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INTERVENTI
Un intervento di Louis De Combremont
 Louis De Combremont, autoritratto digitale
Marc Fumaroli Parigi-New York e ritorno Viaggio nelle arti e nelle immagini Adelphi editore 2011, 2ª ediz., pp. 743 isbn: 9788845926105
SOMMARIO
  RIFLESSIONI, POLEMICHE, PROPOSTE DI ARTE CONTEMPORANEA                                                                     
17 maggio 2013 VOGLIO PARLARVI DI UN LIBRO Dove Marc Fumaroli coglie nel segno... "La pubblicità, uno dei mali più grandi di questo tempo, insulta i nostri sguardi, falsa tutti gli epiteti, rovina i paesaggi, corrompe ogni qualità e ogni critica". Questa invettiva di Paul Valéry appare oggi più condivisibile che mai. E Marc Fumaroli ne ha d'improvviso piena consapevolezza "un certo mattino del settembre 2007", per strada, allorché una "minuscola conversione dello sguardo" gli permette di cogliere "l'assedio in piena regola" cui tutti noi siamo sottoposti, "presi e inghiottiti nell'esposizione universale, a getto illimitato e continuo, delle ultime attrazioni visive dell'arte delle arti contemporanee, il marketing". Per sottrarsi all'assedio, Fumaroli intraprende così un viaggio liberatorio, nel tempo e nello spazio, attraverso le arti visive e la storia della cultura dell'Occidente: dall'antichità greco-romana di un'Europa di cui Parigi è il cuore alle immagini di una contemporaneità di cui New York è la capitale dell'impero. Un itinerario sinuoso come quello dei grandi viaggiatori del passato, che prevede soste nei luoghi più disparati e diversioni, brevi o ampie, fra incontri di ogni tipo (dal Parmigianino a Duchamp a Warhol a Damien Hirst, da Chateaubriand a Baudelaire, da sant'Agostino a Kierkegaard, da Barnum a Buffalo Bill, da Vitruvio a Frank Lloyd Wright),  dove Fumaroli dà espressione a entrambe le sue anime: quella di erudito e quella di acuto polemista. Un viaggio per il quale il lettore gli sarà grato, purché sappia seguirlo nello spirito di quell'otium attivo cui Fumaroli dedica pagine preziose: "È nell'intervallo dell'ozio che si vede invece di intravedere, che si cerca invece di copiare, che si contempla invece di agitarsi, che si riconosce ciò che la polvere dell'impazienza, gli abbagli della fretta e il peso dello sforzo precipitoso nascondevano alla vista". Per lui, in queste fitte pagine, l'arte contemporanea non è che l'estensione e l'iterazione dei Practical jokes di Marcel Duchamp, un cocktail di marketing e di entertainment di cui il santo protettore potrebbe essere il grande imprenditore circense PhineasT. Barnum. Non fu proprio lui a vaticinare che " la categoria estetica chiamata in futuro a soppiantare ogni altra sarà l'interessante"? "Noi europei", sostiene Fumaroli, " abbiamo la tentazione di subordinare la memoria delle arti visive a questo nuovo universo visuale che oggi ci viene presentato come una modernità ineluttabile e superiore a tutto quanto si è visto sinora nel campo della comunicazione, dei rapporti interpersonali, passando per la vita sociale. Così facendo, però, confondiamo l'arte contemporanea con l'arte moderna, mentre si tratta di un fenomeno molto diverso, e dovremmo anzi parlare di arte modernista". Fumaroli allude ai movimenti artistici delle avanguardie. "Gli artisti dell'epoca che va grosso modo dagli ultimi decenni dell'800 fino alla fine della prima guerra mondiale  furono grandi innovatori che, innovando, diedero all'arte la possibilità di sopravvivere in un mondo in cui con la fotografia e il cinema, la riproducibilità tecnica delle immagini avrebbe finito per prendere il sopravvento. Così sino alla seconda guerra mondiale, gli artisti riuscirono a mantenere un prestigio incontrastato nella pittura, nel teatro, nella musica, lanciandosi in una corrida