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INTERVENTI
Un intervento di Giorgio Seveso
SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
16 maggio 2013 I TRACCIATI MILANESI DI RENZO FERRARI Una mostra che ripropone i termini di una riflessione stringente sulla pittura La mostra di Renzo Ferrari allo Spazio Tadini di Milano accoglie, accanto alle immagini vecchie e nuove dell’artista svizzero, diverse testimonianze critiche e poetiche, tra le quali particolare rilievo hanno alcuni testi che Emilio Tadini aveva dedicato all’amico. La cronologia presa in considerazione - dal 1980 a oggi -  offre un excursus di disegni, acquerelli e oli nel loro sviluppo linguistico contemporaneo a periodi difficili per l'Italia, dagli "anni di piombo" a "mani pulite" allo "yuppismo" fino all'attuale crisi. Il pittore svizzero ha attraversato il contesto artistico e culturale milanese mantenendo sempre costante un'ossessione figurale attenta al tempo presente ma unita a una dimensione ancestrale. Lo spazio-intrico degli anni ottanta, l'affondo nel nero della fine del decennio, la miccia cromatica dagli anni novanta esprimono l'energia angosciata del nostro vissuto infelice che, nonostante tutto, cerca un riscatto dalla "notte oscura da cui nasce il giorno". Questa dimensione ha tenuto lontano Ferrari dal conformismo e dalla sterilità dell'arte modaiola attuale. A queste considerazioni, che il risvolto di copertina del catalogo che accompagna la mostra riassume con efficacia, bisogna però aggiungere anche che il sovrano talento dell’artista si concentra soprattutto nell’estensione metaforica delle sue immagini. Vale a dire, nella loro intricata capacità di sollevare emozione e memoria dal di dentro; nell’alludere a margini di senso, a sentimenti appena evocati, come echi di significato che si allacciano ai fatti del quotidiano, alla vita che ci circonda, sul confine della coscienza Perchè quella di Ferrari - come mi è occorso di scrivere anni fa - è stata ed è appunto una pittura intensamente di confine, una pittura del limite, della frontiera in cui s’intrecciano e si mischiano la razionalità e l’impulso ma anche la descrizione e l’evocazione, già dalle sue prime mostre a metà degli anni sessanta e fino alla fervida maturità di oggi. E non solo perché, biograficamente e culturalmente, questo pittore si è sempre trovato in una posizione di tensione critica, in qualche modo a cavallo d'esistenza e di sensibilità tra la dimensione ticinese e quella lombarda, ma anche, a ben guardare, dialetticamente diviso tra il senso delle cose come le si distilla alla luce del tempo lento e solenne della vita di campagna (il paese di Cadro dove è nato e dove torna, sulle colline dietro Lugano) e quello sofisticato e disincantato che si aggroviglia alle frenesie della città metropolitana (si può dire che Ferrari è certo più milanese di molti artisti che a Milano sono nati!), con le sue contraddizioni laceranti, i suoi furori, i suoi palcoscenici artificiali, l'effimero dei suoi valori. Una condizione che riempie ogni sua immagine e segno di sapori esistenziali convulsi e insieme dolenti, di primitivismo ritrovato, di fremiti archetipici e sorgivi: di densità, insomma, la cui evidenza turgida e incalzante è difficile sfuggire. Ma di confine dicevo anche per quel bilico sempre presente in lui, ossessivo, splendidamente creativo, tra figura e segno, tra forme e racconti, in bilico appunto tra stili e linguaggi che vanno e vengono dall'informale all'iconico, dal simbolo al gusto più interiore di un colore o di un gioco di forme, dal disegno radicalmente infantile alla più complessa e raffinata delle elaborazioni, senza sintassi o scuola preordinata, senza grammatiche obbligate, solo ardentemente teso, vincolato, obbligato al tormento e alla felicità vorticosa del sentire, del cercare, del trovare. Segni, però, anche i più intricati, sempre d’ordine figurativo, cioè con la presenza della figura come sinopia di ogni eccesso e di ogni addensamento, come dice lui stesso in una intervista “Penso la figura quale ossessione mutante lungo l'intero arco creativo del mio lavoro...” Il suo mondo, dunque, come tutti i confini, come ogni luogo dove le cose smettono d'essere ciò che erano e si mutano in altrove, dove le cose si mischiano e si fondono tra loro, ha un carattere fortemente individuale, sorgivo, costantemente fresco e innovato, tale da avere anticipato e dialogato, proprio per questo, con il vento che da Ensor o Klee, passando da Baselitz e dal nuovo espressionismo, può arrivare a precedere le transavanguardie nostrane e poi addirittura Basquiat, costantemente restando estraneo in assoluto a ogni gioco dei rimandi, a ogni ammiccamento, e solo conservandosi fervido, letteralmente rorido di verità impulsive, capaci di combinare senso del tragico al grottesco o al sarcastico secondo occasione, umore e colore della giornata o dei pensieri. Sempre e in ogni occasione al confine tra poesia e pittura, l'opera di Ferrari è dunque una presenza eminente del tempo nostro, testimonianza/intervento di una qualità ormai divenuta rara nel nostro panorama, con le mosse interne di un lirismo sobrio eppure crepitante, alluvionato di emozione.
riContemporaneo.org
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Questo numero è online da aprile 2013  /   Ultimo aggiornamento:  20 ottobre 2013
Critico d’arte e giornalista, vive e opera a Milano dal 1969. E’ nato a Sanremo nel 1944.
Giorgio Seveso Renzo Ferrari Ŕ nato a Cadro in Canton Ticino (CH) nel 1939. Nel 1954 si trasferisce a Milano, dove studia e lavora. Oggi Ŕ tornato a vivere a Cadro
La mostra Renzo Ferrari TRACCIATI MILANESI 1980-2013 Spazio Tadini via Jommelli 24  Milano 12 maggio-1 giugno 2013