronti del contemporaneo anche da parte dei collezionisti e, soprattutto, del grande pubblico. A salvaguardia, per i primi,  dei loro investimenti, e, per i secondi, di un più proficuo rapporto con le mostre e con la cultura artistica. Per non parlare degli stessi artisti di talento, delle verità profonde che avvertono in sé e che così spesso si rassegnano a prostituire nel nome di un narcisistico bisogno di piacere al loro ambiente, di un “tengo famiglia” epocale, di un penoso adattamento coatto. Del resto chi ha una certa idea di dove dovrebbe andare il mondo per essere migliore, dovrebbe anche trovare il coraggio e la qualità di modi, idee, linguaggi capaci di rispecchiarla, quest’idea, con pertinenza e suggestione nella propria arte.
blogMagazine online periodicamente pensato, realizzato e pubblicato in rete da Giorgio Seveso
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opinioni, riflessioni, polemiche  e proposte sull’arte contemporanea
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