Torna alla pagina principale Qui trovi i numeri pregressi Scrivici per intervenire o commentare riContemporaneo.org INTERVENTI AUTUNNO FIORENTINO Cultura, pistola e trucioli Che sia stato Goering (o, forse, Goebbels) a mutuare dall’opera teatrale Schlageter di Hanns Johst  la famigerata frase «quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola» poco importa. Il fatto è che quella feroce citazione, decontestualizzata dalle atrocità dell’ideologia nazista e oggi ricondotta alle idiozie della cultura del nostro tempo, potrebbe riassumere bene, nonostante l’indignata riprovazione o i sussulti retorici e perbenisti di molti, l’iperbole linguistica più efficace per stigmatizzare questa dimensione culturale globale, imposta, subita, condivisa e perfino celebrata. E non c’è da meravigliarsi se tutto ciò accade da lungo tempo anche – e soprattutto – in Italia, così ingobbita, marginale, supina; docile e grata ai suoi colonizzatori. Ai loro trucioli di cultura disseminati a pioggia da improbabili falegnami nelle grandi città e nei piccoli centri – al nord come al sud – che, finalmente, potranno agguantare brandelli newyorkesi o londinesi caduti come manna. Una fitta pioggia di trucioli che ovviamente si cura di concimare –  prima di tutto – il mondo dell’arte contemporanea e di fertilizzare finanche le robuste radici della nostra tradizione suggerendo, magari, modelli divulgativi e consumistici dagli esiti economici allettanti. Ma oltre a questo c’è anche la pervicacia nostrana dei curatori museali, delle intellighenzie più sofisticate, delle amministrazioni pubbliche, delle fondazioni, delle banche, ecc. che in barba al pluralismo hanno imposto ferrei canovacci e orientamenti promossi a deliranti e ossimorici conformismi della trasgressione. Gran parte di tutto ciò si vede anche in questo autunno fiorentino. Una grande mostra sugli anni Trenta (ma non lo è né per dimensione né per qualità), insieme ad un ulteriore pasticcio baconiano – qui sottratto alla recente moda degli acrobatici confronti metastorici – che si aggiunge alle strampalate installazioni della rassegna Florens 2012. Della mostra storica in Palazzo Strozzi, che appare come una striminzita scimmiottatura di quella milanese allestita nel 1982 (Anni Trenta), che dire? Si potrebbe perfino sospettarne un ambizioso e orgoglioso tentativo fiorentino teso a forzare il muro dei circuiti culturali italiani più autorevoli, solitamente privilegio di Roma e Milano, per proiettarlo oltre i confini nazionali. Sì, perché i promotori ed i curatori della rassegna, forse per scrollarsi di dosso quel velo di provincialismo di cui Firenze soffre da tempo, hanno pensato altresì di introdurre qualche nuance internazionale confidando, inefficacemente, nella fragilità di tre acquerelli firmati da Dix e Grosz e in un trittico accademico e sdolcinato di Ziegler che fu dipinto per il caminetto di Hitler. Ma ciò che più immalinconisce è la presenza di opere così poco rappresentative, nel complesso, di alcuni protagonisti e valori dati per certi in quegli anni quali de Chirico, Scipione, Viani, Pirandello, Guttuso e via elencando. Tolte le due sculture di Martini e – in parte – la monumentale Famiglia di Sironi, uno straordinario ed imponente disegno di Carrà o la suggestiva Osteria di Rosai (autori, quest’ultimi due, che peraltro non amo), bisogna davvero faticare per isolare con benevolenza qualche esito di pacificazione. A cominciare da uno sbiadito Casorati, da un Donghi poco magico, da un Morandi pressoché ordinario, da un sorprendente Gentilini o dal Seggiolone di un Afro ancora figurativo. E insieme una sorda sequenza di presenze-assenze di primo e secondo piano uniformata ai mediocri cascami futuristi di Prampolini – sempre al limite dell’astrazione – Peruzzi, Crali, RAM, Thayaht, Rizzo e Gambini, ancora storditi dal megafono di uno stremato Marinetti. Per non dire di alcuni autori forse inclusi per infittire la parata. Insomma, al di là della modesta rassegna fiorentina, viene da chiedersi sempre più se sia davvero provocatorio o blasfemo, in termini formali, riflettere sui valori reali dell’arte del Novecento e tentare di riordinarli. In questa prospettiva, Scipione e Mafai – ma senza escluderli da una simile riflessione – detestavano la «retorica delle vuote gigantomachie e delle sintesi pneumatiche con quei colori terrosi e bituminosi del Novecento» o le sensazioni olfattive alla «tintura di jodio» dei quadri di Sironi e l’odore di «creolina» per quelli di Carrà. E in tutt’altra direzione, ma con uguale uggia e smania internazionale, la mostra  baconiana ordinata con pretestuosi raffronti concettuali fra l’artista irlandese e i banali garbugli cerebrali di una sedicente e proterva avanguardia sempre più invasiva. Così, fra megalitici ipogei, travi, tunnel di ragnatele lanose e borbottii di una grottesca macelleria, il ripostiglio cartaceo autobiografico- progettuale di Bacon – ammannito con la solita formula modaiola dell’inedito – a rimpinguare l’appendice pittorica di tre o quattro tele neanche troppo esaltanti. Ma il pacchetto è in linea con il rituale strombazzato e gratificante delle mostre fin de siècle che imperversano in Italia da qualche anno. Infine il trionfo di Florens 2012, il cui slogan «cultura, qualità della vita», riempie le piazze fiorentine con 50 blocchi di pietre e 70 ulivi secolari per puntare – pontifica il presidente – «sulla cultura come antidoto alla crisi e come soluzione per restituire all’Italia la capacità di innovare investendo sulle energie più creative». ..      PAGINE TEMATICHE ONLINE                                                            SOMMARIO UN INTERVENTO di (in ordine di arrivo) MARCO FIDOLINI Pittore, incisore e saggista. E’ nato a S.Giovanni Valdarno nel 1945, dove vive e lavora. Marco Fidolini, autoritratto