contro il toro della tecnologia delle immagini. Ma a partire dagli anni Sessanta è iniziata la pop art, l'arte postmoderna, e da allora si è assistito a forme non più di arte, ma di trasposizione in musei di prodotti creati a partire dalle immagini". "La Pop Art", dice ancora, "era nata prima di Wahrol con Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Roy Lichtenstein e James Rosenquist. E l'idea che i modernisti francesi lanciarono nel 1917 come scherzo, gesto ironico, trasformando in opera d'arte come fece Marcel Duchamp un oggetto di uso quotidiano come un orinatoio, è diventata un codice, al punto che oggi qualsiasi oggetto comune che riesca ad entrare in un museo finisce per diventare un'opera d'arte. Lo stesso Duchamp, del resto, era disperato nel vedere che quello che per lui era stata solo una provocazione scherzosa si era trasformata in un sistema commerciale grazie alla potenza alchemica della pubblicità, che trasforma il nulla in oro". Il vigore polemico di questo libro, che è uscito per la prima volta ormai qualche anno fa, è trascinante. Fumaroli infatti con queste sue pagine demolisce la tesi, sostenuta da molti e soprattutto in Francia dallo storico dell'arte Serge Guilbaut, secondo cui New York avrebbe scippato a Parigi il concetto di arte moderna. A una simile idea cronologica di successione, Fumaroli oppone un'idea di continuità, di trasformazione: l'immaginario artistico contemporaneo prodotto oggi dagli Stati Uniti ormai non deve quasi più nulla alla lunga vicenda dell'arte europea "moderna", riassunta - a cavallo tra 800 e 900 - da Parigi.  Se può essere pericoloso per un collezionista-investitore allinearsi attualmente ai valori quotati a New York, Londra o Shangai - sostiene - è perché il mercato, diventato in modo incontrastato l'unica garanzia di legittimità, oggi ignora o colpevolmente trascura le fondamenta sociali e intellettuali sulle quali si fondava l'arte nei decenni precedenti: quelle che Fumaroli  riassume appunto con la parola latina  otium. Riposo e sospensione autentica, ma vigile, della coscienza, l'otium  è una forma d'uso del tempo libero votata alle cose dello spirito, la messa tra parentesi del negotium (il commercio, gli impegni materiali) in favore di un atteggiamento contemplativo. Come scrive lui stesso, è "la sfera del soprappiù, un tempo del lusso, una vacanza dall'immanente sottratta sia all'inerzia che all'attivismo, ove il libero gioco dello spirito, delle emozioni, della manualità artistica, esplora tutto ciò che lo sguardo frettoloso o distratto non riesce a vedere". È un simile retroterra sociale e culturale che oggi difetta ai fornitori d'arte contemporanea, impegnati a riempire questa mancanza con un surplus di consumismo e di comunicazione pubblicitaria. Lavorando sull'archeologia di questo "retroterra sepolto ma presente" di una cultura artistica europea che a lungo ha praticato gli agi e i meriti dell'otium, Marc Fumaroli stigmatizza da acuto osservatore delle tradizioni della retorica il vero e proprio culto che l'arte contemporanea tributa all'ideologia industriale e alle strategie commerciali, "riflessi passivi dell'effimero che appartiene  all'attualità", tanto polemico nei confronti delle arti visive d'oggi quanto lo era in passato Baudelaire, per il quale una "grande, unica, primitiva passione" per le immagini si  contrapponeva a un "immenso, nauseato disgusto per i manifesti".
Critico d’arte, poeta e collezionista francese di incerta origine ed età, vive in modo volontariamente defilato tra Parigi e la Costa Azzurra. Si occupa solo delle vicende artistiche di cui periodicamente s’innamora.
riContemporaneo.org
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Questo numero è online da aprile 2013  /   Ultimo aggiornamento:  20 ottobre 2013